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Esplosione Beirut, la testimonianza del professor Pascal Monin: “E’ stata l’apocalisse per il Libano”

Sono passati appena otto giorni dalle tragiche esplosioni che hanno deturpato il volto del Libano e oggi il paese è ripiombato in una situazione di paralisi anche peggiore, rispetto a quella che aveva costretto l’ex premier Saad Hariri a rassegnare le dimissioni lo scorso ottobre. Le numerose proteste di piazza degli ultimi giorni, le dimissioni invocate a gran voce del neonato governo Diab a cui i manifestanti imputano di non aver saputo traghettare la terra dei cedri in questa delicata fase storica, caratterizzata da una profonda crisi economico-finanziaria, sono l’istantanea di un paese allo sbando. Ne parliamo con il professor Pascal Monin, direttore dell’Osservatorio per la funzione pubblica e il buon governo e professore di relazioni internazionali presso l’Istituto di scienze politiche dell’Università Saint-Joseph di Beirut.

Infografica – Biografia dell’intervistato Pascal Monin

Che idea si è fatto delle esplosioni, crede si sia trattato di un incidente dovuto all’incuria oppure di un vero e proprio attentato? Nel secondo caso chi potrebbero essere i responsabili?

La duplice esplosione è stata un vero e proprio cataclisma che si è abbattuto su Beirut. Un fatto di simile portata non si era mai verificato, neanche negli anni più bui della guerra civile. Il mio ufficio è andato distrutto e casa mia, che si trova a cinque chilometri dal porto, ha subito danni alle finestre.

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Lo studio del professor Pascal e l’Università Saint-Joseph di Beirut

E’ stato terrificante. Incuria o attentato? Nel primo caso la reazione della popolazione è stata, come prevedibile, molto dura. Nelle piazze e nelle strade i manifestanti attribuiscono al governo la responsabilità di aver immagazzinato per sei anni 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio nel porto della capitale senza adottare alcuna misura precauzionale. Nel secondo caso, non so e non posso dire se sia trattato di un attentato. Qualcuno ha riferito di aver sentito degli aerei da guerra sorvolare quell’area poco prima dello scoppio. Per poter far pienamente luce sull’accaduto, occorre istituire una commissione d’inchiesta internazionale, indipendente, formata da esperti libanesi e stranieri, così da poter chiarire come si siano svolti i fatti in modo limpido e trasparente in un Paese in cui nessuno ha mai dovuto render conto, barricato dietro la protezione del proprio partito politico o della sua confessione.

Il premier uscente Hassan Diab ha dichiarato  che “l’esplosione è il risultato della corruzione endemica” . Il Paese è in ginocchio a causa della crisi economica che dura da anni e che si è aggravata con il Covid19. Il governo si è mostrato debole nel fronteggiare tutto questo?

Dopo il 4 agosto, le dimissioni del governo erano attese. Non direi sia stato debole o non in grado di affrontare le diverse criticità del Paese, piuttosto credo che la sua caduta sia da attribuirsi alle mancate riforme, annunciate e mai messe in campo. Non ha realizzato nessuna delle promesse fatte a gennaio, quando si è insediato, trovandosi così ad un punto morto nelle negoziazioni con il Fmi, con la comunità internazionale che chiedeva un piano di riforme per dar seguito agli aiuti di cui il Libano ha estremo bisogno. Ha dovuto fare i conti con un sistema politico in cui la corruzione si è incancrenita. L’oligarchia che guida il Paese da trent’anni senza interruzione di successione, creando un sistema di corruzione generalizzata, quella zona grigia di totale opacità, ha fatto sì che la popolazione perdesse la fiducia nella classe politica. La stessa responsabile della stagnazione economica e sociale della nostra nazione. Il disastro economico, aggravato dalle sanzioni (imposte da Stati Uniti ed Europa, ndr), cui si è aggiunta questa apocalisse hanno scatenato la rabbia della gente. La popolazione vuole sapere, ha bisogno di conoscere chi sono i responsabili di questa catastrofe. Il debito pubblico è schizzato a 90 miliardi di dollari, pari al 170 per cento del Pil. Il 50 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, mentre il 35-38 per cento è disoccupata. L’inflazione è alle stelle (90 per cento) e la sterlina libanese è crollata, perdendo l’80% del suo valore rispetto al dollaro. In più, il disavanzo della bilancia commerciale è di 16 miliardi di dollari: questo è grave perché il Libano importa l’80% del suo fabbisogno alimentare. 

Un quarto d’ora dopo l’esplosione sia Israele che Hezbollah si sono affrettati a prendere le distanze dal tragico evento. Cosa ne pensa di questa excusatio non petita?

Ripeto, non si conoscono ancora i colpevoli. Di certo il leader degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, ha smentito categoricamente un loro coinvolgimento. Per quanto riguarda Israele dovrà essere l’inchiesta internazionale, cui facevo prima riferimento, a stabilirlo. In caso dovesse essere accertata una sua responsabilità, chiederemmo una condanna per crimini contro l’umanità.

Israele si è detto pronto ad inviare aiuti umanitari e medici a supporto dei libanesi. Cosa ne pensa?

Ritengo non sia del tutto appropriato né accettabile per i libanesi ricevere aiuti da un Stato con cui vi è un conflitto aperto dopo la sua creazione. Soprattutto perché questo paese è sempre in stato di guerra con il Libano e occupa una parte del suo territorio. 

Nei giorni scorsi, in visita a Beirut, il presidente francese ha sollecitato un’indagine trasparente e veloce sulla duplice esplosione. Al termine di un colloquio con il suo omologo libanese Michel Aoun, Macron ha sottolineato che devono essere prese iniziative per compiere le riforme e fermare la corruzione. Cosa ne pensa?

La popolazione libanese è stanca e disorientata. I libanesi non possono più sopportare e soffrire oltre le difficoltà economiche, finanziarie e sociali, distruzioni, esplosioni, perdite umane, l’alto costo della ricostruzione o il paese che affonda nella guerra. Una parte dei libanesi, disperata da così tanti blocchi, corruzione e sacrifici, è arrivata persino a chiedere di porre il Libano sotto mandato internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite, come nel caso del Kosovo. Certo, siamo lontani da ciò, ma mostra lo stato d’animo che prevale tra una parte dei libanesi. Ma allo stesso tempo, la speranza e l’attaccamento al Paese a tutti i costi sono ancora lì e vivi. La prova sta in questa imponente ondata di umanesimo di generosità e solidarietà, questa fede incrollabile nel nostro Paese del Cedro dei nostri figli, dei nostri giovani, adolescenti, scolari e studenti, questi veri cittadini libanesi che incontriamo ovunque per le strade di Beirut, dal giorno dopo 4 agosto 2020, lavorando per ripulire, pulire e aiutare la popolazione dei quartieri distrutti e restituire alla nostra città, Beirut, una parvenza di vita e dignità … Questi giovani e adolescenti incarnano l’ultima speranza per la rinascita del Libano. Su un altro livello, si alzano voci per la formazione di un governo di transizione di persone indipendenti e incorrotte per avviare le riforme necessarie, gestire gli aiuti per la ricostruzione di Beirut, riprendere le discussioni con l’Fmi per far riemergere il paese dagli abissi e dalla peggiore crisi della storia recente. Allo stesso modo, voci chiedono lo svolgimento di nuove elezioni legislative, con una nuova legge elettorale per rinnovare completamente la classe dirigente politica. Ma quali personalità e quale movimento potrebbero incarnare la pacificazione e la via del futuro? Ci sarà un prima e un dopo il 4 agosto 2020, il vento di rabbia che si è levato con le proteste dello scorso ottobre, ha lasciato il posto a una reazione di odio contro l’intera classe politica e a una sensazione di profondo disgusto. Ma i libanesi, nella loro maggioranza, rimangono fiduciosi che il loro paese, la terra dei cedri, sorgerà dalle proprie ceneri come la fenice.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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