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Crisi Energetica, Biden gioca contro il Nord Stream 2 mentre l’Europa affronta la bomba dello stop del Maghreb-Europe Gas Pipeline

Ogni giorno che passa lo scacchiere sul caro carburanti si complica sempre di più. E’ di queste ore la notizia che l’Algeria, con una decisione unilaterale, ha deciso di porre fine al contratto che lega Algeri e Rabat attraverso il gasdotto Maghreb-Europe Gas Pipeline. Tale tratta dall’Algeria passa attraverso i territori marocchini, e rifornisce gas a Spagna e Portogallo. E’ evidente quindi come sottolineato dalla vicepresidente dei senatori di Forza Italia, Alessandra Gallone, responsabile del dipartimento Ambiente del partito, che “Chiudere il contratto, a causa di una evidente crisi diplomatica tra Algeria e Maracco, equivale a privare due importanti stati dell’Unione dei rifornimenti necessari“. Una situazione esplosiva che rischia di ridurre appunto gli approvvigionamenti al Vecchio continente con chiari nuovi rincari del prezzo del gas.

Il presidente Usa, Joe Biden, in conferenza stampa dal vertice sul clima Cop26, a Glasgow continua nel suo tentativo di confondere le acque, buttandola in sterile polemica politica, ripuntando il dito contro la Russia e l’Opec per l’aumento dei prezzi dell’energia e seguendo il pensiero già espresso dal  think tank statunitense Atlantic Council attraverso un articolo di Sergiy Makogon, amministratore delegato della GTSOU, azienda che gestisce il trasporto del gas sul territorio ucraino e, che paragona l’odierna crisi energetica europea con la crisi petrolifera degli anni Settanta. “Se guardi ai prezzi del gas, a quelli del petrolio sono la conseguenza del rifiuto della Russia e delle nazioni Opec di produrre più greggio”; peccato che lo stesso presidente statunitense debba ammettere che l’aumento dell’inflazione sia dovuto al coronavirus che ha rallentato la catena di approvvigionamento. Anche su quest’ultimo punto in verità i problemi della catena di approvvigionamento vengono da lontano. Le fabbriche e i rivenditori nelle economie occidentali, usciti dai lockdown chiedono prodotti finiti, materie prime e componenti. Ma molti paesi in Asia sono ancora nel mezzo di blocchi e altre restrizioni legate al coronavirus, che limitano la loro capacità di soddisfare la domanda. E anche sul fronte della manodopera globale si registrano carenze, spesso è il risultato di persone che lasciano la forza lavoro durante la pandemia, sta ostacolando i produttori.

Le strozzature dovrebbero limitare la produzione industriale anche nel prossimo anno, danneggiando un settore che fino a poco tempo fa aveva sostenuto la ripresa globale. La produzione industriale globale è salita al di sopra del livello pre-crisi all’inizio del 2021, ma da allora è rimasta stagnante, secondo il Kiel Institute for the World Economy, un think tank tedesco. Come sottolineato da SanseveroTV al centro dello stallo globale c’è la Cina, il più grande paese commerciale del mondo. Ma questo Biden non lo dice, a testimonianza che quando deve entrare realmente in conflitto con la Cina, il presidente Americano morde sul freno. “Le navi in ​​arrivo in Cina spesso devono mettere in quarantena per una settimana o più prima di poter attraccare. I disagi alla dogana e ai servizi portuali si aggiungono ai ritardi. Più navi aspettano nell’entroterra nei porti cinesi, più tempo ci vorrà per ricominciare a navigare dalla Cina verso il resto del mondo, in attesa di elettronica, vestiti e giocattoli fabbricati in Cina. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, all’inizio di quest’anno, la spedizione di merci dalla Cina al Sud America è costata più di cinque volte di più rispetto alla spedizione di merci dalla Cina al Sud America rispetto alla crisi pandemica dell’anno scorso. Le tariffe di spedizione sono raddoppiate sulla rotta cinese e nordamericana più contrabbandata“.

A questi problemi va poi aggiunto che i servizi, relativi ai trasporti, vengono razionati, per mantenere i prezzi bassi, probabilmente per evitare di alienarsi acquirenti fedeli, perché i venditori non sono sicuri che gli attuali shock della domanda si mantengano nel tempo. Ancora una volta, il risultato netto è che molti scambi semplicemente non avvengono in modo tempestivo. Ecco quindi sgretolarsi la teoria di Biden. Una tipica risposta del mercato potrebbe essere quella di produrre più container (è più difficile e più lento aumentare il numero di navi o porti). Ma ciò non è avvenuto, peccato che il presidente Usa faccia finta di nulla al riguardo anche perchè un aumento dei contener richiederebbe alle reti commerciali e di trasporto di adeguarsi, sapendo perfettamente che non ce la farebbero. Man mano che l’intero processo di ripresa quindi procedeva, le scorte si sono esaurite, traducendosi in un rallentamento dell’economia globale.

Il vice-primo ministro russo Alexander Novak, già ministro dell’Energia dal 2012 al 2020, ha prospettato una via d’uscita: un’approvazione rapida del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania che permetterebbe di far abbassare i prezzi del combustibile. Ma l’Europa, orfano di un governo tedesco forte post Angela Merkel (da sempre fautrice dell’apertura del raddoppio Nord Stream, anche a discapito dei rapporti d’Oltreoceano), vede in questa via un ricatto. Peccato che pure la commissaria europea all’Energia, Kadri Simson, abbia dovuto recentemente ricordare a chi puntava il dito su Mosca che la Russia sta rispettando i contratti di fornitura a lungo termine. Alla Russia si può solo imputare che non abbia prenotato nuova capacità di esportazione, come invece fatto dalla Norvegia e questo nonostante l’aumento dei prezzi (dal quale potrebbe trarne un vantaggio economico). Peccato che però la scelta sia dettata dalla volontà di aumentare le scorte interne. D’altra parte Putin rilancia sul Nord Stream 2 ricordando come per società come Gazprom sia economicamente svantaggioso trasportare gas naturale per le condotte vecchie, come quelle sul territorio ucraino; le nuove tubature, sostiene, permettono inoltre di ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera di 5,6 volte. Una situazione quindi coerente con le politiche ambientali comunitarie.

Nessun parla invece degli interessi diretti degli Usa ad esportare Gas liquefatto, la ragione principale per la quale tutte le ultime Amministrazioni Usa si sono fermamente opposte al progetto Nord Stream 2, un progetto dal quale l’Europa e in particolare la Germania potrebbe ottenere gas in abbondanza ad un prezzo ben ridotto rispetto agli standard attuali.

 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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