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Crisi Covid-19, Cagnoli: “In Italia necessario passare dalla decrescita felice alla crescita indispensabile”

Giovanni Cagnoli, presidente e azionista di Carisma SpA, manager e imprenditore impegnato nello sviluppo strategico di impresa, si è occupato di ristrutturazioni di grandi gruppi e aziende pubbliche e private, nel suo profilo, sulla pagina della Holding Carisma, si legge: “particolarmente attivo nello sviluppo e nella definizione di piani di inversione di tendenza e nella creazione di valore”. Quindi la persona giusta con cui parlare in questo momento dove l’economia italiana deve trovare la strada per invertire la tendenza di una crisi drammatica figlia della pandemia, ma forse ancor più di qualche altro male accumulato negli anni. Invertire la tendenza e riprendere a costruire valore.

Infografica – La biografia dell’intervistato Giovanni Cagnoli

Presidente Cagnoli come vede cause e prospettive per la crisi dell’economia italiana?

Anzitutto mettiamo in fila qualche numero. Quando ho iniziato a lavorare, all’inizio degli anni 80, la mia classe di età contava, nel quadro demografico nazionale, per circa un milione di persone, lo scorso anno sono nati 439.000 bambini. Quando siamo nati noi, il debito valeva il 60% del Pil. Ciascun lavoratore, con un tasso di partecipazione al lavoro di circa il 60%, e considerando che, ai valori attuali, il debito valeva circa 700 mld di €, “portava” nella sua vita un debito  di circa 25/28.000 €. È facile prevedere che stiamo viaggiando verso un valore, considerando il debito attuale e quanto sarà inevitabilmente necessario fare nei prossimi due tre anni, che arriverà a tre trilioni di debito. Quindi nel 2024 ogni lavoratore si porterà, grosso modo, circa 250.000 € di debito. 

Allora è chiaro che quello che abbiamo fatto negli ultimi quarant’anni, spendere più di quanto lo Stato incassasse, non sarà più possibile, e non perché ce lo dice la Germania o qualcun altro in Europa, al netto di questi tre o quattro anni in cui sarà inevitabile fare ulteriore debito per affrontare quella che chiamerei depressione, più che recessione, noi dobbiamo riprendere a crescere.

Lo Stato fa un’opera di ridistribuzione di tasse che riscuote. I capitoli fondamentali di questa azione sono: istruzione, pensioni e sanità, più qualche ulteriore ambito di interesse collettivo come la sicurezza, noi dobbiamo partire dal presupposto che nei prossimi anni dovremmo distribuire esclusivamente le risorse che saremo in grado di produrre con la nostra attività economica. 

Passare da una cultura, che ritengo scellerata, della decrescita felice a quella della crescita indispensabile, ma anche molto robusta, nei prossimi dieci anni è la condizione perché questo debito non divenga assolutamente insostenibile, mettendo in pesante discussione livelli di sanità, istruzione e pensioni. E, lo ripeto, tutto ciò non perché l’Europa è cattiva, anzi l’Europa ci ha sostenuto in modo straordinario con la BCE, ma perché abbiamo comprato questo problema con gli ultimi quarant’anni di spesa pubblica creando questa montagna di debito appoggiato su una bomba demografica.

Quali sono secondo lei le condizioni per riavviare la crescita del nostro sistema economico?

Dobbiamo passare dai 10 anni in cui abbiamo avuto il tasso di crescita più basso di tutta Europa ad uno scenario in cui dovremmo avere il tasso di crescita più alto di tutto Europa. 

Il primo nodo è sicuramente la burocrazia. Negli ultimi dieci anni anziché la sburocratizzazione abbiamo visto la crescita dei vincoli e delle normative sovrapposte. Il codice degli appalti è sicuramente uno degli esempi, ma basta andare in un ristorante o in un negozio e chiedere l’elenco dei documenti che devono essere prodotti per qualunque pratica amministrativa, e per le imprese è ancora peggio. Credo che dobbiamo passare da una cultura di sfiducia ad una di fiducia verso il cittadino e l’imprenditore. Va fatta un’inversione a 180° rispetto quello che abbiamo fatto in questi anni. 

Il secondo tema è quello della flessibilizzazione dei salari perché tra l’ipotesi di avere una massa di persone che non lavorano, soprattutto al Sud, e che chiedono giustamente sostegno, e l’ipotesi di avere salari coerenti con la produttività, è preferibile questo secondo scenario. Lì dobbiamo arrivare, anche se so che ci sono opinioni molto diverse su questo punto, ma per portare lavoro alle persone devi puntare sulla ripresa degli investimenti, in particolare al sud e questo non può avvenire senza avere un certo grado di flessibilità salariale. Questa la condizione per puntare alla quasi piena occupazione. 

Inoltre, si devono promuovere delle forme di partecipazione, non tanto nei consigli di amministrazione delle aziende, quanto all’utile di impresa da parte di chi lavora, superare una visione antica di divisione tra lavoro e capitale e far entrare il concetto di partecipazione del lavoro nell’impresa, in modo simile a quanto accade negli Stati Uniti con le start-up, distribuendo stock option.

L’ultimo tema è quello di incentivare gli investimenti. Industria 4.0 è un provvedimento che ha funzionato. In generale vanno stimolati in tutti i modi gli investimenti delle imprese, dalla digitalizzazione agli investimenti nella sostenibilità. Una buona idea è quella di incentivare investimenti nel turismo, in particolare al sud, dove esiste un evidente vantaggio competitivo, ma mancano capitali in grado di trasformare il vantaggio in sistema ed occupazione. Deve maturare la consapevolezza politica della necessità dello sviluppo, invertendo radicalmente il meccanismo culturale degli ultimi quarant’anni. O questo paese cresce del 2/3% all’anno nei prossimi 10 anni, ed è un obiettivo fattibile, oppure non sarà più possibile garantirle livelli di welfare che sono stati garantiti sino ad oggi, prima o poi arriverà il punto in cui tagliare non sarà più una opzione, ma una necessità, e si aprirà un conflitto sociale come forse non riusciamo nemmeno ad immaginare.

L’Italia è un paese che ha, storicamente, una notevole ricchezza privata non investita, si parla di soluzioni per incentivare una maggiore mobilizzazione di questa ricchezza. Che ne pensa?

Ci sono proposte anche interessanti, indubbiamente creare condizioni vantaggiose agli investimenti, o anche rendere svantaggioso tenere capitali immobilizzati, ad esempio con tassi negativi sui depositi di capitale immobilizzati, potrebbe essere interessante da pensare, ma mi pare difficile da realizzare concretamente. La vedo meglio come misura coordinata a livello europeo. Comunque, tutto ciò che rende meno conveniente la rendita improduttiva, rispetto all’investimento produttivo, va nella direzione giusta.

Infine, le chiederei una battuta sul tema dell’intervento dello Stato nelle politiche industriali e nell’impresa. Tema che anche in queste ultime settimane è riemerso con forza.

Sulle politiche industriali ogni volta che lo Stato esagera nell’indicare le priorità finisce per creare più danni che benefici, lo Stato deve intervenire indirizzando temi quali la sostenibilità dell’economia verde, la digitalizzazione, indicando indirizzi strategici, ma eviterei azioni dirigiste che definiscano quali siano gli investimenti giusti e quelli sbagliati. Il privato se fa degli errori, investendo, paga le proprie scelte, ed in questa fase credo sia meglio correre il rischio di qualche sovrainvestimento sbagliato, ma con la volontà di creare occupazione, che attendere decisioni centralistiche; ho più fiducia nella capacità di una vasta comunità di imprese nell’indirizzare investimenti che nella capacità di qualcuno di indicare delle priorità.

Una priorità la vedo nella necessità di rilanciare un patto di fiducia tra impresa e Stato, in questo senso il tema della fedeltà fiscale è assolutamente ineludibile, è indispensabile agire a favore dei privati corretti e a sfavore dei privati scorretti. Un ultimo aspetto che voglio segnalare è anche un grave rischio e riguarda le imprese che hanno avuto difficoltà negli ultimi tre anni, alcune di queste sarebbero state destinate a morire comunque, ma per il modo in cui sono stati congegnati i decreti, si è scritta una condanna morte generalizzata.    

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Franco Chiaramonte, esperto di politiche del lavoro e della formazione, di cui si occupa da più di 25 anni. E' stato dirigente dell'Agenzia del Ministero del Lavoro, Direttore dell'Agenzia regionale del Piemonte, consulente di Pubbliche Amministrazioni, Enti di formazione, Associazioni di Categoria e Fondi professionali. Si occupa di innovazione, nuovi lavori, piattaforme e sistemi digitali per la valorizzazione degli apprendimenti

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