Conflitto russo-ucraino, professor Virgilio Ilari: “Siamo di fronte ad una guerra per procura ‘doppia’. E stiamo già vivendo una Terza Guerra mondiale in senso lato’

Conflitto russo-ucraino, professor Virgilio Ilari: “Siamo di fronte ad una guerra per procura ‘doppia’. E stiamo già vivendo una Terza Guerra mondiale in senso lato’

19 Marzo 2024 0

Vladimir Putin è stato rieletto presidente della Federazione Russa. Dopo il susseguirsi di veline fotocopia dei rappresentanti dei Paesi membri della NATO, che hanno tentato di non riconoscere il risultato elettorale ci ha pensato la Casa Bianca a riportare alla realtá l’Occidente. «La realtà è che il presidente Putin è il presidente della Russia, dobbiamo affrontare questa realtà», ha affermato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan in conferenza stampa.

La dichiarazione di Sullivan giunge probabilmente non a casa  dopo le immagini di una Piazza Rossa dove decine di migliaia di cittadini cittadini russi si sono incontrati per festeggiare la quinta elezione di Putin alla guida della Russia ma anche per ricordare il decimo anniversario dell’annessione della Crimea. SQuelle immagini restituiscono una realtà in parte diversa rispetto a quella di elezioni farsa come continua a sostenere il mainstream in Occidente. Putin ha con se il popolo russo e probabilmente non solo, visto che senza il supporto di altri Paesi non avrebbe retto l’impatto delle sanzioni occidentali. La Russia pare avere molti più alleati di quelli propagandati Oltreoceano.

Ecco quindi che le dichiarazioni di molti leader europei, in testa il presidente francese Emmanuel Macron, che paiono spingere verso l’invio di truppe NATO in Ucraina rischiano di far scivolare il conflitto russo-ucraino nella Terza Guerra Mondiale e quindi un confronto che potrebbe scivolare in atomico. Per approfondire lo scenario che si sta profilando abbiamo intervistato il professore Virgilio Ilari, già professore associato di Storia del diritto romano presso l’Università di Macerata e dal 1989 al 2010 docente di Storia delle istituzioni militari e dei sistemi di sicurezza all’Università Cattolica di Milano.

Infografica - La biografia dell'intervistato Virgilio Ilari
Infografica – La biografia dell’intervistato Virgilio Ilari

– Partendo dalla Sua esperienza di studioso di storia militare, qual è la Sua percezione delle affermazioni del presidente francese Macron e delle successive smentite dell’eventuale invio di truppe in Ucraina?

– Le ho vissute un po’ come tutti, cioè registrando il cambiamento di opinioni dello stesso Macron rispetto all’inizio del conflitto. All’inizio il presidente francese era una “colomba” e voleva dialogare con Putin, posizione tenuta anche dopo il fallimento di quello che sembrava un accordo raggiunto a Istanbul. Dopo altri interventi di apertura negoziale, negli ultimi tempi ha assunto una posizione aggressiva, che ha suscitato reazioni negative molto forti nel suo stesso Paese.

D’altra parte, ha avuto un appoggio declaratorio dalla Repubblica Ceca, seguito dall’approvazione delle Repubbliche baltiche. Poi è arrivato il premier polacco Donald Tusk come mediatore tra Parigi e Berlino per la fornitura di missili a Kiev. L’idea del dispiegamento dei soldati, forse nella regione di Odessa, non è stata accantonata, ma c’è stato un tentativo di rassicurare l’opinione pubblica francese, alla quale è stato dato a intendere che non c’è un progetto concreto di invio di truppe in Ucraina.

Gli ex presidenti Sarkozy e Hollande, che Macron ha consultato, gli hanno suggerito di abbassare i toni, se non altro per non rovinare l’attuazione di un piano del genere, che necessiterebbe di maggiore riservatezza; invece, più a Parigi alzano i toni, più rendono tale progetto difficile da realizzare concretamente. L’Italia per voce del Ministro della Difesa e del Ministro degli Esteri ha preso una posizione netta per l’esclusione dell’invio di truppe, così come ha fatto la Germania.

Mi limito a constatare quanto segue: noto da parte dell’amministrazione Biden un sostanziale allontanamento dal tema dell’Ucraina o comunque la sua messa in sordina, sebbene il presidente americano l’abbia richiamata nel suo primo discorso della campagna elettorale.

Sembra dunque vi sia l’idea di far condurre il “fronte russo” alla sola Europa, che tuttavia cozza con la realtà oggettiva: le forze armate europee sono insufficienti per quantità e qualità, ridotte così dopo trent’anni di politica militare orientata sugli interventi all’estero e non verso una guerra continentale.

Dunque la presa di posizione di Macron, non supportata da un’effettiva disponibilità di forze, sembra più una dichiarazione di carattere diplomatico, il tentativo di assumere la leadership sulla questione in condizione di supplenza dell’impegno americano. Ciò ovviamente provoca grandi tensioni sia nell’Alleanza Atlantica che nell’Unione Europea.

Le opinione pubbliche nazionali, pur con varie sfumature, sono in maggioranza contrarie all’intervento e danno la guerra per persa. Lo stesso avviene negli USA, dove oggi coloro che credono nella possibile vittoria dell’Ucraina sono appena il 10%. Un consenso così basso è eloquente rispetto all’eventualità di un impegno diretto sul campo. Altra cosa è la fornitura di armi in grado di colpire il territorio russo: nemmeno su questo vi è unanimità in Europa, ma è un’eventualità senz’altro più realistica che non lo spiegamento diretto di forze. Comunque è una questione puramente politica che dipende più dal disimpegno americano che non dall’impegno effettivo dell’Europa.

Dunque pare più una dichiarazione di intenti che non una vera condotta politica, anche perché il nostro continente ha già pagato un prezzo economico e sociale maggiore di quello degli Stati Uniti. Fornire armi a Kiev ha svuotato gli arsenali dell’Europa occidentale e ha indebolito la già scarsa combattività delle forze europee.

Il nodo sta qui: le parole di Macron non sono supportate da una forza reale tale da spaventare o dissuadere la Russia. Le dichiarazioni di Putin vanno proprio in questa direzione: il presidente russo ritiene che qualunque linea rossa non possa essere abbattuta dalle forze europee da sole, senza l’aiuto americano.

Certo, potrebbe essere una millanteria, ma riflettiamoci bene: se neppure le linee rosse stabilite all’inizio della guerra fra USA e Russia non valgono neanche più, allora potrebbero cadere anche quelle della Russia nei confronti nell’Europa…

– Come legge il continuo travalicamento delle linee rosse fatto dai governi europei almeno a parole? Forse queste linee non erano proprio rosse, ma soltanto “arancioni”?

– Già, forse erano solo arancioni: si trattava di auto-restrizioni dell’invio di armamenti per quantità e qualità che sono variate nel tempo, da quando si credeva che la Russia fosse a pezzi e che un cambiamento interno di tipo rivoluzionario fosse imminente o possibile, con l’uscita di scena di Putin o addirittura la dissoluzione del Paese.

Poi c’erano le aspettative (più mediatiche che militari) sulla controffensiva ucraina, della quale si sapeva fosse destinata al fallimento ancora ad aprile del 2023, prima della sua attuazione. L’informazione era trapelata grazie a leaks del Pentagono, forse non casuali.

Il capo di stato maggiore congiunto, il generale americano Milley, aveva fatto capire che la cosa più logica sarebbe stato di massimizzare i successi ottenuti tra settembre e novembre del 2022 e approfittare di un momento di debolezza della Russia per cercare di avviare – almeno collateralmente – un negoziato.

A mio avviso, il problema è che questa è una guerra per procura “doppia”: da una parte la fanno gli americani e dall’altra pure i russi, che attaccano l’Ucraina per lanciare un messaggio forte all’interlocutore vero. Purtroppo non si può uscire da una situazione in cui la guerra finisce per diventare endemica e durare indefinitamente, a meno che non vi sia un cambio di regime in una delle tre capitali coinvolte.

Il primo cambio doveva verificarsi, secondo le aspettative, a Mosca: la vicenda di Prigozhin del giugno 2023 ha però mostrato che quel cambio sarebbe andato ultra petitum, con speranze che erano più dell’Ucraina che dell’Occidente. L’implosione della Federazione Russa sarebbe infatti stato un problema talmente colossale che l’Occidente non avrebbe saputo gestire.

Il cambio di regime a Kiev, con una sostituzione di Zelensky, per adesso è impossibile, perché il presidente non vuole farsi da parte in una situazione in un cui una minoranza molto attiva sta insistendo per continuare la guerra. Un colpo di Stato interno non ha in questo momento personaggi capaci di rischiare e di attuarlo. Rimane quindi il cambio di regime negli Stati Uniti, ma manca un candidato democratico diverso da Biden con un programma adeguato: l’alternativa è allora lo scontro con Trump, stante l’incognita per cui l’elezione di quest’ultimo non significa automaticamente la fine della guerra.

L’ex presidente infatti dovrebbe fare i conti con alcuni elementi oggettivi, tra cui un apparato che nel suo primo mandato ha mostrato di contare molto e di potergli legare le mani. In Occidente manca l’idea di ciò che bisogna fare. Dunque sono i fatti a decidere l’esito della guerra. Nemmeno la Russia ha interesse a chiudere presto la faccenda, perché militarmente forse è in condizione di ottebere successi ancora maggiori. E poi con chi lo farebbe l’accordo? Putin non vuole farlo con Zelensky, ma direttamente con il presidente USA, quale che sia.

Putin ha detto che preferirebbe Biden a Trump: penso che non sia solamente una dichiarazione tesa a favorire Trump allontanando da lui l’ombra di una sponsorizzazione russa, ma credo vi sia un’effettiva logica, perché Biden è ormai indebolito dall’età che avanza e da un establishment che in vent’anni non ha ottenuto nulla di buono in politica estera.

Probabilmente, secondo i calcoli di Putin, tra un anno il conflitto sarà arrivato a un punto tale da non essere più sostenibile: la guerra logora non solamente la Russia, ma pure l’Occidente e in particolare l’Europa, che è stremata.

– Allora, come dice Limes, l’Occidente sta perdendo la guerra?

– Ne abbiamo discusso con Limes in una tavola rotonda a gennaio. Penso che la guerra non è limitata al fronte russo, ma è la Terza Guerra mondiale su vari fronti, fatto di pezzi interagenti e collegati.

Il fronte meno caldo è quello che in teoria è il principale, contro la Cina. Altri fronti invece sono bollenti: Medio Oriente, Israele, Gaza, Siria, Iraq, blocco commerciale del Mar Rosso con gravissime conseguenze per l’Europa. Le navi infatti per essere tranquille devono fare un giro molto lungo e poi vi è la questione complessiva di un commercio internazionale già entrando in crisi con le sanzioni.

L’altra questione è che dietro Russia e Cina vi è tutto un mondo che avverte in queste circostanze l’opportunità di emanciparsi e di avere una politica di multiallineamento. Il multiallineamento significa cooperare in termini economici con Mosca e Pechino e in termini di sicurezza generale ancora con l’Occidente, pronti a passare da una sfera all’altra a seconda delle convenienze. È addirittura la politica ufficiale dell’India, ma sostanzialmente è quella che hanno seguito molti altri ed è ciò che sta alla base dell’allargamento dei BRICS.

Altra questione di fondo è la contraddizione fra la politica europea che punta sul green e pensare di avere il sostegno dei Paesi arabi di fare lo stesso gioco che si chiedeva di fare loro durante la Guerra Fredda, e cioè aumentare la produzione petrolifera per abbassare il prezzo. Ma è contrario ai loro interessi. Poi vi è la questione avente conseguenti elettorali negative per i Democratici americani ed è quella legata al sostegno alla politica israeliana a Gaza.

La situazione complessiva è tale per cui l’Occidente è passato dal gestire una globalizzazione strettamente sotto controllo del cosiddetto “ordinamento basato sulle regole” (quelle imposte per l’appunto dall’Occidente) a una di auto-assedio dell’Occidente stesso. Quest’ultimo ha abusato dell’arma economica che ha indotto tutti i Paesi sanzionati o sanzionabili a trovare strade alternative.

Forse siamo ancora lontani dalla dedollarizzazione dei commerci internazionali – che segnerebbe la definitiva caduta dell’egemonia americana – ma comincia a vedersi all’orizzonte. L’Occidente è in un momento di estrema debolezza. La sfida di Putin è proprio questa e non riguarda soltanto i guadagni territoriali, seppure importanti. Peraltro tali conquiste corrispondono alla distruzione del sistema socio-economico ucraino: tutte le zone occupate sono quelle a maggior produttività industriale, mineraria e agricola dell’Ucraina.

Possiamo dire che in questo momento l’Occidente sia messo piuttosto male e i non-occidentali in qualche modo ne stanno approfittando e non sono certo preoccupati da ciò. Le opinioni pubbliche europee e americane non si rendono conto della gravità della situazione: dai governi o dai media mainstream non traspare alcun senso di panico o di allarme, così i cittadini seguitano a occuparsi di vicende domestiche da Sanremo ai saluti romani.

– C’è il rischio che con le dichiarazioni bellicose di Macron e di altri leader europei vi sia una sorta di autosuggestione dovuta alla propaganda occidentale della guerra?

– Allargando la NATO, è mutata anche la sua struttura. Il “più siamo e meglio è” vale solo sulla carta, con in teoria più fondi e più uomini a disposizione. In realtà vi sono due NATO che ragionano in termini completamente differenti.

La vecchia NATO, quella della Guerra Fredda, era strettamente difensiva. La NATO del cinquantenario, sorta nel 1999 con la formulazione dell’intervento globale, ed è infatti intervenuta in Afghanistan e in Jugoslavia. Vi è il contrasto della NATO storica coi nuovi membri provenienti dal Patto di Varsavia e addirittura dalla stessa Unione Sovietica, dai Baltici alla prospettiva dell’ingresso di Georgia e Ucraina.

Gli Stati baltici sono molto russofobi e sono sostenuti dal Paese europeo più russofobo di tutti, cioè il Regno Unito. Tra l’altro vi è la contraddizione fra tre secoli di antagonismo di Londra contro Mosca e le alleanze tra i due Paesi in occasione delle guerre napoleoniche, della Prima e della Seconda Guerra mondiale.

Tutte le dinamiche dell’est sono state scaricate su Paesi che vivevano al riparo dalla cortina di ferro e che all’epoca della Guerra Fredda cooperano con l’avversario sovietico, in primis Germania e Italia. Non dimentichiamoci che i gasdotti furono costruiti proprio negli anni della contrapposizione fra est e ovest e che la cooperazione sussisteva anche a livello di Fiat, di Eni, di cinema…

Certo, non si poteva esportare di tutto, anzi vi erano limiti forti, ma anche le relazioni bilaterali erano forti. C’è una cartina di tornasole che lo spiega: proprio all’inizio del conflitto vi è stato un intervento di Prodi che suggeriva uno scisma nella NATO, coi Paesi latini e la Germania che avrebbero dovuto formare un’alleanza a sé per evitare di essere trascinati nella logica dei baltici e degli scandinavi, quest’ultimi che da neutrali si sono trasformati in membri dell’Alleanza Atlantica.

L’idea di tale divisione è coerente con quanto fatto da Romano Prodi. Nel 2008 vi fu il summit di Bucarest, che avrebbe dovuto sancire l’entrata di Kiev e Tbilisi nella NATO, venne bloccato dalla Merkel, da Sarkozy e pure da Prodi, che all’epoca era ancora premier.

Bisogna poi dire che abbiamo forzato le interpretazioni giuridiche, dicendo che fra neutralità assoluta e belligeranza c’è una situazione intermedia di diritto che consuetudinariamente viene accettata ed è la cosiddetta “non belligeranza”. Quindi aiutiamo il Paese aggredito fornendogli le armi, ma non siamo belligeranti, bensì in pace con la Russia. Si tratta di un distinguo importante che oggi è stato modificato da Macron. Credo che ciò dipenda dal fatto che la Francia voglia giocare un ruolo che le permetta di non farsi scavalcare dalla Polonia e bilanciare l’influenza che ha la Gran Bretagna appoggiando quella che io chiamo “l’alleanza del Nord”, composta da baltici e scandinavi.

Tra l’altro, il vero fronte della guerra è proprio quello finlandese, che si prolunga fino all’Artico. Con l’ingresso di Helsinki nella NATO si evidenzia il problema dell’isola finlandese su cui gli americani vogliono una base permanente che blocchi ai russi l’accesso all’Artico. Quest’ultimo è il fronte della guerra diretta fra USA, Russia e Cina ed è la base della cooperazione strategica fra queste ultime due: infatti costituisce la via più breve per arrivare al porto di Rotterdam ed è il vero completamento della Via della Seta.

Cerchiamo dunque di vedere le cose in senso globale, non solo nell’ottica di chi ha torto o chi ragione o di aggredito e aggressore. Le ragioni morali sono certamente comprensibili e giuridicamente giuste, ma non spiegano nulla sulla natura del conflitto in corso. C’è un tentativo di Mosca e Pechino di gareggiare per la guidare laridiscussione dell’ordine mondiale come vorrebbe il resto del mondo, composto da 7 miliardi di persone contrapposte al miliardo dell’Occidente. Inoltre si reggono su valori e posizioni antitetiche, perché nazionalismo e socialismo sono nati in Europa e da qui sono stati “esportati” nel mondo.

Poi in occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese l’Europa li ha abiurati, per abbracciare l’internazionalismo liberale con la conseguenza di un cambiamento radicale della nostra società. E invece il resto del mondo ha accolto con entusiasmo le due forze del socialismo e del nazionalismo e le ha ritorte contro di noi.

– La dottrina Monroe potrebbe essere applicata solo in un senso e non nell’altro? Domenico Quirico in un suo articolo afferma che “Putin non è Khrushchev”, sminuendo il presidente russo: ma il segretario generale del PCUS con l’invio dei missili a Cuba agiva molto lontano dai confini sovietici, mentre oggi la Russia rischia di avere basi NATO al suo confine. Crede che la dottrina possa valere solo per un parte o invece spiega lo scontro di India, Russia e Cina che desiderano il ridisegno degli assetti globali?

Noi abbiamo accettato che esista un solo ordinamento mondiale, un solo diritto internazionale. La questione viene discussa già dal XIX secolo: da un parte vi era lo ius publicum europeum dominante e dall’altra vi erano sistemi giuridici proclamati come la dottrina Monroe, che aveva un riscontro opposto in America Latina in funzione anti-statunitense e che proclamano la pluralità dei sistemi giuridici.

È una questione di egemonia: gli USA pensano che la loro sia un’egemonia benigna, ma il dibattito è molto acceso fra il diritto internazionale dei giuristi e le tesi dell’ordine basato sulle regole, che sono di carattere politici più che giuridico. Tali regole dovrebbero essere liberate accettate in tutto il mondo, ma quando non lo sono allora vi è un’imposizione da parte dei governi che le riconosco.

Si ha dunque un doppio sistema: uno proclamato dall’Occidente col suo internazionalismo liberal, dottrina dominante in USA negli ultimi due decenni, e uno derivante dal diritto internazionale onusiano che prevede l’uguaglianza degli Stati che però nel Consiglio di Sicurezza riconosce il peso di alcuni Paesi non demografico ma militare. D’altronde, l’ONU è nato proprio dalle potenze che oggi formano il Consiglio.

Giuridicamente la Russia ha torto perché ha aggredito un Paese sovrano, ma guardando alla sostanza si nota una disimmetria: per Mosca è una questione vitale, ma da parte occidentale c’è un impegno sempre più blando, tant’è vero che gli americani si stanno defilando, perché vorrebbero che fossero gli europei a gestire la faccenda e perché sanno che dovranno poi fare i conti con la Cina, oggi in grado di sfidare in modo radicale l’egemonia americana.

Contrariamente alla tendenza generale credo che fra Russia e Cina vi sia forte convergenza e sinergia: è evidente che la Russia non sia stata isolata, anzi abbia l’appoggio della Cina e di quei Paesi che vedono una forza in Mosca e che hanno conti in sospeso con l’Occidente. Ciò riguarda anche il Giappone: ricordiamoci che la guerra russo-giapponese fu una guerra per procura britannica.

Infine vorrei sottolineare che l’Occidente oggi è l’Europa, perché gli USA non sono proprio occidentali, ma americani, che si sono gradualmente europeizzati intervenendo nelle due guerre mondiali e prendendo l’eredità degli imperi coloniali europei. L’Occidente in realtà nacque con la guerra di Crimea, sorto dall’alleanza fra i due grandi nemici Francia e Inghilterra.

L’Occidente è nato dalla decisione della Francia di essere subalterna all’imperialismo britannico e dalla creazione di due satelliti, l’Italia unita e la Turchia. Il primo oggetto di interesse fu l’apertura del canale di Suez, oggi non più tema esclusivamente europeo. Dobbiamo fare i conti con la realtà: non controlliamo più il mondo come prima.

Marco Fontana
marco.fontana

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