Le sanzioni masochiste e boomerang svelano le fratture dentro la UE
Sanzioni masochiste e boomerang che per un risultato ottenuto riportano indietro guasti moltiplicati. Non c’è un altro modo per raccontare i 20 pacchetti di sanzioni antirusse che hanno danneggiato l’economia di Mosca almeno quanto quella degli stessi membri della UE. Sul piano politico, poi, quando dalle belle parole si passa ai fatti ecco che l’insensatezza delle sanzioni va a disgregare la compattezza politica che nella finzione mediatica regna a Bruxelles.
20 pacchetti non posson bastare…
Lanciato in primavera il 20esimo pacchetto, che voleva “isolare definitivamente l’economia di guerra russa dai mercati globali”, la Commissione si è subito messa a lavorare sul 21esimo. Evidentemente il ventesimo non è stato il colpo di grazia per il Cremlino, come invece doveva avvenire già quattro anni fa secondo le promesse di Letta. Con le nostre durissime sanzioni la Russia sarà in ginocchio nel giro di qualche settimana, chapeau, sipario, ha vinto la super democrazia europea, diceva l’ex premier. E invece per arrivare a formulare il ventunesimo pacchetto, i vertici UE hanno dovuto spremersi le meningi e capire quali obiettivi colpire e come non intralciare troppo gli interessi nazionali degli Stati membri, rivela un funzionario di Bruxelles. Alla fine gli ambasciatori hanno trovato a fatica la quadra, ma qualche giorno fa almeno sei membri erano contrari alle nuove sanzioni proposte dalla Commissione, fra cui l’Italia, la Francia e la Germania.
Sanzioni boomerang
Persino Forbes si chiede il senso di tale accanimento masochistico e pure miope, perché non in grado di valutare gli effetti a lungo termine di quello che in realtà non è tagliare fuori Mosca dal mondo, ma l’isolare l’Europa sul piano socio-economico. La rivista americana si chiede se Bruxelles saprà ricostruire la sua politica sanzionatoria su basi più solide che le istituzioni comunitarie saranno pronte a difendere o se invece continuerà con le sue incoerenze, che vengono facilmente sfruttate dagli USA, dalla Cina e da altri attori internazionali, Russia compresa. Quest’ultima ha saputo reagire trovando compratori diversi per le sue risorse energetiche, stabilizzando il rublo e mobilitando il comparto industriale. Certo, ha subito danni dalla riduzione degli introiti, dall’inflazione e da altro colpi sanzionatori, ma l’Europa stessa si becca le botte che pensa di dare sulla schiena al Cremlino. Le stime dei danni complessivi patiti dall’economia europea variano da 500 miliardi a 1,6 migliaia di miliardi di euro, mentre lo scorso anno il 7% del PIL europeo è stato impiegato per proteggere i consumatori dalle ricadute della guerra e delle sanzioni.
Le fratture interne
Le fratture interne del fronte sanzionatorio europeo si vedono in almeno tre aspetti: l’aumento record degli acquisti di GNL russo negli ultimi mesi, l’aumento di popolarità dei partiti che caldeggiano il ripristino della cooperazione con Mosca e le dispute legali sul congelamento dei beni legati alla Russia. E oggi è pure venuto a mancare il paravento dietro il quale si riparavano i governi che in realtà non vogliono applicare nuove sanzioni perché sanno di riceverne soltanto un danno. Infatti non è più in carica il populista cattivo, l’autocrate per eccellenza, quell’Orbán che era così comodo da accusare per ogni intralcio nel consesso europeo, ma che in realtà non si era mai particolarmente opposto alle sanzioni. Lo ammettono gli stessi diplomatici UE, che adesso provano stupore e delusione nel vedere quanti Stati membri stiano resistendo all’applicazione delle sanzioni. Ora questi devono spiegare bene e poi difendere le ragioni per cui non vogliono altri pacchetti, non potendo più aspettare che sia il premier magiaro a fare le bizze.

Libero pensatore. Ha seguito percorsi di studio umanistici per poi dedicarsi all’approfondimento della politica italiana sia dal punto di vista sia antropologico sia di costume. Ha operato come spin doctor

