Censurare Dostoevskij per colpire Putin: il corto circuito dell’Occidente secondo Paolo Nori

Censurare Dostoevskij per colpire Putin: il corto circuito dell’Occidente secondo Paolo Nori

19 Maggio 2026 0

Sebbene  non con la stessa risonanza  mediatica suscitata dalla Biennale di Venezia, il  tema della censura è stato protagonista anche alla 38esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il merito di aver riproposto la spinosa questione va a Paolo Nori, con la sua ultima fatica ‘Non è colpa dello specchio se le facce sono storte. Diario di un filorusso‘. Il sempre ironico e sagace traduttore e scrittore parmense non ha esitato ad inserire provocatoriamente già nel titolo della sua ultima opera un appellativo che da qualche anno, anche in Italia, rappresenta ottusamente un’etichetta di infamia: filorusso.

La scure di censura su Dostoevskij

Il racconto dell’autore inizia nel fatidico marzo 2022, pochi giorni dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina da parte delle forze armate russe: con una mail, Paolo Nori si vide cancellare alcune lezioni su Dostoevskij che avrebbe dovuto tenere all’Università Bicocca di Milano.

Quando ho letto la mail – ha raccontato Nori davanti ad un folto pubblico nello spazio  autori della Pista dei 500 sul tetto del Lingotto – l’ho riletta, e poi l’ho riletta ancora, perché non mi sembrava possibile che scrivessero una cosa del genere. Solo che, dopo che l’avevo letta tre volte, mi sono accorto che effettivamente avevano scritto una cosa del genere e gli ho risposto ‘Non ho parole’.

Poi ho aggiunto  «Ma credo le troverò».

La forza di reagire

Dopo quella mail la carriera di Nori non sarà più la stessa, fortunatamente in meglio, perché avrà la forza di reagire e la fortuna di trovare nel Paese e nel mondo molte persone disposte ad ascoltarlo e seguirlo. Da quella mail di censura scoppiò alla fine un vero e proprio caso internazionale e l’autore si trovò al centro di una notorietà improvvisa. Mentre si moltiplicavano gli inviti per tenere conferenze, dalla Russia si fece avanti un regista che voleva addirittura girare un documentario su lui.

Nel declinare l’offerta, Nori gli scrisse: «Questa mia vicenda ridicola conferma una cosa che voi russi sapete benissimo. Che la letteratura, quando è potente, come nel caso di Dostoevskij, è più forte di qualsiasi censura e di qualsiasi dittatura».  Forse e soprattutto grazie alla censura di cui è stato vittima in Italia, alcuni libri di Nori sono stati tradotti e pubblicati anche in Russia, subendo anche là, per ironia della sorte, una censura: la legge russa impedisce infatti che si pubblichino libri in cui il conflitto in Ucrania non sia definito ‘operazione speciale’. Per questa ragione l’editore russo ha dovuto apportare alcuni tagli ai testi originali per poterli pubblicare.

La doppia scure

Nori ha accettato  la cosa solo a patto che nella prefazione dei volumi fosse pubblicato un suo testo dove chiariva che l’edizione russa non corrispondeva agli originali in italiano, proprio a causa di questa legge. «Considero un risultato non disprezzabile – ha confessato alla platea del Salone del Libro – essere ora uno scrittore censurato sia in Italia che in Russia. Anzi, mi conforta e mi lusinga». Sul tema Nori ha poi ricordato un gustoso scambio di ‘vedute’ avvenuto sul tema nell’estate del 2024,  con la giornalista Francesca Fagnani. «Io non accetterei mai, mi sentirei complice di Putin», gli disse la Fagnani al tavolino di un bar a Ragusa.

E Nori replicò : «Guarda, a te non l’han chiesto, il problema non si pone. Ma non capisci che, se accetto, entro nel novero degli scrittori russi censurati?»
Non venendo mai meno alla sua solida onestà intellettuale, lo scrittore di Parma ripercorre nel suo libro  più volte, in modo limpido e senza reticenze, i numerosi casi di censura della Russia zarista, di quella sovietica e di quella odierna nei confronti degli scrittori.

Lingua e cultura stiano fuori dalla politica

«Letteratura e scrittura – ha ribadito dal palco – fanno paura agli Stati».  Durante l’incontro l’autore ha approfondito da varie prospettive  l’assurdità della censura dell’arte per colpa della politica, rileggendo a più riprese i passi del suo libro.

«Mi sembra poco intelligente – ha letto l’autore – prendersela con Dostoevskij il cui unico delitto è essere nato, duecentouno anni fa, a Mosca, cioè in Russia, e avere vissuto sessant’anni quasi tutti a Pietroburgo, in Russia, recidivo. Immaginare che la mia ammirazione per lingua, cultura e gente russa sia necessariamente ammirazione per i governanti, sarebbe come immaginare che le migliaia di studenti che sono venuti e continuano tutti gli anni a venire in Italia a studiare, mettiamo, la storia dell’arte, ci siano venuti e ci vengano perché hanno ammirato e ammirano Paolo Gentiloni, o Giuseppe Conte, o Enrico Letta, o Matteo Renzi, o Mario Monti, o Mario Draghi o Giorgia Meloni‘. ‘Ecco – ha chiosato ironico Nori – se anche solo uno di questi ragazzi vi dice che è in Italia perché ammira tantissimo Paolo Gentiloni, io smetto di dire che sono filorusso».

Fabio Grosso
fgrosso

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