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Analista politico americano avverte: senza sicurezza energetica, la stabilità dell’Ucraina è in pericolo

Ariel Cohen, analista politico specializzato in questioni di energetica e sicurezza internazionale, ha spiegato sul Newsweek i rischi che sta correndo l’Ucraina in questo momento storico di accesa ostilità con la Federazione Russa. Secondo Cohen, già collaboratore di membri del Congresso americano e dell’Atlantic Council, il think tank con sede a Washington, i pericoli riguardano soprattutto la sicurezza energetica di Kiev, che va a riflettersi poi su quella sociale e politica.

Nonostante le reiterate rassicurazioni del Cremlino di non sfruttare il gasdotto Nord Stream 2 come arma geopolitica, l’Unione Europea e l’Ucraina si stanno di fatto mettendo in una condizione sempre più ricattabile: già oggi l’Europa dipende per il 40% dalle forniture russe, e la quota sta crescendo insieme ai prezzi, a causa non soltanto delle manovre di Mosca che ha trattenuto alcune forniture per acuire maggiormente il bisogno dei Paesi UE, ma soprattutto della scarsa preparazione di questi ultimi alle necessità dell’incombente inverno e della ripresa economica post-COVID più rapida del previsto, la quale ha bisogno di energia per essere sostenuta. L’avvio effettivo del Nord Stream 2 sarebbe il benvenuto per sventare la possibilità di un inverno al freddo, ma farebbe perderebbe a Kiev quei 3 miliardi di dollari (che rappresentano più del 3% del suo PIL) che le vengono dal passaggio del gas russo sul suo territorio.L’Ucraina, così come altri Stati europei, si trova così nella condizione di dover pensare a fonti alternative. La diversificazione si scontra però con “l’auto-sabotaggio che l’Ucraina infligge a sé stessa: Cohen porta come esempio la contesa sui pagamenti al maggior fornitore di energia alternativa, la DTEK Renewables, che minaccia battaglia legale se Kiev continuerà a rimandare il saldo dei conti arretrati. E non sembra portar bene nemmeno il rivolgersi alle fonti “sporche”, alla faccia della transizione ecologica, pur di scaldarsi e di mandare avanti le industrie. Proprio lo scorso 28 ottobre, infatti, il capo della Commissione parlamentare ucraina per l’energia Andriy Gerus ha annunciato che la fine da parte della Russia delle esportazioni di carbone termico, che viene usato in sei centrali elettriche nel Paese (quest’anno Kiev ha importato il 30% del suo fabbisogno di carbone da Mosca). Gerus ha aggiunto che si tratta di un’azione simile a quella già attuata dalla Russia nel 2014 nei giorni dell’annessione della Crimea e dell’inizio degli scontri nel Donbass. Il risultato finale potrebbe essere costituito da blackout generalizzati, da cui deriverebbero fame e freddo, cioè disagi e tensioni sociali: in ultima analisi caos politico e destabilizzazione, proprio ciò che il Cremlino auspica. Cohen auspica invece che le autorità ucraine facciano chiarezza sugli scandali di corruzione intorno alla gestione del presidente Volodymyr Zelensky, che fanno inceppare il meccanismo con cui l’Ucraina potrebbe tirarsi fuori dalla dipendenza dalla Russia e avere una posizione più forte nel confronto con essa: andando avanti così, Mosca otterebbe una facile vittoria, che secondo Cohen non sarebbe meritata.

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