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A un anno dal golpe in Myanmar T.wai e Università di Torino ne tracciano contorni e scenari. Consiglio dell’UE annuncia nuove sanzioni

Il 1° febbraio 2021 le forze armate del Myanmar (Tatmadaw) hanno preso il potere con un colpo di stato. Le forze di sicurezza hanno arrestato membri del governo eletto, mentre molti altri attivisti sono stati costretti a nascondersi o a cercare rifugio all’estero. Ripristinando il dominio militare, i generali del Myanmar hanno posto fine a un breve periodo in cui hanno condiviso un po’ di potere con la National League for Democracy (NLD). Ad oggi, la traiettoria post-golpe del Myanmar rimane incerta.

Quello che sappiamo per certo è che in seguito al golpe le violazioni dei diritti umani sono state diffuse e la violenza è aumentata in tutto il Paese, sia nelle aree tradizionalmente controllate dal governo centrale che nelle periferie, governate da organizzazioni etniche, molte delle quali controllano proprie importanti forze armate. In questo contesto sono emerse diverse forme di protesta e alcuni parlamentari eletti – privati ​​con la forza della loro funzione rappresentativa – hanno istituito un governo di unità nazionale (NUG). Le organizzazioni armate etniche hanno assunto posizioni diverse e in continua evoluzione, rendendo difficile determinare le alleanze politiche e la loro durata. Per trovare risposte alle numerose incognite ed analizzare i possibili scenari, venerdì 17 e sabato 18 febbraio, T.wai (Torino World Affairs Institute), in collaborazione con l’Assessorato alle Culture, Politica e Società dell’Università di Torino e con il sostegno del Comune di Torino, Assessorato alla cooperazione internazionale e alla pace, e Fondazione Compagnia di San Paolo ha ospitato a un anno dal colpo di stato una conferenza internazionale ibrida.

L’iniziativa si è concentrata sugli aspetti pratici della comprensione e del coinvolgimento di una realtà politica profondamente contestata, rispondendo alle domande: quali sono le prospettive di un ritorno alle urne nel breve-medio periodo? Quali attori internazionali possono influenzare il corso degli eventi? In che misura il colpo di stato ha avuto un impatto sulla fragile economia del Myanmar? L’evento è stato aperto dai discorsi della vice-sindaco di Torino, Michela Favaro, e Giuseppe Gabusi, responsabile dell’Asia Prospects Program di T.wai e Assistant Professor di Economia politica internazionale ed Economia politica dell’Asia orientale presso l’Università di Torino. Cecilia Brighi, Secretary General, Italia Birmania Insieme Association, nel suo paper ha evidenziato il ruolo delle donne in Myanmar nell’arena politica e sociale durante gli ultimi 50 anni di dittatura militare. Ha spiegato anche attraverso foto, come le donne si sono preparate al loro ruolo primario nell’organizzare l’opposizione sociale e politica al nuovo colpo di stato militare. Il loro ruolo nell’istituire il CRPC (il Comitato che rappresenta i nuovi parlamentari eletti) e nelle manifestazioni dei primi mesi ha sconfitto la maggior parte delle norme sociali misogine, abbattendo gli stereotipi di genere e usandoli contro i militari. Il nuovo ruolo delle donne nella rivoluzione di primavera è stato preso di mira dall’esercito che ha inviato spie per minacciare le donne che vivono sole nelle città, le cui case erano facili bersagli di saccheggi e molestie, o le ha arrestate, spesso con i figli per minacciare i mariti o i familiari che erano nascosti e per convincerli ad arrendersi. Il ruolo delle donne nella rivoluzione di primavera sta decisamente cambiando i preconcetti culturali contro la leadership femminile nella politica e nelle organizzazioni sociali.

La conferenza ha inoltre analizzato l’impatto negativo del golpe sul sistema educativo, sui diritti umani e sul processo di democratizzazione precedentemente intrapreso dal Paese. Mhyma Melissa Bilbao, dottoranda presso la Dublin City University, nel suo documento scandaglia il ruolo della Comunità internazionale di fronte alla crisi: l’Unione Europea (UE) ha ottenuto molto da quando è entrata a far parte del Forum regionale dell’ASEAN (ARF) e ha portato avanti iniziative di diplomazia preventiva nel sud-est asiatico. Tuttavia, la sua sfida più difficile è stata il Myanmar. Con la mancanza di consenso da parte dell’ASEAN, l’immagine dell’UE come donatore di aiuti piuttosto che come attore di sicurezza nella regione e la disconnessione dall’opinione pubblica del Myanmar ne attenuano gli sforzi di sicurezza a lungo termine. Il Myanmar ha un grande bisogno di interventi esterni e manifestazioni per il ripristino della democrazia: l’UE può chiamare all’azione? Una prima risposta, seppur timida, è arrivata oggi dal Consiglio dell’UE adottando un quarto ciclo di sanzioni in considerazione del perdurare della grave situazione e dell’intensificarsi delle violazioni dei diritti umani in Myanmar. I nuovi inserimenti in elenco riguardano 22 persone e 4 entità, compresi ministri del governo, un membro del Consiglio di amministrazione dello Stato e membri della commissione elettorale dell’Unione, nonché membri di alto livello delle forze armate del Tatmadaw. Per quanto riguarda le entità sanzionate, si tratta o di imprese di proprietà dello Stato che forniscono considerevoli risorse al Tatmadaw, o di imprese private strettamente collegate ai vertici del Tatmadaw come Htoo Group, IGE (International Group of Enterprauners), Mining Enterprise 1 (ME 1) e Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE).

Le misure restrittive stabilite dal Consiglio dell’UE si applicano attualmente a un totale di 65 persone e 10 entità, e comprendono il congelamento dei beni e il divieto di mettere fondi a disposizione delle persone ed entità inserite in elenco. Inoltre, un divieto di viaggio impedisce loro di entrare o transitare nel territorio dell’UE. Restano d’applicazione anche le esistenti misure restrittive dell’UE che includono un embargo sulle armi e sulle attrezzature che possono essere utilizzate a fini di repressione interna, un divieto di esportazione di beni a duplice uso destinati ai militari e alla polizia di frontiera, restrizioni all’esportazione di attrezzature per il monitoraggio delle comunicazioni che potrebbero essere usate a fini di repressione interna, nonché un divieto di addestramento militare destinato al Tatmadaw e di cooperazione militare con lo stesso. Le misure restrittive si aggiungono alla sospensione dell’assistenza finanziaria dell’UE destinata direttamente al governo e al congelamento di tutti gli aiuti dell’UE che si ritenga possano legittimare la giunta. L’Unione europea si è detta “profondamente preoccupata per la continua escalation della violenza in Myanmar e per l’evoluzione verso un conflitto prolungato con implicazioni regionali. Dopo il colpo di Stato la situazione ha continuato a deteriorarsi in modo grave.” L’UE ha ribadito in via prioritaria la richiesta di cessare immediatamente tutte le ostilità e di porre fine all’uso sproporzionato della forza e allo stato di emergenza. Continuerà a fornire assistenza umanitaria, conformemente ai principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, ribadendo la richiesta che il diritto umanitario internazionale sia rispettato in toto e immediatamente.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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