A Kiev conviene accettare la realtà e terminare il prima possibile le ostilità
Il piano in 28 punti sottoposto dagli Stati Uniti alla Russia ha scontentato gli ultimi alleati di Kiev, che insistono per stracciarlo e andare avanti con le ostilità. E invece sarebbe l’occasione buona per fermare ed evitare così agli ucraini di scomparire come entità statale sovrana. Lo sostengono proprio gli esperti occidentali, che evidentemente non sono ascoltati dai governi di certi Paesi UE e dalla stessa Bruxelles.
Trump ce la può fare
Secondo Thomas Graham, collaboratore niente meno che del Council on Foreign Relations, sbagliano gli scettici a pensare che Trump non sarà in grado di far concludere un accordo alle controparti. Il presidente degli Stati Uniti deve solo riuscire ad applicare la forza persuasiva e le abilità diplomatiche di cui Washington dispone. L’elemento fondamentale risiede comunque nel momento storico che si è creato. L’occasione per redigere un accordo dal contenuto più vantaggioso per tutti è proprio questa. Soprattutto per Kiev. Come scrive lo stesso Graham su Foreign Affairs, la sua condizione da adesso in poi non può che peggiorare. Procedendo di questo passo vedrà sempre più distruzione delle infrastrutture e dell’economia, più erosione della sua società depauperata di persone fuggite altrove e di uomini morti al fronte, più territori mangiati dall’avanzata lenta e inesorabile dei russi. Dunque il momento migliore per fermarsi è adesso.
Pessime prospettive per Kiev
Gli scettici sostengono che Kiev non dovrebbe cedere alle richieste massimaliste di Mosca. L’Europa insiste affinché l’Ucraina resista e nel frattempo acquisisca potenza industriale e militare. Ma non è una prospettiva immediata, bensì si proietta in un imprecisato futuro. A dirla tutta, è altamente improbabile, anzi impossibile. Graham fa notare che gli stessi comandi ucraini riconoscono di non poter riprendere con la forza i territori perduti e che i governi europei evitino in tutti i modi di dare garanzie di sicurezza simili all’articolo 5 del Patto Atlantico. Inoltre, gli scandali di corruzione stanno consumando la fiducia dei cittadini ucraini in Zelensky e pure quella degli europei, indignati per la mangiatoia statale in cui finiscono i loro aiuti finanziari. L’immagine attuale dell’Ucraina è un’autocrazia povera e corrotta, che dipende esclusivamente dall’elemosina dei Paesi occidentali. E le vie per la futura ricostruzione politica ed economica si assottigliano giorno dopo giorno.
Distanze colmabili
Coloro che in Europa osteggiano l’accordo di pace e intendono continuare la lotta “fino all’ultimo ucraino” – forse persino coi propri soldati – asseriscono che le posizioni dei contendenti sono inconciliabili. In realtà i contorni dell’intesa sono già visibili, dice Graham. La distanza fra le loro richieste è colmabile. Si tratta solo di determinare i dettagli di una neutralità armata e di stabilire a chiare lettere che l’Ucraina non possa far parte della NATO. Al tempo stesso, l’Alleanza Atlantica non dovrà cercare di espandersi nello spazio ex sovietico, mentre Mosca dovrà ribadire di non essere contraria all’ingresso di Kiev nella UE. In questo modo la Russia potrebbe legittimamente proclamare di avere vinto, mentre l’Ucraina avrà conservato sovranità e indipendenza, due cose preziose più di una percentuale di territorio.
Un ultimo sforzo
Graham spera che gli USA dispieghino la loro “formidabile leva psicologica” sulla Russia allo scopo di convincerla a firmare. Trump è l’unico che possa convalidare lo status di Mosca come grande potenza e di Putin come leader di statura globale e in questo modo accontentare la Federazione Russa. Ma ai russi non basta un contentino mediatico, ma vogliono la normalizzazione delle relazioni, cioè rapportarsi agli USA in parità e col riconoscimento reciproco. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale emessa dall’amministrazione repubblica effettivamente non considera più la Russia come una minaccia. Washington dovrà organizzare gruppi di lavoro che includano anche gli ucraini e gli europei, sebbene questi ultimi siano i più riluttanti. Graham fa notare come di una tale operazione non siano brevi come Trump desidera e che il successo non è garantito. Ma “con un ultimo sforzo” il presidente americano potrebbe “mettere fine a una conflitto che altri ritengono irrisolvibile”.
L’ultima chance
Che questa sia forse l’ultima chance per Kiev di fermare le ostilità finché la sua sovranità è ancora sostanzialmente intatta, lo pensa anche Christopher Chivvis del Carnegie Endowment for International Peace. Il processo negoziale è qualcosa di tragico e di frustrante, ammette, e l’Ucraina si trova di fronte a una “scelta di Hobson” fra il male e il peggio. Ma tale situazione non si può risolvere buttandosi sulla retorica e sulla speranza, come fatto finora da Kiev e dai suoi partner europei. Questi ultimi, poi, sembrano trarre vantaggio dalla prosecuzione del conflitto, grazie al quale pensano in questo modo di guadagnare tempo per sfornare armamenti e rafforzarsi militarmente per aumentare la deterrenza contro Mosca.
Il piano americano sembra offrire più vantaggi ai russi che non agli ucraini, ma questi ultimi, supportati dagli occidentali, hanno sopravvalutato la loro capacità di ottenere condizioni favorevoli, finendo sempre per trovarsi davanti una Russia agguerrita e determinata, che non crolla come prevista. Sul Guardian Chivvis fa notare come le circostanze sul campo di battaglia e la crisi di corruzione interna debbano convincere i vertici ucraini e quelli europei a venire a patti con l’amara realtà, che è la seguente. Se dai negoziati emergeranno due elementi essenziali, cioè il mantenimento di una qualche capacità militare da parte di Kiev (e non la sua totale smilitarizzazione) e una qualche garanzia di sicurezza (anche debolissima), allora bisogna accettare al volo! Altrimenti Kiev in un prossimo futuro potrebbe trovarsi a negoziare non più l’estensione della sua sovranità, ma solamente i termini della sua trasformazione in Stato-vassallo di Mosca.
In dirittura finale
Il giornale britannico The Spectator è ottimista: il conflitto si sta avviando al suo finale. Forse serviranno ancora mesi, ma stanno emergendo in modo “doloroso e caotico” i contorni di un accordo di pace che faccia tacere le armi. Uno alla volta stanno cadendo i vari ostacoli che si frappongono alla cessazione delle ostilità. Ad esempio, è di pochi giorni fa la notizia che Zelensky ha finalmente ipotizzato lo svolgimento di elezioni, da lui sempre negate appellandosi alla legge marziale. Forse è stato Trump a fargli cambiare idea, sottolineando più volte che il suo mandato è scaduto addirittura a maggio del 2024. Zelensky, il cui gradimento popolare è sceso ormai al 20%, ha pure sventolato la possibilità di un referendum sul ritiro delle truppe dal Donbass.
Le sue fortune politiche dipendono dal modo in cui presenterà agli ucraini i dilemmi di un piano di pace che li vede sconfitti in tutte le opzioni. Questa è da tempo la realtà dei fatti, ma lui e gli alleati europei sono sempre riusciti a mascherarla dietro un paravento di retorica e di aiuti finanziari. Con qualche ritocco formale all’accordo, anche lui potrebbe mostrare di aver dato all’Ucraina l’esito migliore possibile. Che ora resta comunque la fine immediata delle ostilità.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.


