Crimini di guerra, una damnatio memoriae che segna il nuovo secolo
I crimini di guerra rappresentano un tema di centrale importanza nell’ambito del diritto internazionale umanitario. Infatti, a seguito del processo di Norimberga del 1945/46 si provò a codificarne le risultanze nel diritto positivo: si cominciò con un’articolata proposta di normazione per talune fattispecie e si proseguì con l’istituzione di tribunali internazionali ad hoc, per finire con la nascita della Corte Penale Internazionale grazie allo Statuto di Roma.
La banalità del male
I crimini di guerra si estendono alla popolazione civile in un contesto storico in cui a morire sono prevalentemente i civili, rispetto alla Seconda Guerra mondiale dove erano gli eserciti a subire la distruzione più ampia. Dopo il processo di Norimberga sembrava si fosse colta l’atrocità del colpire persone inermi quali donne, bambini, vecchi e in generale i civili, ma la storia recente non ha assorbito la tragica lezione dell’ultimo conflitto mondiale e sembra seguire con una sorta di “banalità del male”, per dirla con l’espressione coniata da Hannah Arendt, in cui l’orrore diventa una consuetudine moralmente agghiacciante.
Sembra che tutto passi sotto l’uscio e così il XX secolo con le devastazioni del Vietnam e della ex Jugoslavia sembra abbiano trovato una sorta di damnatio memoriae, espressione latina che indica una sanzione che nell’antica Urbe era generalmente applicata dal Senato. Faceva parte delle pene che potevano essere inflitte a una maiestas e prevedeva la abolitio nominis: il praenomen del condannato non si sarebbe tramandato in seno alla famiglia e si cancellavano tutte le raffigurazioni del condannato. In particolare pare che la damnatio memoriae possa rivolgersi non solo a persone, ma anche a Paesi, quando in occasione di guerre ricorrono a un uso cinico di azioni che possono arrivare fino al genocidio e si verifica una dimenticanza che il tempo contribuisce a nascondere dalla memoria.
Il Vietnam

L’esperienza del Vietnam è la più devastante fra le situazioni in cui un conflitto apre la porta al male peggiore che cova nell’animo umano, con un cinismo ed una cattiveria che non ha pari nel mondo animale. Infatti, come scrisse Sofocle nel primo stasimo dell’Antigone, Cosa tremenda è l’uomo… Oltre ogni speranza e ogni attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte volgendosi al male, altre al bene. Allorché s’accorda alle leggi della sua terra e alla giustizia giurata degli dèi siede in alto nella città; ma se si macchia di azioni malvagie e sfrontata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce. L’uomo è quindi tremendo nel bene quanto nel male. Ora sembra che i tempi moderni ce lo facciano apparire più nel senso negativo.
La guerra del Vietnam è forse il primo esempio terribile dei crimini di una guerra che gli americani non avrebbero mai potuto vincere, ma che ha comunque fatto male al popolo vietnamita con atti di una barbaria infinita. Proprio con riferimento a questo caso, Bertrand Russel in conclusione del tribunale di Stoccolma il 20 novembre del 1967 scriveva:
“Gli Stati Uniti portano la responsabilità per l’uso della forza in Vietnam, e, conseguentemente, hanno commesso contro questo Paese un crimine di aggressione ed un crimine contro la pace… e contro la popolazione civile ed obiettivi civili con sistematici ed intensi bombardamenti, gli USA hanno commesso un crimine di guerra”.
Trattamenti disumani
Questa è in parte anche legata all’uso delle forze armate di volere testare armi proibite dalle leggi di guerra: ad esempio il napalm, le bombe al fosforo, i gas venefici e i prodotti chimici tossici. I prigionieri di guerra catturati dai soldati USA furono soggetti a trattamenti disumani e proibiti dalle leggi internazionali. I governo degli USA è colpevole di genocidio verso l’intero popolo vietnamita. Russel non avrebbe visto l’inasprirsi di queste violenze con l’intensificarsi del conflitto e come atto di disperazione e di vendetta di Washington, che andava verso una sconfitta che si era in parte cercata.
Infatti non avrebbe mai potuto vincere una guerra condotta dal popolo vietnamita che era consapevole che solo con l’astuzia, la pazienza e lo spirito ideale che li rafforzava avrebbe avuto la meglio. Da notare che il casus belli venne creato proprio dagli USA sulla base di un episodio inesistente, un po’ come avrebbero fatto nel 2001 usando prove false per l’invasione dell’Afghanistan e nel 2003 con l’Iraq.
Tragedie su tragedie
Negli anni Novanta vi fu la tragedia dello smembramento della ex Jugoslavia, alla quale l’Italia diede il suo contributo col governo D’Alema, desideroso di apparire forte davanti all’amministrazione Clinton e agevolando così le sciagure del Kosovo. Ora, dopo i crimini di guerra in Afganistan e in Iraq (dimenticati in fretta) abbiamo di fronte i drammi seguenti in Ucraina e a Gaza, con doppie posizioni di intransigenza giusta nei confronti della Russia, spinta alla guerra tra fratelli – quali sono russi ed ucraini – dalla NATO su pressioni degli USA che volevano accerchiarla dopo la caduta del Muro di Berlino tradendo così le promesse fatte da Bush e Reagan a Gorbaciov.
Mentre esiste una forma di ipocrisia nei fatti su Gaza, dove la parola “genocidio” viene continuamente esorcizzata in una costante damnatio memoriae, eppure i crimini di guerra sono evidenti come in Ucraina, ma la stampa mostra ormai un’evidente falsità ipocrita incapace di prendere posizione e paurosa di offendere qualcuno. Siamo di fronte a un ciclo storico che all’inizio del 2000 sembrava preludere a un secolo di pace e di uguaglianza e invece è purtroppo il secolo dell’ipocrisia e della damnatio memoriae.

È Dottore commercialista, revisore contabile e Professore ordinario di Economia Aziendale, Università Bocconi. Docente senior dell’Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Ha insegnato presso l’Università di Parma e Trento. È stato visiting professor alla Harvard Business School e alla Harvard School of Public Health.
Ha rivestito il ruolo di membro della Commissione sul riordino dei sistemi di controllo presso il Dipartimento della Funzione Pubblica; componente dell’Accademia Italiana di Economia Aziendale e della Società Italiana di Storia della Ragioneria; membro del Comitato scientifico nazionale di Legautonomie; membro del Comitato scientifico dell’European Centre for Public Affairs, Bruxelles; membro del Consiglio Generale della Fondazione Cari-Parma e membro del Comitato editoriale delle riviste Azienda Pubblica ed “Economia & Management”.
Membro del Comitato Scientifico Editoriale della Rivista “Azienda Pubblica”, Maggioli Ed., Rimini , della Rivista “Economia & Management” RCS Ed. Milano, “Quaderni di ricerca sull’Artigianato”, Mestre , della rivista “Finanza” , Roma, Membro del comitato scientifico della rivista “I controlli nelle società” dell’Ordine dei Dottori commercialisti di Milano.
E’ stato membro della Commissione sui principi contabili delle amministrazioni pubbliche presso il Ministero dell’Interno



