Zelensky si lamenta e poi vuole garanzie ventennali, l’Europa al tavolo e niente concessioni territoriali

Zelensky si lamenta e poi vuole garanzie ventennali, l’Europa al tavolo e niente concessioni territoriali

16 Febbraio 2026 0

All’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha parlato anche Zelensky. Le sue dichiarazioni sull’evoluzione delle trattative arrivano a una settimana dal prossimo round di negoziati, previsto a Ginevra. In Germania il presidente ucraino ribadisce le consuete lamentele e i soliti punti fermi su cui Kiev insiste indipendentemente dallo sviluppo delle operazioni sul campo. In sintesi: niente concessioni territoriali; ingresso nella UE entro il 2027; garanzie di sicurezza almeno ventennali da parte degli Stati Uniti prima di firmare l’accordo di pace con Mosca.

Garanzie decennali

Se fosse per Bruxelles e Londra, le garanzie da dare a Kiev sarebbe d’acciaio e durerebbero un secolo. Ma la pallino ce l’ha in mano Washington, che ha un approccio più realistico degli europei e più ad ampio spettro. L’intenzione di Trump è opposta a quella dei Dem: trarre vantaggi dalla guerra certamente sì, ma senza fomentarla, anzi cercando di terminarla appena possibile. Perciò le garanzie di sicurezza – dunque militari – sono qualcosa che va concesso con cautela, se dall’altra parte della barricata ci sono i russi. L’Europa è frustrata dall’atteggiamento di Washington, ma può soltanto indignarsi e fare promesse vacue. Per il momento i negoziatori di Trump hanno offerto garanzie di 15 anni, ma Zelensky ne chiede 20 e con tutti i crismi legali e i dettagli dell’assistenza. Anzi, spara ancora più in alto: 30 anni o 50 anni sarebbe meglio, dice, ma vediamo prima cosa dice il Congresso…

Elezioni e territori

Da parte sua, l’amministrazione repubblicana preme sul presidente ucraino per fargli indire le elezioni politiche entro metà maggio. Anche qui, come sempre, Zelensky pone il cessate-il-fuoco come conditio sine qua non. Le votazioni si potranno fare almeno due mesi dopo che i soldati avranno cessate di sparare, spiega. E aggiunge che per firmare la tregua vorrebbe vedere lo svolgimento delle elezioni pure in Russia. A Mosca non intende a fare alcuna concessione territoriale sotto forma di ritiro delle truppe ucraine dalle parti del Donbass non ancora incorporate nella Federazione Russa. Ma Washinton gli suggerisce di cedere su questo punto, in modo da avere la pace in fretta. Nel suo discorso alla conferenza allude all’inquietante somiglianza con le concessioni del 1938 a favore di Hitler firmate proprio a Monaco, che non impedirono lo scoppio della Seconda Guerra mondiale. Sacrificare la Cecoslovacchia non servì all’intento, né dividere l’Ucraina aiuterà a terminare le ostilità così facilmente.

Niente Europa al tavolo?

Infine si lamenta dell’assenza dell’Europa al tavolo delle trattative. Trova che sia un “grave errore”, anche perché l’Ucraina sta facendo “davvero di tutto” affinché i negoziati riescano bene. Kiev, dice, si sta impegnando a coinvolgere gli europei nel processo di pace, poiché è nel loro stesso interesse che la loro opinione venga ascoltata e tenuta in considerazione. Beh, lo dica alla Kallas e alla von der Leyen, non a Trump né a Putin. È a Bruxelles che pestano i piedi per fare come dicono loro, senza rendersi conto di avere un’influenza troppo scarsa e una flessibilità inesistente per poter partecipare a un’iniziativa di carattere diplomatico. Conclude Zelensky: la “vera pace” che uscirà dalle trattative non sarà il fallimento di Ginevra del 2021 né lo “spirito di Anchorage” del 2025 desiderato dai russi. Sarà la pace come la vuole Kiev.

Martin King
Martin King

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