Una modesta proposta per la Valle di Susa
Una modesta proposta, dopo l’ennesimo sabato d’inizio estate di guerriglia in Valle di Susa, potrebbe essere questa: smetterla di raccontarsi che il problema sono sempre e soltanto gli “infiltrati”.
È una narrazione che ha avuto una sua utilità. Permette di salvare contemporaneamente il buon nome della Valle, quello del movimento e quello di tanti amministratori: i valsusini sarebbero ragionevoli, il dissenso sarebbe legittimo, il movimento pacifico; poi arrivano da Torino, dalla Francia o da qualche altro angolo d’Europa i casseurs, gli autonomi, gli anarchici e quelli che lanciano pietre contro la polizia. Una specie di meteorologia della violenza: cattivo tempo arrivato da fuori.
Peccato che dopo trent’anni la spiegazione cominci a mostrare qualche crepa
I fatti di sabato a Chiomonte – l’attacco al cantiere, il lancio di pietre, bombe carta, razzi, molotov, il ferimento di appartenenti alle forze dell’ordine – non sono semplicemente un incidente esterno alla vicenda No Tav. E soprattutto non sono un fenomeno improvvisamente comparso sulla scena. Sono il risultato, nemmeno così nuovo ad essere sinceri per davvero, di una cultura dello scontro che in Valle di Susa ha avuto decenni per sedimentarsi.
Askatasuna, ancora una volta, si è confermata uno dei nodi di quella rete antagonista che trova nella Valle un luogo privilegiato di esercitazione e di incontro internazionale. Ma il punto politico è proprio questo: perché continua a trovarlo qui?
La risposta non può essere soltanto nella capacità organizzativa degli antagonisti. C’è un terreno culturale che rende possibile quella presenza. E quel terreno è stato costruito anche dentro il movimento No Tav.
Se ne è avuta plastica rappresentazione nella conferenza stampa a due giorni dagli scontri, dove alla domanda sulla distinzione tra chi manifesta pacificamente e chi aggredisce le forze dell’ordine si risponde rilanciando la formula “siamo tutti Black Bloc”. Non è una sfumatura. È una dichiarazione politica. E quando un movimento rivendica di essere tutti insieme, dovrebbe avere il coraggio di essere tutti insieme anche nelle responsabilità.
Perché il problema non nasce sabato
Nasce, piuttosto, da una saldatura che dura da almeno vent’anni e che ha progressivamente messo insieme pezzi diversi, persino contraddittori, della Valle: la protesta ambientalista, il comunitarismo localista, tronconi di cattolicesimo progressista risemantizzato e ridotto a spiritualismo, la sinistra antagonista, l’autonomismo barricadero, le letture della Resistenza come processo incompiuto di cui ben conosciamo i frutti avvelenati di qualche decennio fa, fino alle componenti internazionaliste che hanno trasformato il cantiere della Torino-Lione nel simbolo di una battaglia globale contro il capitalismo, la Nato, la guerra, la globalizzazione.
È qui che il No Tav ha smesso, per una parte consistente della sua esperienza, di essere soltanto una posizione su un’infrastruttura. È diventato un paradigma. Una chiave attraverso la quale leggere ogni rapporto con lo Stato e, più in generale, ogni rapporto sociale.
La Valle non è più soltanto il luogo nel quale si contesta un’opera: è diventata il luogo nel quale si deve resistere.
E quando la resistenza diventa identità, ogni compromesso rischia di essere tradimento. Quando l’avversario diventa occupante, la protesta tende a diventare liberazione. Quando il cantiere è rappresentato come simbolo della violenza neoliberista e della guerra, chi lo assalta può perfino illudersi di non esercitare violenza, ma di opporsi alla Violenza con la maiuscola.
È una vecchia tentazione della storia politica: quella per cui la propria violenza, essendo risposta a una violenza originaria, cesserebbe di essere violenza
Una modesta proposta, allora, potrebbe essere rivolta innanzitutto a quel mondo cattolico che ha scelto di stare nella vicenda No Tav per prossimità alle persone, per attenzione alla terra, per difesa delle comunità. Tutte ragioni rispettabili. Ma proprio per questo sarebbe ora di chiedersi se la prossimità sia ancora possibile quando si è smarrita la capacità di dire dei no.
Il cardinale Roberto Repole, dopo i disordini di Chiomonte, ha fatto una cosa semplice e non scontata: ha detto che la violenza va condannata, isolata e sanzionata e che essa è incompatibile con il Vangelo e con la democrazia. Ma se questa è la posizione – Ubi episcopus, ibiecclesia – allora, per i credenti, deve valere anche quando la violenza arriva dalla parte con cui si è scelto di condividere un pezzo di strada. Non basterebbe nemmeno condannare le molotov (ma manco è stato fatto, per cui…) dopo aver contribuito, magari in origine in parte inconsapevolmente, a costruire una cultura nella quale l’avversario è sempre il nemico e lo Stato è sempre il colpevole. La malapianta di una certa ermeneutica della “scelta religiosa” continua a dare frutti avariati di sudditanza ad altre egemonie.
Finita l’epoca delle formule linguistiche
La stessa domanda riguarda la sinistra riformista. Il Partito Democratico non può continuare a pensare che il problema sia soltanto trovare la formula linguistica giusta per non irritare il mondo No Tav e contemporaneamente prendere le distanze dalla violenza. Dopo trent’anni, sarebbe forse il caso di proporre qualcosa di più ambizioso: un’alleanza repubblicana che rimetta insieme sviluppo e buonsenso, tutela ambientale e interesse nazionale, ascolto delle comunità e rispetto delle istituzioni.
Non una nuova crociata per il Tav. Piuttosto, una crociata – se proprio vogliamo usare il linguaggio simbolico tanto caro alla Valle – per restituire alla politica il diritto di essere politica. Perché la vera sconfitta della Valle di Susa sarebbe accettare che tutto debba essere letto attraverso il No Tav.
L’assicurazione a vita
Il piccolo potere territoriale, quello amministrativo, associativo, persino di sacrestia, ha contribuito per anni a questa riduzione. Ma sarebbe troppo generoso attribuire tutto alla sola ideologia. C’è stato anche, più prosaicamente, un piccolo calcolo di bottega.
Il No Tav è diventato per molti una sorta di assicurazione sulla vita: finché la Valle può essere raccontata come comunità assediata, finché esiste un nemico esterno contro cui stringersi, finché la questione dell’opera resta il grande discrimine attorno al quale misurare appartenenze e fedeltà, anche i piccoli poteri nati dal pensare e dal pensarsi in piccolo possono continuare a sopravvivere. Non serve nemmeno che tutti credano fino in fondo alla narrazione: è sufficiente che convenga non metterla in discussione.
Il problema della fedeltà alla causa
Così il problema dell’opera è diventato il problema della Valle; il problema della Valle è diventato il problema dei rapporti sociali; e il problema dei rapporti sociali è diventato, infine, la fedeltà o meno alla causa. Una sorta di patto implicito fra radicalità e conservazione: da una parte chi ha bisogno che il conflitto non finisca mai, dall’altra chi ha bisogno che nulla cambi davvero nel piccolo equilibrio dei poteri locali. Il paradosso è che una mobilitazione nata per contestare una grande opera e un modello di sviluppo può finire per proteggere proprio una dimensione politica piccola, autoreferenziale, incapace di immaginare la Valle oltre se stessa.
Così una comunità rischia di trasformarsi in una causa. E una causa, quando diventa totalizzante, non ha più bisogno soltanto di consenso: pretende appartenenza. Ma soprattutto produce una rendita: la rendita del conflitto, che consente a qualcuno di continuare a pensare in grande il nemico per non dover mai fare i conti con quanto piccolo è diventato il proprio orizzonte.
È forse questa la ragione per cui la Valle di Susa si è progressivamente autodefinita – o, in qualche misura, autoridotta – a simbolo. Un simbolo europeo della resistenza, certamente, ma proprio per questo anche un campo di esercitazione ideale per ogni radicalismo che abbia bisogno di un luogo nel quale il conflitto possa essere rappresentato come destino.
Le parole sono pietre
Persino il lessico ce lo dimostra e, si sa, le parole sono pietre. Terra, sangue, popolo, resistenza, occupazione, liberazione. Un immaginario quasi millenarista, nel quale la Valle appare talvolta come una piccola Vandea rovesciata, o come una terra basca trasportata nelle Alpi: non più semplicemente territorio, ma territorio da presidiare; non più comunità, ma comunità da difendere; non più amministrazione, ma controllo del territorio.
Ecco allora la vera modesta proposta: che qualcuno, finalmente, provi a disarmare la Valle prima culturalmente che militarmente. Non soltanto i cattolici che non vogliono arruolarsi sotto le bandiere del trenocrociato, non soltanto la sinistra democratica, ma tutti quei mondi civici, associativi e istituzionali che non si riconoscono nella logica del muro contro muro dovrebbero smettere di considerarsi minoranze timorose e tornare a contendersi apertamente il significato della parola territorio.
La richiesta di ordine non basta
È qui che si misura anche la responsabilità della destra e dei moderati: sarebbe un errore reagire all’identitarismo antagonista con un identitarismo speculare, quello del solo law and order, come se bastasse invocare più ordine per tornare a fare politica. La sicurezza è una condizione della libertà, non una visione del mondo; il rispetto della legge è il presupposto del confronto democratico, non il suo contenuto. Se la destra si limita a chiedere ordine e una parte della sinistra continua a chiedere comprensione, il conflitto resterà esattamente dove è stato portato: fuori dalla politica e dentro una guerra di appartenenze.
Servirebbe invece qualcuno capace di dire che si può amare una valle senza trasformarla in una fortezza, difendere un territorio senza considerare lo Stato un esercito occupante, contestare un’opera senza essere contro la Repubblica. E soprattutto che si può essere valsusini senza dover essere No Tav.
Perché il vero conto della cultura dello scontro frontale con lo Stato, costruita pazientemente in trent’anni, potrebbe non essere ancora arrivato. E forse sarebbe il caso di non aspettare che presenti il prossimo conto.

Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del progetto “Comunità Connesse” (e dell’omonima rivista) presso il Centro Studi “Silvio Pellico”. Opera all’interno di quest’ETS anche dirigendo Gondour Edizioni e le sue sei collane.
Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d’impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell’Esecutivo nazionale del Mcl – Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d’amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Nel board del think tank torinese “Rinascimento Europeo”, è pure nel direttivo del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri.
Con Giorgio Merlo ha scritto “I Granata” (Daniela Piazza Editore) e con Danilo Careglio edito da Marcovalerio/Vita, “Fila – un sogno color granata”.



