Le ultime manovre di Zelensky sgonfiano le illusioni dell’Occidente su di lui
Con le destituzioni di ministri e le risistemazioni di imperio camuffate da rimpasto di governo Zelensky ha deluso i suoi fan occidentali, costretti ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare queste manovre con le presunte necessità politiche dell’Ucraina. Secondo un’analisi proposta dall’American Conservative, sta diventando chiaro come il presidente (col mandato scaduto da due anni) stia fondamentalmente cercando di conservare il potere il più a lungo possibile.
Un’altra grossa crisi politica
Nelle ultime settimane Zelensky ha affrontato la sua crisi politica peggiore da un anno a questa parte. E proprio come nel 2025, gli analisti e i media hanno allestito una narrativa a suo favore, con cui hanno sminuito le palesi disfunzionalità politiche e frainteso le lotte di potere che oggi conducono le danze. Nel luglio dell’anno scorso, Zelensky aveva firmato una legge che limitava severamente l’autonomia delle agenzie anti-corruzione nazionali. ponendole sotto il controllo del procuratore generale, un funzionario nominato proprio dal presidente e cioè scelto dallo stesso Zelensky.
I manifestanti inondarono le piazze e l’Unione Europea reagì aspramente, ammonendo che tale mossa avrebbe complicato il percorso di Kiev verso la membership. Col trambusto che evidentemente non aveva previsto, Zelensky finì per ristabilire l’indipendenza delle agenzie. Quasi esattamente un anno dopo, il presidente ha di nuovo fatto infuriare molti dei suoi concittadini licenziando il popolare ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che era in carica da appena sei mesi. Gli ucraini stanno ancora protestando a migliaia per chiedere la riassunzione di Federov.
Licenzia uno e licenzia l’altro
Ora, si potrebbe pensare che il maldestro tentativo di Zelenksy di reprimere gli organi anti-corruzione e oggi di licenziare nel corso di una guerra un promettente ministro della Difesa generino come minimo un certo scetticismo riguardo alla sua credibilità di leader. Ed ecco, si potrebbe sbagliare a pensarlo. Fra i suoi sostenitori occidentali entrambi gli episodi vengono visti semplicemente come sbagli inusuali, anzi addirittura come la prova della resilienza democratica dell’Ucraina nel quadro della sua trasformazione in un Paese di stampo occidentale.
Mentre i manifestanti marciavano per appoggiare Fedorov, lo storico ed editorialista americano Max Boot dello Washington Post dava una reazione tipica: Ciò che l’Ucraina dimostra è che nonostante il potere detenuto da un presidente in tempo di guerra vi sono controlli ed equilibri sul processo decisionale di Zelensky. È un’affermazione che contiene una dose di verità e gli eventi successivi sembrano dimostrarlo. Mentre il leader ucraino non cambiava la sua scelta nel caso Fedorov, lanciava però un osso ai manifestanti, licenziando pure il comandante in capo Oleksandr Syrsky che aveva una faida con Fedorov e sostituendolo col più giovane e popolare Mykhailo Drapaty, particolarmente ben visto dai filo-Fedorov.
Agiografia sfacciata
Boot comunque non si è limitato a esprimere ammirazione per la “resilienza democratica” dell’Ucraina, ma elogia platealmente Zelensky: Dei leader dei quasi 200 Paesi del mondo, non ve ne è nessuno che io ammiri quanto Volodymyr Zelensky, aggiungendo che ha dimostrato un coraggio con pochi eguali dai tempi di Winston Churchill. Il licenziamento di Fedorov, spiega, non dovrebbe scuotere la fede in Zelensky, che non ha affatto intrapreso la strada autocratica di reprimere le proteste. Retwittando l’articolo di Boot, la leggenda scacchistica Garry Kasparov dice che l’Ucraina sta ricordando all’Occidente i suoi valori fondamentali. Ma i fatti non riescono a sostenere una tale agiografica.
Senza dubbio Zelensky si è comportato in maniera ammirevole nelle prime settimane dell’invasione russa, radunando assieme gli ucraini in un momento di ansia estrema. Ma da allora ha ripetutamente dimostrato che sono i suoi interessi politici a dettare legge e talvolta a intralciare la sua leadership di guerra, con la destituzione di Fedorov che è l’ultimo esempio. In una relazione di prossima uscita del Carnegie Russia Eurasia Center, bozza che l’American Conservative ha potuto visionare, viene raccontata la forza motrice del risistemazione della sfera militare per mano di Zelensky: Il cambio riflette una scelta politica più ampia a favore della coesione invece che delle riforme profonde nel cuore dello Stato: la sfera della sicurezza che oggi consuma il 60% della spesa pubblica, scrive l’autore Balazs Jarabik.
Contrasti di vedute
Il 35enne Fedorov è divenuto il simbolo dei progressi ucraini nelle tecnologie di difesa, nella guerra dei droni e nei colpi in profondità dentro la Russia. Il suo mandato è coinciso con una fase della guerra in cui Kiev è sembrata acquisire dinamismo, guadagnandoli molti simpatizzanti fra il popolo e anche nelle capitali europee. Un professionista dello web marketing ed ex ministro della trasformazione digitale, Fedorov ha finito per rappresentare il lato dell’Ucraina più simpatico, disposto alle riforme e orientato verso Occidente. Dunque uno stridente contrasto è emerso quando si è saputo che si stava scontrando con Syrksy, che compierà 61 anni fra poco e che si è formato nell’Armata Rossa. Soprannominato “il macellaio”, Syrsky è notoriamente incline alle tattiche di fanteria di stile sovietico, con un’alta tolleranza alle perdite quando persegue obiettivi strategici.
Non meraviglia quindi che non sia amato dalla maggior parte degli ucraini e delle loro famiglie, che invece riponevano speranze in Fedorov. E allora quest’ultimo dove ha sbagliato? Forse ha fatto il proprio lavoro fin troppo bene e ha così ha dato fastidio ad ufficiali e funzionari che pensava dovessero svolgere meglio il proprio ruolo. Jarabik scirve che le ultime mosse di Zelensky riaffermano il suo principio che nessuna istituzione o individuo quale che sia la popolarità o i conseguimenti di guerra debbano evolversi fino a diventare centri indipendenti di autorità politica. E ha detto pure poco, perché evidentemente nell’Ucraina di Zelensky la popolarità e i successi in tempo di guerra aumentano la possibilità di essere licenziati.
I sondaggi dicono…
A febbraio del 2024 Zelensky aveva licenziato l’allora comandato in capo Valery Zaluzhny, divenuto iconico per aver guidato la controffensiva nelle prime fasi del conflitto. Nell’ottobre dello stesso anno il presidente aveva inoltre cercato di togliere di mezzo il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov, un soldato decorato conosciuto sia per la gloria sul campo che per la competenza buorocratica. Mentre crescevano le voci e lo sdegno, Zelensky lo ha infine lasciato in pace, ma ha fatto fuori i suoi vice più altolocati. Le tre figure politiche di cui la società si fida più di Zelensky secondo un sondaggio recentissimo sono proprio Zaluzhny, Fedorov e Budanov.
Il gradimento di Fedorov ha superato quello del presidente dopo il suo licenziamento a luglio, ma è difficile sfuggire a una sconvolgente conclusione: Zelensky opera per elminare i rivali politici, che in pratica significa abbattere i suoi uomini più in gamba. Vero è che il potere di Zelensky resta limitato dall’opinione pubblica, ma questo è stato il caso praticamente di tutti i leader politici della storia, dai re medievali ai dittatori del XXI secolo. Certamente un’autorità ferma e di polso è necessaria in tempo di crisi, ma l’immagine di Zelensky come modello di leadership liberale e democratica in tempo di guerra è difficile da far combaciare coi suoi sforzi di frenare le inchieste sulla corruzione e di trasformare la sicurezza dello Stato in uno strumento di potere presidenziale.
Forzature politico-culturali
La tendenza a fare dell’Ucraina la protagonista di un melodramma morale di aspirazioni occidentali nasconde queste complessità e fa più male che bene. Dopo tutto, il tentativo degli USA di portare Kiev nell’orbita occidentale è ciò che ha provocato la Russia ad attaccare. Qualsiasi accordo plausibile trasformerebbe l’Ucraina in uno Stato cuscinetto impegnato a un non allineamento militare, un’idea contrastata da chi invece fantastica di un’Ucraina all’occidentale. Culturamente , politicamente e geograficamente l’Ucraina non è mai stata un Paese completamente occidentale e nessuno wishful thinking o grande e artificiosa narrativa possono cambiarlo. I politologi e i leader euroamericani dovrebbero trattare l’ultimo scandalo di Zelensky come un’opportunità per raggiungere una visione più bilanciata del Paese che lui guida e del modo in cui lo governa.

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