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Ucraina, Pechino: “continueremo a promuovere la pace, l’uscio non è del tutto chiuso” ma “non parliamo di invasione”

Come osservato dal presidente dell’Unione cristiano-democratica (Cdu), Friedrich Merz, nel corso di un intervento all’emittente radiotelevisiva “Ard” Pechino starebbe osservando da semplice spettatore il conflitto che si sta consumando tra Kiev e Mosca come se stesse studiando un esperimento da laboratorio. Secondo il leader democristiano tedesco la Cina avrebbe gli occhi puntati per capire se gli attori in gioco, cioè Stati Uniti, Ue e Russia compresa hanno la forza di “difendere la loro libertà, la loro democrazia, il loro ordine basato sui valori in maniera chiara e adeguata“. Questo ‘gioco’ mirerebbe a comprendere quanto possa spingersi in là a livello militare Pechino per chiudere l’annessione di Taiwan, l’unico argomento che veramente “è all’ordine del giorno in Cina“.

Che sia o meno plausibile il parallelismo tracciato da Merz sui dossier aperti del Donbass e di Taiwan, sicuramente in queste ore Pechino chiamata ad esprimersi sull’attacco mosso dal presidente russo tramite l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite, Zhang Jun, ha invitato “Tutte le parti coinvolte” ad “esercitare controllo ed evitare un’ulteriore escalation“, sottolineando poi che la Cina “continuerà a promuovere colloqui di pace“. E ha poi ricordato come la Cina abbia stigmatizzato più volte che la questione ucraina ha una storia complessa e l’evoluzione della situazione è il risultato dell’effetto combinato di vari fattori, ha osservato. Più stizzita invece la risposta del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, che nel briefing quotidiano con la stampa, all’ennesima domanda di una giornalista che definiva “invasione” quella promossa dal presidente Vladimir Putin ha replicato “l’uso preconcetto delle parole è il tipico stile di fare le domande dei media occidentali“. Non è mancata neppure una stoccata agli Stati Uniti; il ministero degli Esteri cinese infatti ha chiarito che “A differenza degli Stati Uniti, la CINA non fornirà mai armi a una delle parti in conflitto in Ucraina” e comunque “la Russia non avrebbe bisogno di tale assistenza“. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in una telefonata con il suo omologo russo Sergey Lavrov, avrebbe comunque affermato che le “preoccupazioni” che hanno portato la Russia ad attaccare l’Ucraina sono “ragionevoli“. Il ministro pur premettendo che “La Cina ha sempre rispettato la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i paesi” ha rimarcato però che “nello stesso tempo, abbiamo constatato che la questione ucraina è una vicenda particolare e complicata. Noi comprendiamo le preoccupazioni ragionevoli della Russia in materia di sicurezza“. 

InfograficaLa mappa dell’Ucraina e delle Repubbliche Separatiste

Una presa di posizione quindi piuttosto distante da quella del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg che con un tweet ha affermato che la mossa della Russia è stata un “attacco sconsiderato all’Ucraina, che mette a rischio innumerevoli vite civili“. Intanto l’Ambasciata cinese in Ucraina comunque in mattinata aveva invitato i connazionali di restare a casa e di esporre la bandiera cinese sui veicoli per la sicurezza. Nell’avviso pubblicato dalla diplomazia cinese a Kiev si legge che “La situazione in Ucraina si è deteriorata drammaticamente. Ci sono stati bombardamenti in molteplici città e le operazioni militari sono in corso“inoltre si consiglia di “rimanere a casa lontano da finestre e vetri” e di prestare attenzione “camminando per strada perchè si può diventare bersaglio di attacchi“, mentre il traffico “può essere bloccato in qualsiasi momento“. Inoltre, per chi viaggia in auto il consiglio è di esporre “la bandiera cinese“.

La chiave di lettura cinese del conflitto in Ucraina secondo i media filo Pechino

Chen Hongbin, capo economista della Sealand Securities Co. nota società finanziaria e di consulenza sugli investimenti in titoli in Cina, ha redatto una approfondita analisi per il China Daily della crisi ucraina, nella quale spiega come i fattori geopolitici esistano (leggasi espansionismo NATO), ma pesanti sono anche altri fattori e primo fra tutti la lotta per gli interessi economici. Al centro del conflitto tra Usa e Russia, dove l’Europa sarebbe solo uno spettatore, ci sarebbe quanto avvenuto tra il 2016 e il 2020: cioè l’aumento esponenziale della produzione di gas naturale negli Stati Uniti, aumentata da 727,4 miliardi di metri cubi a 914,6 miliardi di metri cubi, rappresentando quindi l’85% dell’aumento della fornitura globale di gas naturale, grazie alla produzione di gas di scisto. Dietro quindi all’acutizzarsi dell’attacco all’apertura del Nord Stream 2 e al peggioramento dei rapporti diplomatici con il Cremlino vi sarebbe il fatto che L’aumento della produzione ha anche reso gli Stati Uniti uno dei principali esportatori di gas naturale nel mondo”.

Gli Stati Uniti hanno esportato 137,5 miliardi di metri cubi di gas naturale nel 2020, rappresentando l’11% del commercio mondiale di gas naturale, secondo solo alla Russia. Ed entro la fine di quest’anno, è probabile che gli Stati Uniti dispongano della più grande capacità di esportazione di gas naturale liquefatto al mondo, superando Australia e Qatar. Se circa l’80% del gas naturale prodotto dagli Stati Uniti viene consumato sul mercato interno, il resto però viene esportato e qua si aprono le ragioni della conflittualità crescente statunitense. “Circa il 55% del gas naturale esportato dagli Stati Uniti nel 2020 è stato fornito al Canada e al Messico attraverso gasdotti. È difficile per gli Stati Uniti però aumentare ulteriormente le importazioni nei due paesi, dal momento che il Messico ha richieste limitate mentre anche il Canada stesso è un importante produttore di gas naturale“. Quindi – secondo Hongbin – gli Stati Uniti sarebbero alla disperata ricerca di nuovi acquirenti per il loro gas naturale.

I dati dell’export di GNL dicono che circa il 41,7% delle esportazioni di GNL degli Stati Uniti nel 2020 è stato destinato al mercato europeo, seguito da Giappone, Repubblica di Corea e Cina, che insieme rappresentano il 30,6%. Ma la Cina, la cui domanda di naturale è alta, importa solo il 5% delle esportazioni di GNL degli Stati Uniti, il che è improbabile che cambi dato il peggioramento delle relazioni tra le due parti. “Inoltre, rispetto ai principali esportatori di GNL nel mercato del nord-est asiatico come il Qatar e l’Australia, gli Stati Uniti presentano molti svantaggi come gli elevati costi di estrazione e le lunghe distanze di trasporto. E poi a medio e lungo termine, il GNL statunitense dovrà affrontare la forte concorrenza del gas naturale russo di alta qualità ma relativamente economico. Quindi è difficile per gli Stati Uniti diventare il principale esportatore di GNL in paesi come il Giappone e la ROK. Proprio per questo il significato strategico del mercato europeo è diventato sempre più importante per gli Stati Uniti“.

Il Vecchio Continente, essendo la terza regione mondiale di consumo di gas naturale, già oggi è fortemente dipendente dalle importazioni di gas naturale, ma l’obiettivo della neutralità dal carbonio ha aumentato la domanda di gas naturale nella regione, e gli Stati Uniti vorrebbero puntano a capitalizzarne gli utili. L’unico ostacolo – secondo il giornale cinese – è che l’Europa è fortemente dipendente dal gasdotto russo, nonostante sia già un buon importatore di GNL Statunitense. Ed in effetti, importa oltre il 40 percento del suo gas naturale dalla Russia. “Pertanto, se gli Stati Uniti vogliono cambiare il modello del mercato del gas naturale esistente in Europa, devono trovare un modo per spingere la Russia fuori dal mercato europeo“. Purtroppo il GNL statunitense è ancora caro, troppo caro per gli europei e ciò rende ancora difficile per Washington spingere Mosca fuori dal mercato europeo. Il costo di produzione della Russia è rimasto a 0,75-0,9 dollari per milione di unità termiche britanniche (MMBtu) negli ultimi anni, mentre il costo di estrazione del gas di scisto negli Stati Uniti è di circa 1,6-3 dollari per MMBtu. Inoltre, anche il costo di trasporto del GNL statunitense è superiore a quello del gasdotto russo, perché gli Stati Uniti devono fornire il carburante attraverso l’Atlantico mentre la Russia è vicina al mercato europeo e presenta evidenti vantaggi in termini di costi di trasporto. Le esportazioni di GNL degli Stati Uniti in Europa sono state solo marginalmente redditizie, ma la crisi ucraina ha reso l’attività redditizia. Il costo del GNL statunitense per l’Europa è di $ 5-8/MMBtu e il prezzo del gas naturale TTF olandese è rimasto al di sotto di questo intervallo per la maggior parte degli ultimi tre anni.

La Vignetta – La lotta per la supremazia nelle esportazioni del gas

Ed ecco quindi la ragione dei reiterati tentativi di Joe Biden di stoppare il Nord Stream 2, un gasdotto che avrebbe ridotto ancora di più i costi di accesso al gas russo, perchè avrebbe tagliato fuori tutta una serie di paesi di transito e quindi delle maggiorazioni tariffarie connesse. Non c’è da stupirsi che il Congresso degli Stati Uniti abbia approvato 200 milioni di dollari in nuovi aiuti alla difesa all’Ucraina nel dicembre dello scorso anno e l’ambasciata degli Stati Uniti a Kiev ha confermato che parti degli aiuti sono arrivati ​​nel paese il 22 gennaio. Questa non è solo una scommessa sicura rispetto all’aumento del GNL esporta in Europa, ma soddisferà anche gli interessi strategici a lungo termine e gli interessi economici a breve termine degli Stati Uniti per contrastare la Russia. D’altra parte se prima dell’aprile 2021, il commercio di GNL tra Stati Uniti ed Europa ha prodotto scarsi profitti per Washington, dopo lo scoppio della crisi ucraina nel marzo dello scorso anno, il prezzo del gas naturale in Europa è aumentato, anzi è aumentato di 10 volte dall’inizio alla fine del 2021. Le esportazioni di GNL in Europa offrono enormi margini di profitto agli Stati Uniti e si stima che nel solo secondo e terzo trimestre del 2021, l’utile netto degli Stati Uniti dal commercio di GNL con l’Europa abbia superato i 2 miliardi di dollari. Ecco la ragione dei grandi investimenti Usa verso Kiev, sicuramente non solo per spirito di difesa della libertà di un paese non NATO ma soprattutto un mezzo per aumentare i profitti economici dalla esportazione di GNL.

Anche il Global Times da una chiave di lettura analoga. L’house organ del Partito comunista cinese ha raccolto l’opinione di Yang Jin, ricercatore associato presso l’Institute of Russian, Eastern European, ed esperto di studi dell’Asia centrale nell’ambito dell’Accademia cinese delle scienze sociali: “Credo che l’operazione militare russa sia una reazione di Mosca alla pressione esercitata dai paesi occidentali sulla Russia per molto tempo, dimostrando che Mosca non può più tollerare“. Sicura “Come si evolverà la situazione, penso che dobbiamo prenderci più tempo per osservare. In primo luogo, dobbiamo concentrarci sull’atteggiamento degli Stati Uniti, sul fatto se e come Washington lancerà una guerra diretta contro la Russia“, ha detto Yang, osservando che tutto dipende su come reagirà la NATO.

La sindrome dell’accerchiamento occidentale

L’attacco inaspettato comandato dal presidente della Federazione Russa in queste ore però sta facendo emergere come lo scenario della sindrome da accerchiamento, fino a ieri attribuito al Cremlino ad esempio dal presidente della Commissione Affari Esteri di Montecitorio Piero Fassino, oggi sia da attribuire più che altro all’Occidente. Il ‘Financial Times’ infatti vede nella mossa russa un asse Mosca-Pechino. Un asse che nel corso degli ultimi anni si è andato rafforzando e del quale il conflitto ucraino rappresenta in qualche modo la saldatura, perchè “la Cina – secondo il quotidiano economico inglese – è pronta a mitigare il colpo” che le sanzioni occidentali potrebbero infliggere all’economia russa, offrendo così al Cremlino quella sponda che più conta in questo momento, visto che sul tavolo delle cancellerie della Nato l’opzione di un intervento militare in Ucraina non è al momento contemplato.

Sulla stella lunghezza d’onda il New York Times e Washington Post. Entrambe le testate statunitensi in due articolate analisi si dicono preoccupate che meno di un mese fa sia stato stretto un patto di amicizia tra Xi Jinping e Putin ai giochi olimpici invernali di Pechino, ha evitato di condannare la Russia. La preoccupazione è quindi

In verità questa ricostruzione, almeno al momento attuale, pare più dettata dallo sconcerto visto che dalle colonne del People’s daily, edizione in inglese dell’organo del Partito comunista cinese, si mette più in rilievo la lettera inviata da Xi Jinping per la cerimonia di inaugurazione della “Mwalimu Julius Nyerere Leadership School” in Tanzania. Il leader cinese ha colto quest’occasione (apparentemente secondaria ma nell’ottica comunista rilevante perchè la scuola di politica tanzaniana è stata fondata dai partiti ‘fratelli’ di Mozambico, Sudafrica, Angola, Namibia e Zimbabwe) per sottolineare che “poiché il mondo sta attraversando cambiamenti che raramente si vedono in un secolo, la Cina e l’Africa devono rafforzare la solidarietà e la cooperazione più che mai per far fronte a rischi e sfide, promuovere lo sviluppo comune e migliorare il benessere delle persone”. Un modo per ribadire l’interesse di Pechino a consolidare la sua già robusta presenza nel continente africano. Pechino pare quindi più concentrata a espandere la propria sfera d’influenza, utilizzando lo scontro tra Usa, Ue e Russia, piuttosto che a pensare ad una vera discesa in campo a fianco di Mosca.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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