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Siria, la cruda realtà non combacia con il nuovo Eden descritto da Assad

Sconfitto il Daesh, o quanto meno ridotto a piccole cellule sparse nel deserto, la Siria sarebbe un posto sicuro e “il ritorno degli sfollati nelle aree liberate dal terrorismo è una priorità nazionale per lo Stato, che ha compiuto grandi sforzi per ricostruire le infrastrutture nel paese e trovare opportunità di lavoro per i rimpatriati”. Questa la favola bella del governo di Damasco: il volto sfigurato di un Paese che si risolleva dalle macerie viene propagandato in questo modo dai media fedeli ad Assad.

Così l’agenzia di stampa Sana, che il 28 luglio scorso pubblica una nota congiunta dei Comitati di coordinamento siriano e russo per il ritorno dei rifugiati, in cui con roboanti annunci si ribadisce «la necessità della ricostruzione e della eliminazione di focolai terroristici», e che gli ostacoli maggiori per i rimpatri nelle aree liberate sono ancora rappresentati dalla politica delle sanzioni adottata dai paesi occidentali, che frenano quel processo di rinascita. Ancora, fra le concause che rallentano questo “new deal” in salsa damascena, i due alleati strategici annoverano lo schieramento «illegittimo delle forze di occupazione straniere sul territorio». Il riferimento, velato, è alle truppe di Ankara e alle milizie mercenarie che le sostengono, allineate dal 2018 nel nord-ovest del Paese. Una presenza ingombrante che non farebbe dormire sonni tranquilli al presidente Bashar al- Assad.

Non è un caso che negli ultimi giorni ci sarebbero stati due raid sferrati dall’aviazione russa contro milizie filoturche: uno a Basileahaya e l’altro a Jabal al-Ahlam nel sottodistretto di Sherawa nelle campagne di Afrin, aree di influenza di Ankara e dell’Esercito nazionale siriano suo alleato. La notizia era stata riportata lo scorso 26 settembre dall’Organizzazione per i diritti umani di Afrin, riprendendo quanto segnalato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr). Nell’ultimo attacco avrebbero perso la vita undici miliziani della divisione al-Hamzat, sostenuta dai turchi.

Insomma, nulla di nuovo sotto il cocente sole del Levante, che infiamma un conflitto mai cessato. La società siriana oggi si ritrova più frammentata socialmente, politicamente e geograficamente di prima e nessuno dei problemi sociali, che hanno causato le proteste del 2011, è stato risolto. La seducente dichiarazione di intenti di Damasco e Mosca contrasta tuttavia con quella che l’Osservatorio siriano definisce in un recente report come “la nuova ondata di migrazioni verso l’Egitto, ma anche il Sudan, i Paesi del Golfo e persino la Turchia”. Sohr rileva che negli ultimi mesi «gli uffici immigrazione e passaporti delle province sono stati presi d’assalto da un numero sempre crescente di cittadini ancora in fuga dal Paese». Tentativi di espatriare che, stando al rapporto, raggiungerebbero numeri simili a quelli del grande esodo del 2013-2016, ma questa volta con difficoltà e costi maggiori, imposti anche dai trafficanti di esseri umani. Le richieste di visto per Il Cairo sono cresciute e il regime di Al-Sisi per correre ai ripari ha istituito nel 2020 il Regional refugee & resilience plan, un intervento sui bisogni immediati, che dovrebbe rafforzare la resilienza delle comunità di rifugiati, che attualmente toccano quota sei milioni di cui, secondo i dati dell’Unhcr, 129.210 sono siriani. Per molti di loro l’Egitto rappresenta solo una tappa verso la Libia, la porta del Mediterraneo. Non solo il Paese delle piramidi, intere famiglie ma anche giovani si avventurano nei territori controllati dalle fazioni nel Nord della Siria, cercando di sfuggire alla morsa della potente macchina della sicurezza del regime e alle dure condizioni di vita, per raggiungere la Turchia e da lì l’Europa. Un’odissea resa ancor più complicata dagli ostacoli frapposti da Ankara, che per respingerli ha issato pure un muro di oltre 700 chilometri lungo il suo confine.

I numerosi appelli del governo di Damasco ai connazionali perché rientrino, pare non facciano presa sui sei milioni di esuli all’estero perché, avverte ancora l’Osservatorio, il numero di rifugiati costretti a tornare in patria per le difficoltà incontrate nei paesi ospitanti, soprattutto quelli al confine con la Siria, è troppo esiguo. L’immagine di una nazione unificata e stabile, pronta a riaccogliere i propri cittadini, viene ulteriormente sbiadita dalle speculazioni nel mercato immobiliare. Mediatori senza scrupoli si fanno avanti acquistando da chi è pronto a lasciare il Paese, case e negozi per una manciata di lire siriane, per poi rivenderli a prezzi esagerati. A Damasco, riferiscono alcune fonti, una casa sarebbe stata venduta per due milioni di dollari, nonostante lo stipendio medio mensile di un impiegato si aggiri intorno ai 25 dollari, se fortunato. Pure le milizie sostenute da un’altra forza straniera, l’Iran, meno scomoda perché vicina ad Assad, avrebbero  acquistato circa 800 fra appartamenti e terreni nei territori di Al- Zabadani e Al-Tufayl, lungo il confine libanese, controllato dagli Hezbollah che ne faciliterebbero le operazioni. «Tutto questo – denunciano gli attivisti del Sohr – in barba alle leggi siriane che vietano la vendita o l’acquisto di qualsiasi terreno nelle aree al confine». Con queste premesse, la via per il ritorno della popolazione prebellica nel propagandato nuovo Eden siriano, appare tutta in salita. 

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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