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Sequestro Dall’Oglio. Una stanza segreta nel governatorato di Raqqa dove il confine tra Isis e regime non esisteva

Testimonianza di Domenico Quirico

Nessuno può spogliarsi di un rapito, di un sequestrato come di un abito. Lo continui a indossare, invece, e nelle tasche a trovarci quello che gli era abituale, parole scritti risate sofferenze delusioni speranze. Eppure in questo paese dalle violenze verbali e dalle caute attese c’è chi prova, a gettarlo via, a darlo per morto: anche se non c’è il cadavere che è l’unica prova che conta, per una Giustizia che abbia la G maiuscola, e per Dio. La cucina grassa di carta e di antenna, per esempio, che accudisce il rito annuale dell’anniversario sempre più stinto rituale annoiato, come se ormai fosse roba sua, si riunisce in trista consorteria di depositari della interpretazione autentica sulla scomparsa, di giudici di ciò che è credibile o no. Esecutori testamentari autonominati di un funebre gruzzoletto da spendere in articolini che sanno di gelato industriale, quasi già leccato. Poi ci sono quelli che quando evocano il nome, alzano gli occhi al cielo e aggiungono: che si sa? Certo che di tempo ne è passato…ecco il rapito comincia a morire, nel manto tombale di quelle frasi di quelle sospensioni di quei silenzi.

Ma c’è di peggio. C’è la condanna che sta scritta nei ghibli di segatura dell’inevitabile  fascicolo giudiziario… Atto dovuto e contro ignoti: Non vi pare già una dichiarazione di inutilità, di annoiata impotenza? Ritualità vuota parolaia che avrebbe appassionato i confezionatori di pandette del tempo bizantino: il magistrato scalpella la notitia criminis, annunciando di andare a caccia di ignoti, attori e comparse di convulsioni periferiche del mondo di cui si è fatto infarinatura approssimativa su wikipedia,  la delega ai servizi e agli immancabili carabinieri poi l’altrettanto inesorabile scorrere del tempo, la polvere delle cantine giudiziarie, il vuoto, la mannaia della burocrazia giudiziaria, la più feroce la più inavvicinabile…

Diciamolo chiaro: padre Dall’Oglio è un sequestrato di cui tutti costoro farebbero a meno. Troppo rivoluzionario, troppo prete persino per i suoi confratelli in Cristo, perchè l’esistere lo ha levigato come un ciottolo di fiume, assetato come è dei perchè più abissali: perchè si e no a dio, si e no alla giustizia,  alla utopia, alla fraternità, alla lotta, alla povertà, alla città terrena e alla città  celeste.

Questa è una indagine giornalistica, niente di più e niente di meno, che cita testimoni, scandisce nomi, che forse con altri poteri si sarebbe dovuto interrogare. Che racconta quanto accadeva a Rakka quando padre dall’Oglio fu fatto sparire otto anni fa, e che propone una pista che, chissà perchè, non è stata fino a prova contraria, battuta, esplorata. che ribadisce come i nemici implacabili del fondatore di Mar Musa, chi ne voleva e minacciava da tempo la morte, non erano i jihadisti che dei loro delitti in ogni caso si fanno vanto e atroce documento.  semmai quelli che da sempre  vivono di ombra sanguinaria, doppio gioco, bugie massacri: ovvero il regime siriano. 

L’inchiesta (a cura di Marina Pupella)

Padre Paolo aveva un terribile presentimento. Lo affida al suo libro “testamento” Collera e luce, un prete nella rivoluzione siriana nell’aprile del 2013: «Il rischio per me è quello anonimo di un bombardamento del regime, ma anche di un attentato mirato». Passano appena tre mesi e il sacerdote romano viene rapito a Raqqa, in una città apparentemente strappata dai ribelli siriani al regime e divenuta tristemente nota come “capitale” del califfato nel 2014.

Foto – Al-Raqqa / Syria – 18 dicembre 2017: Una strada nella capitale dell’Isis

Dopo otto anni le false piste, gli avvistamenti e le voci non confermate, contribuiscono ad avvolgere il suo destino in una fitta nebbia. Su un cittadino italiano rapito in terra straniera, sul gesuita innamorato dell’Islam e della Siria, affascinato dalla fede e dalle tradizioni musulmane, al punto da definire la comunità musulmana “non esterna alla mia coscienza più intima, ma anzi proprio la mia carne, la mia identità”, è calato un silenzio assordante. La sua scomparsa, voluta per mano di qualcuno che dopo tutti questi anni continua a rimanere nell’ombra, grida giustizia e verità. 

Abuna Paolo che la rivoluzione siriana l’aveva vissuta vedendone germogliare i semi, offrendo un’analisi alternativa a quella spesso affrettata dei media occidentali, si era apertamente schierato contro il «regime torturatore e liberticida» di Bashar al Assad. Vicino, forse troppo secondo i suoi detrattori, alla causa in difesa della libertà di quella che considerava la sua gente, non esitarà a donare il sangue per i feriti della città di Qusayr posta sotto assedio dagli Hezbollah libanesi e dall’aviazione di Damasco. «Una religiosa molto attiva nel prendere le parti del regime dirà che ho donato il sangue al terrorismo islamico», annota ancora padre Paolo nel suo libro. L’intensa attività a fianco delle proteste pacifiche gli costò una minaccia di espulsione dalle autorità nel 2011 e l’anno seguente fu accompagnato alla frontiera col Libano. Nella primavera del 2013 era di nuovo lì a fianco dei giovani che a petto nudo reclamavano dignità e a negoziare la liberazione di cristiani e musulmani catturati da frange estremiste e dalla malavita che, dietro allo scudo dell’ideologia e della religione, approfittano del caos in cui era piombato il paese, dilaniato dalla guerra sanguinaria che vedeva fratelli contro fratelli e divenuto in una manciata di anni il ring delle potenze internazionali. A Qusayr si trova per la prima volta in presa diretta con un terrorista in azione, Abu Omar, il capo di una katiba locale e principale autore dei rapimenti, per chiedere il rilascio di Fadel, un amico. Bastano due parole di padre Dall’Oglio in riferimento al “nobile corano”, e l’iniziale incomunicabilità fra il rappresentante dei Nassara (i cristiani) e il bandito islamista si rompe, Abu Omar è steso: «tu mi sei entrato nel cuore» dice l’impettito fondamentalista e Fadel è libero. Anche il giornalista Domenico Quirico ha conosciuto Abu Omar nell’aprile 2013, è stato suo prigioniero per due mesi. «Un uomo astuto feroce, la rivoluzione per lui era uno straordinario affare: sequestrare, rubare, saccheggiare». Il gesuita italiano mediava con ribelli, membri dell’Esercito libero siriano e delle formazioni estremiste senza mostrare un cenno di paura, forte del coraggio che gli veniva dalla sua fede in Gesù e dalla straordinaria potenza persuasiva delle sue parole, guidate dalla convinzione che il dialogo islamo-cristiano si potesse e si dovesse realizzare. Ma quella mattina del 29 luglio a Raqqa, dove era andato per chiedere il rilascio di alcuni attivisti catturati dalle frange islamiste che da lì a poco avrebbero issato la bandiera del califfato, qualcosa lo turbava più del solito. Varcò ugualmente le porte del governatorato della città, voleva parlare con l’emiro Moussa al-Shawakh (meglio noto dopo l’inizio della rivolta armata come Abu Luqman) e con al Baghdadi, ma dal palazzo pare non sia più uscito. Secondo quanto riporta nel 2017 il giornalista siriano Eyas Dees su al-Raqqa post, nel tardo pomeriggio due dei suoi amici sarebbero andati a chiedere notizie, incontrando un luogotenente di Abu Luqman, il quale rispose che “lì non l’avevano mai visto”. Si trattava di Abdul Rahman al Faysal Abu Faysal, nome che emerge dall’inchiesta dell’inviato del Tg1 a Raqqa Amedeo Ricucci, ma pare che «il personaggio fosse uno dei tanti all’interno dell’organizzazione e dopo un anno l’Isis lo ha buttato fuori. Dicono sia andato in Turchia e da lì in Germania», apprendiamo da Hasan Ivanian di Human rights organization of Afrin. Dall’Oglio era stato inghiottito nel cuore di tenebra custodito all’interno di quell’edificio. Dei misteri che celavano quelle mura, ci parla dal suo esilio in Francia lo scrittore e dissidente Maabad al Hassoun, capo della principale brigata della città, Thwwar, i Rivoluzionari di Raqqa e fra i coordinatori dei movimenti rivoltosi. Hassoun, che oggi è ricercato da Damasco e dal Daesh, raccoglie nel suo libro in arabo Raqqa e la rivoluzione le personali testimonianze dei due anni (2012-14) che videro la presunta cacciata del regime dalla città e l’ingresso delle milizie dell’Amir al-mou’minin, il principe dei credenti, al Baghdadi. Il dissidente racconta di una stanza “particolare”, «il cui ingresso era vietato persino agli emiri e ai responsabili della sicurezza – scrive nel volume – e da dove sarebbero partite tutte le operazioni segrete e impartiti gli ordini ai whali e a tutti i capi». Da vertice della sicurezza della sua brigata «ne ero già conoscenza, ma non ero sicuro della sua veridicità e ho voluto verificare», ci spiega.

Un chiarimento rispetto ai suoi dubbi sarebbe arrivato il 16 dicembre 2013 con la famosa battaglia dei tredici giorni che culminò con la presa dei rivoltosi di un ex deposito governativo di veicoli militari, occupato dall’Isis e trasformato nel suo quartier generale. Sarebbe stata l’ultima operazione militare condotta a buon fine dai ribelli a Raqqa, costretti subito dopo alla fuga. Hassoun catturò e interrogò l’anziano emiro Abu Ziab che gli disse “voi non vincerete mai, qualsiasi cosa facciate. Non sapete chi c’è dietro di loro”. Hassoun lo incalza: «Allora qual è la questione della stanza “particolare” nel governatorato, dove a chiunque è vietato entrare?». L’emiro gli risponde che essendo il suo destino segnato, non temeva ormai più neanche Abu Luqman e le sue minacce di spedirlo nelle gole di al Hota (divenute nel frattempo una fossa comune) e gli suggerisce di chiedere al suo “parente” (in realtà era un amico), Aysar, vicinissimo al capo di al Nusra,  Abu Saad Al-Hadrami. Hassoun si metterà alla ricerca dell’amico. Lo troverà in Turchia e da lui apprenderà che in quella stanza c’era il maggiore generale dei potenti servizi segreti dell’aviazione siriana Adib Nimr Salamah. Gli racconta che Al-Hadrami lo aveva nominato responsabile dei depositi di grano e che un giorno un mercante di Aleppo era andato a trovarlo a Raqqa per stipulare un contratto per l’acquisto di grosse quantità di cereali. Aysar lo conosceva già e sapeva che come broker lavorava con tutti i dipartimenti governativi e  i servizi di sicurezza del paese. Il contratto va a buon fine ma occorreva l’accettazione del governatore, Al Hadrami, che risiedeva nel famigerato palazzo. Il mercante va, ma dopo un’ora torna sconvolto, terrorizzato, implorando l’annullamento della pratica e un aiuto per lasciare immediatamente la città “perché da quel momento ero un uomo morto”. Ad Aysar racconterà che mentre era in attesa del timbro «ho visto una porta semichiusa, che pensavo fosse la stanza in cui dovevo entrare per incontrare il whali. Apro la porta e mi trovo faccia a faccia col mio vecchio amico, dietro alla sua scrivania in quella stanza e l’ho riconosciuto, salutato e lui ha ricambiato. Aveva allungato la barba e mi è apparso in quel momento con quello strano vestito afgano e con un turbante in testa. Lungo la parete era appesa la bandiera dello Stato islamico».

Aysar riferirà tutto al suo capo, Al-Hadrami, che non mostrerà alcuna sorpresa, quel “segreto”  lo conosceva. «So, come tu sai e altri sanno, che non permetteranno la diffusione di questa notizia e la rivelazione di questi segreti, la morte è l’unica sentenza che attende tutti coloro che hanno visto quella stanza nel palazzo del governatorato», sono le parole di Hadrami messe nero su bianco Raqqa e la rivoluzione. Da qui l’amara deduzione dell’amico di Al Hassoun che «l’edificio del governatorato non è stato liberato e il regime è ancora al potere a Raqqa dall’interno». Il numero uno di al Nusra in città verrà poi rapito e ucciso, pare per volontà dello stesso Abu Luqman, secondo quanto riporta il think tank americano Atlantic Council. L’attendibilità di Al Hassoun ci viene confermata quando gli chiediamo se sapesse dell’esistenza di quella stanza quando padre Paolo entrò nel palazzo: «Non posso dirlo con certezza, ho scritto quello che so e non posso aggiungere più di questo, io narro i fatti accaduti fra il 2012 e il ‘14. E Abu Saad Al Hadrami riferì che Abu Luqman era un agente segreto dell’intelligence dell’aeronautica,  l’uomo del maggiore generale Salamah nell’organizzazione, il suo braccio destro fin da prima del suo ingresso nel carcere di Sednaya», conclude mostrandoci una foto di Dall’Oglio in riva al fiume Eufrate in compagnia di alcuni amici, fra i quali Issa, un ragazzo di 16 anni rapito e poi ucciso. Moussa al-Shawakh, lo spietato dottore in legge con tanto di laurea conseguita ad Aleppo, che a Raqqa aveva ottenuto il controllo dei pozzi petroliferi e dei depositi di grano vendendoli al regime, fu uno dei primi a dichiarare fedeltà ad al-Baghdadi. Orientamento sufi, da giovane si era legato ad Abu Al-Qaqaa al-Suri, predicatore e 007 siriano che reclutava molti giovani da inviare in Iraq nel 2003, per combattere le forze americane. «Al Qaqaa era un alto responsabile dei servizi, un mukhabarat e conosceva il generale di divisione Salamah, che aveva in carico i dossier sui jihadisti», ci informa ancora Hassoun. Abu Luqman fu imprigionato diverse volte, l’ultima a Sednaya dove usci nel 2011 con la maxi amnistia del governo. Nel 2013 viene nominato governatore della campagna orientale di Aleppo, impedendo ai ribelli di estendersi nelle regioni sotto il controllo dell’Isis. Proprio ad Aleppo dal 2006 al 2016 (con una breve interruzione per il congedo militare, ma poi rientrato con lo scoppio della guerra) operava il generale Adib Nimr Salamah, che con Abu Luqman condivide il suo nome nella lista nera delle sanzioni europee. E’ il primo dei tredici personaggi ad essere citato il 22 novembre del 2016 dall’inviata Usa al Consiglio si sicurezza dell’Onu Samantha Power, quale responsabile insieme agli altri degli attacchi a città, aree residenziali e infrastrutture civili, nonché atti di tortura ad est di Aleppo. Secondo quanto riferisce il sito Pro-justice, Salamah vanterebbe anche nel suo curriculum la diretta supervisione di uccisioni, arresti arbitrari e torture effettuate da membri dell’intelligence dell’Air Force nella regione settentrionale (Aleppo e Idlib). Una lunga lista, compreso il massacro del fiume Queiq ad Aleppo il 29 gennaio 2013, in cui vennero uccisi 128 civili, che sarebbe stato attribuito agli agenti dei servizi segreti dell’aeronautica siriana. A documentare l’attività del regime di arruolamento e addestramento con “corsi Thunderbolt di alto livello” di personale da infiltrare all’interno delle file del Daesh, è ancora Hassoun, che pubblica uno dei 50 mila documenti riservati dei servizi siriani, raccolti dal centro di informazione Masarat e resi noti nel terzo anniversario della rivoluzione (maggio 2014) attraverso il suo blog DamascusLeaks.

Al Sig. Maggiore Generale Ali Mamlouk,
Capo dell’Ufficio per la Sicurezza Nazionale

Mittente: Il colonnello in pensione Haider Haider del corpo 26,
la specialità di artiglieria da campo, capo della Commissione sicurezza della città di Nubbl Zahraa e dintorni.

Maggiore in pensione Fahd Sharbo, del 31° corpo, specializzato in
artiglieria da campo, servizio delle forze speciali.

Oggetto: Abbiamo più di 150 persone addestrate ​​(un corso Thunderbolt di alto livello); in più ci sono altri 600 tirocinanti di età compresa tra 20 e i 45 anni, in varie specializzazioni svolte durante il servizio di leva (alleghiamo un elenco di 200 nomi di combattenti della zona di Nubbl e Al-Zahraa (a nord di Aleppo, ndr) che hanno seguito i corsi di addestramento e raggiunto un alto livello. Continuano ad arrivare reclute e volontari per difendere la patria in qualsiasi modo, e prevediamo nel caso arrivassero le armi richieste, che il loro numero potrebbe raggiungere le 2.500 unità, pronte a combattere in prima linea o a entrare nei ranghi delle organizzazioni islamiste ed eseguire gli ordini loro affidati dall’interno degli stessi gruppi islamisti, in particolare dopo i buoni risultati conseguiti con questo metodo nella nostra zona da questi gruppiTutto questo è stato svolto in coordinamento con le autorità interessate della regione Nord” 

L’Isis ad oggi non ha rivendicato il rapimento di padre Paolo e forse tornerebbe utile alla verità la testimonianza offerta da un confratello molto vicino al sacerdote romano, padre Jacques Mourad, sequestrato dai taglia gole nel 2015 a Qaryatayn e rilasciato dopo oltre cinque mesi insieme ad altri 89 suoi fedeli cristiani, proprio per ordine di al-Baghadadi. La motivazione? «Perché voi cristiani di Qaryatayn non avete imbracciato le armi contro i musulmani», è la spiegazione del messo del califfo al kâfir (miscredente) Mourad, messa nera su bianco nel suo libro Un monaco in ostaggio. Padre Jacques passò tre mesi e mezzo nella prigione di Raqqa, ma non incontrò mai padre Paolo e quella volta che venne torturato da un jihadista, fu condotto in ospedale e accolto in casa da un emiro saudita, “che vendeva il petrolio all’Europa e agli Stati Uniti per finanziare il jihad”, che andò a riferire al whali perché quel jihadista fosse giudicato. «Non è nella nostra legge, nessuno ha il diritto di flagellare i prigionieri», furono le parole dell’emiro al prete.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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