SAFE, strumento finanziario della UE o preparazione alla guerra contro la Russia?
Il 27 maggio il Consiglio UE ha fissato un’iniziativa fondamentale per la politica guerrafondaia già intrapresa da Bruxelles. È il SAFE o “strumento di azione per la sicurezza dell’Europa”, che determinerà la capacità di riarmo dell’Europa senza più la necessità di affidarsi all’ombrello difensivo fornito dagli USA. La presidente della Commissione von der Leyen ha parlato di “misure eccezionali per tempi eccezionali” e ha lo elogiato come pilastro del piano ReArm.
SAFE
Il Consiglio dell’Unione Europea ha dato l’approvazione al SAFE (Security Action for Europe), strumento finanziario il suo scopo finale, come dichiarato dal Consiglio stesso, è rafforzare la “prontezza complessiva alla difesa dell’UE”. Consiste in una sorta di linea di credito da 150 miliardi di euro, tutti provenienti dal bilancio europeo. Grazie ai suoi tassi convenienti gli Stati membri della UE (e non solo) potranno aumentare l’impegno nell’industria della difesa in maniera più ampia, rapida ed efficace rispetto ad oggi. Servirà infatti ad aiutare gli investimenti urgenti e su vasta scala nella base industriale e tecnologica di difesa europea (EDTIB). Non solo mettendo banalmente a disposizione i fondi, ma garantendo che i materiali di difesa siano disponibili quando necessario e in questo modo affrontare le carenze esistenti in termini di capacità.
Ungheria astenuta
Per l’unanimità mancava solamente il voto dell’Ungheria. Budapest non ha votato contro, ma si è astenuta. Tale “delicatezza” dipende probabilmente dal fatto che all’ordine del giorno c’era la questione dell’eventualità di toglierle il diritto di voto nelle istituzioni UE. Purtroppo la situazione attuale potrebbe effettivamente ricadere sotto le norme relative: da tempo Bruxelles sta facendo pressione sul governo magiaro perché esso non starebbe rispettando i “valori condivisi” dell’Unione Europea, ad esempio in materia di libertà e di diritti civili, soprattutto quelli della comunità LGBTQ+ e delle sue sfilate pride. A questo proposito la settimana scorsa venti Stati europei – fra i quali non figurava l’Italia – hanno addirittura siglato una lettera con cui chiedono alla Commissione di valutare tutti gli strumenti a disposizione per sanzionare Budapest.
Acquisti agevolati
Le opportunità offerte dal SAFE paiono particolarmente appetibili per i Paesi UE più piccoli e meno prosperi o potenti militarmente. Infatti con questo strumento potranno effettuare appalti congiunti, con la partecipazione di almeno due Stati, o anche appalti di uno solo Stato in circostanze particolari e per un tempo limitato, in risposta al momento geopolitica e all’urgente necessità di ingenti investimenti in materiali di difesa. Dunque si tratta in primo luogo delle Repubbliche baltiche. Estonia, Lettonia e Lituania hanno eserciti ridottissimi e i loro arsenali sono semivuoti a causa della generosità con cui hanno rifornito l’Ucraina negli ultimi anni. Bruxelles li favorisce anche per l’ulteriore motivo di trovarsi ai confini della Federazione Russa, contro la quale il riarmo europeo è indirizzato.
Baltici e America
Nelle conclusioni esposte a marzo, il Consiglio aveva puntualizzato come l’Europa debba diventare più sovrana, maggiormente responsabile della propria difesa e meglio attrezzata per agire e affrontare autonomamente le sfide e le minacce immediate e future. Dunque non si parla di acquisti di armi americane col SAFE. Visto che Washington e Bruxelles sembrano allontanarsi sempre di più, fino a un ipotetico distacco finale, si potrebbe pensare che si tratti di uno strumento “antiamericano”. In realtà non è così, perché il SAFE agevola il raggiungimento dello standard di quota di PIL di spesa militare che gli USA vorrebbero per ogni Paese NATO. E proprio Estonia, Lettonia e Lituania sono fra i Paesi che si stanno impegnando di più per centrare tale obiettivo, facendo contenta la Casa Bianca. Infatti stanno già arrivando al 5% di PIL per le spese della difesa, dunque ben oltre il livello ufficialmente richiesto ai membri dell’Alleanza Atlantica.
Integrazione ucraina
Parlando degli scopi e dell’utilità del SAFE, la stessa von der Leyen cita l’Ucraina. In maniera indiretta ne parla anche il ministro polacco agli Affari europei Adam Szłapka, quando ne esalta il ruolo di strumento atto a salvaguardare efficacemente l’Unione dalle minacce esterne scoraggiando “chi intende nuocerci”. Infatti si avvantaggeranno del SAFE pure Paesi che non sono membri UE: in primis l’Ucraina e poi gli Stati dell’EFTA (Associazione europea di libero scambio) e del SEE (Spazio economico europeo). Fra di essi, in tale particolare ambito bisogna ricordare Norvegia, Svizzera e Regno Unito, il quale ha firmato un partenariato con l’UE su sicurezza e difesa. Tutti questi Paesi possono partecipare agli appalti comuni e sarà possibile acquistare gli armamenti delle loro industrie.
Ecco allora che viene dato a Kiev un altro modo per avvicinarsi militarmente all’Occidente, integrandosi nella struttura difensiva europea, senza diventare ufficialmente membro NATO. L’industria militare ucraina ha qualcosa di interessante da offrire agli acquirenti occidentali ce l’ha, perché questi ultimi sono interessati soprattutto alla caratteristica che distingue gli armamenti ucraini. La loro qualità è di essere testati direttamente sul campo di battaglia, spesso in condizioni territoriali e climatiche molto difficili, e niente meno che contro l’esercito russo, un avversario temibile e più attrezzato delle formazioni mediorientali contro cui sono stati spesso provati gli armamenti americani.

Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana.

