Tunisia–Italia: a Thuburbo Maius si conclude la settima campagna archeologica, rivelando i segreti dell’acqua e della vita antica
Il sole bruciante della Tunisia oggi non ha segnato solo la fine di un’altra giornata, ma la conclusione di un’intera stagione di scoperte, di sudore e di passione. Si chiude oggi la settima campagna archeologica del progetto tunisino-italiano (Inp-Manouba-Unibo), un’iniziativa che, sotto l’egida del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale “Alibi Archaeologies and Old Excavations: Rediscovering Roman Tunisia”, sta svelando i veli del tempo sul magnifico sito di Thuburbo Maius, nel cuore della Tunisia, a Zaghouan.
Quattro anni di attività instancabile, oltre quattro mesi di scavo diretto sul campo, seguiti da un meticoloso lavoro di laboratorio tra Tunisia e Italia, hanno coinvolto oltre cinquanta studenti dalle università di Manouba, Tunisi, Cartagine e Bologna. Giovani menti e mani instancabili, al fianco di ricercatori e tecnici dell’Institut National du Patrimoine (Inp), hanno documentato, rilevato e studiato, spinti da un unico, grande amore: la conoscenza del passato.
Il battito del cuore antico: acqua e vita nella Domus di Nicenzio
Il cuore pulsante di questa avventura archeologica è sempre stato la ricerca mirata alla conservazione e valorizzazione del patrimonio, come spiega a “Strumenti Politici” la professoressa Antonella Coralini, massima esperta di storia antica e pittura parietale romana, codirettrice della missione di scavi insieme ai colleghi tunisini Hamden ben Romdhane e Lamia ben Abid. Un impegno iniziato con la Palestra dei Petronii, che oggi vanta già un dossier completo per il suo progetto di restauro.
Ma anche in questa settima campagna, i risultati hanno superato ogni più rosea aspettativa. Gli archeologi, indagando sulla presenza del verde nella città antica, hanno portato alla luce un sistema di gestione dell’acqua di straordinaria complessità in una delle residenze più importanti e finora meno studiate di Thuburbo Maius: la cosiddetta Casa di Nicenzio. Immaginate i giardini lussureggianti, le fontane zampillanti, la vita che scorreva grazie a questa incredibile ingegneria idraulica. Un’emozione pura, un frammento di quotidianità romana che torna a respirare.
Oltre le mura: il sito di Thuburbo Maius si svela
L’esplorazione del team tunisino-italiano non si è fermata alle porte della città, raccontano gli studenti della professoressa Coralini, Matteo Bianchino, Virginia Di Vita, Francesco Longo e Laura Serra, che hanno lavorato sul sito a fianco a fianco con gli studenti tunisini dell’Università di Manouba, i dottorandi Daada Abir, Della Assala, Nabila Omri e Soudani Sawssen, e gli studenti del master in Archeologia Msaddek Ala e Dorai Khawla.
Con audacia e meticolosità, i giovani e appassionati archeologi hanno esplorato e rilevato parti del sito situate al di fuori delle antiche mura, attraverso un’imponente opera di documentazione archeologica, fotografica e topografica di questi resti. Ogni mattone, ogni frammento, ogni linea tracciata sulla mappa è un sussurro del passato, una storia che attende di essere raccontata.
Un futuro scritto nel passato: la prossima campagna
Questi tre temi di ricerca – il verde urbano, l’acqua e il rilevamento del territorio – saranno il fulcro della prossima campagna, che si terrà dal 19 ottobre al 16 novembre 2025. Un appuntamento già fissato, una promessa mantenuta con la storia, un invito a continuare a scavare non solo nella terra, ma anche nei ricordi e nelle emozioni che Thuburbo Maius continua a regalarci.
Questo progetto non è solo archeologia; è un dialogo profondo tra culture, un ponte tra passato e futuro, un’ode alla perseveranza e alla bellezza intrinseca del patrimonio umano. La storia, a Thuburbo Maius, non è mai stata così viva.
60 anni di cooperazione
Da ben sessant’anni, la sabbia del deserto e le pietre antiche della Tunisia custodiscono una storia non solo di civiltà passate, ma anche di una profonda e fruttuosa cooperazione tra due nazioni: Italia e Tunisia. L’archeologia si è affermata come uno dei settori più dinamici e rappresentativi del dialogo culturale tra i due Paesi, un esempio luminoso di come la ricerca possa fungere da ponte, non solo tra le epoche, ma anche tra le culture.
Della Tunisia mi mancherà soprattutto la sua gente.
Mi hanno accolto ed offerto il tè, un popolo meraviglioso”, racconta a “Strumenti Politici” Matteo Bianchino, studente di Storia all’Università di Bologna, testimoniando il forte legame che si è creato con i colleghi tunisini, con gli operai e gli addetti ai lavori a tutti i livelli.
Un Primato di Collaborazione e Condivisione
Con ben 14 missioni archeologiche attive, l’Italia si è conquistata il titolo di primo partner tunisino in questo ambito. Un primato che va ben oltre gli straordinari risultati scientifici e i tesori riportati alla luce. Ciò che rende unica questa partnership è un modello di collaborazione fondato su pilastri solidi: lo scambio di competenze, il mutuo arricchimento culturale, una forte attenzione alla valorizzazione dei siti e una dedizione incrollabile alla formazione nella conservazione e nel restauro. Gli studenti delle università di Bologna e Manouba, che lavorano fianco a fianco sul campo, sono la testimonianza vivente di questo approccio fortemente sostenuto dalla professoressa Coralini, che ha già in mente diverse idee da sviluppare nei prossimi mesi.
La lunga storia di questa cooperazione infatti è intrisa di un’interazione che non è solo professionale, ma spesso amicale, un tessuto di relazioni umane che rafforza ogni scoperta. Archeologi, storici e tecnici italiani e tunisini operano in simbiosi, mettendo in comune le proprie conoscenze e metodologie. Questo approccio sinergico ha permesso non solo di portare alla luce reperti di inestimabile valore, ma anche di approfondire la comprensione di civiltà millenarie che hanno plasmato il Mediterraneo, dall’epopea punica ai complessi contesti medievali.
Oltre le scoperte: un dialogo costante
La cooperazione archeologica tra Italia e Tunisia non è solo uno sforzo accademico; è un dialogo costante e vibrante. È un riconoscere il valore intrinseco del patrimonio condiviso, un impegno congiunto per preservare e interpretare le tracce di un passato glorioso che appartiene a entrambi i popoli e, in senso più ampio, all’intera umanità.
In un mondo sempre più interconnesso, ma spesso diviso, l’archeologia si rivela un potente strumento di unione, capace di far risuonare l’eco di storie lontane, che continuano a tessere la trama del nostro presente.

Vanessa Tomassini è una giornalista pubblicista, corrispondente in Tunisia per Strumenti Politici. Nel 2016 ha fondato insieme ad accademici, attivisti e giornalisti “Speciale Libia, Centro di Ricerca sulle Questioni Libiche, la cui pubblicazione ha il pregio di attingere direttamente da fonti locali. Nel 2022, ha presentato al Senato il dossier “La nuova leadership della Libia, in mezzo al caos politico, c’è ancora speranza per le elezioni”, una raccolta di interviste a candidati presidenziali e leader sociali come sindaci e rappresentanti delle tribù.
Ha condotto il primo forum economico organizzato dall’Associazione Italo Libica per il Business e lo Sviluppo (ILBDA) che ha riunito istituzioni, comuni, banche, imprese e uomini d’affari da tre Paesi: Italia, Libia e Tunisia. Nel 2019, la sua prima esperienza in un teatro di conflitto, visitando Tripoli e Bengasi. Ha realizzato reportage sulla drammatica situazione dei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, sui diritti dei minori e delle minoranze. Alla passione per il giornalismo investigativo, si aggiunge quella per l’arte, il cinema e la letteratura. È autrice di due libri e i suoi articoli sono apparsi su importanti quotidiani della stampa locale ed internazionale.


