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Palau: l’alleato americano nel Pacifico si sente snobbato da Biden

Oltre all’Europa Orientale c’è anche un’altra area del mondo in cui gli USA sono oggi impegnati in una grande battaglia per la superiorità politica, a colpi di finanziamenti, basi militari e riposizionamenti strategici: l’oceano Pacifico e i suoi Stati insulari. Qui l’avversario è la Cina, interessata a espandere la propria rete di alleanze commerciali e a ottenere un riconoscimento sempre più solido alla sua giurisdizione su Taiwan. Per Washington l’importanza strategica maggiore è rivestita in particolare da Micronesia, Repubblica delle Isole Marshall e Palau, grazie ai loro enormi confini marittimi e dal fatto che le ultime due ospitano militari americani.

In questo momento sul tavolo c’è il prolungamento del COFA (Compact of Free Association), il Trattato di Libera Associazione che governa le relazioni tra gli USA e questi tre Paesi. Con Palau è arrivata l’ora di iniziare le trattative, perché la firma sul rinnovo andrà posta nel 2024 (quindici anni dopo l’ultima volta). Con le Isole Marshall, invece, non vi è alcun contatto ufficiale dal dicembre 2020. Per questi motivi diversi Congressmen stanno esortando l’amministrazione Biden ad occuparsi di questi Paesi per non lasciarsi sfuggire la presa a beneficio di Pechino. Se Palau e Marshall sono due dei 14 Stati che riconoscono Taiwan, infatti, la Micronesia ha stabilito con la Cina relazioni diplomatiche già nel 1989, che oggi sono in via di espansione al punto che l’arcipelago micronesiano viene definitao come “il prossimo campo di battaglia fra USA e Cina”. Da qui l’invito sempre più pressante dei politici americani a impegnarsi nei negoziati per il rinnovo del COFA. Palau, per voce del suo presidente Surangel Whipps Jr., si dice “preparata” alle trattative  sul Compact Review per revisionarlo ed eliminare i motivi di malcontento. Anche se il GAO (United States Government Accountability Office) sostiene che i fondi elargiti da Washington sono assolutamente sufficienti, perché nel 2019 le sue sovvenzioni hanno coperto un quarto delle spese di Ngerulmud, capitale di Palau, per Whipps non basta. Bisogna ridiscutere le cifre: inflazione, indebitamento derivante dal COVID, sostanze insufficienti del Trust Fund, il bisogno di più mezzi per affrontare i cambiamenti climatici fanno sì che occorra imbastire delle trattative serie. Whipps è scontento pure del fatto che gli Stati Uniti abbiano tenuto un atteggiamento unilaterale con cui si sono limitati a dettare la linea senza permettere a Palau di discuterla; oggi chiede che Washington incarichi un suo rappresentante che possa discutere a nome del governo americano. La nostra squadra è pronta e adesso stiamo solo aspettando quella degli USA, conclude Whipps.

A livello di cooperazione militare, invece, non ci sono problemi: secondo Whipps, la presenza americana porta turismo e nuove infrastrutture, oltre a fungere da  deterrente contro “incursioni marittime non autorizzate”. Il riferimento è alla Cina: lo scorso novembre, infatti, la nave da ricognizione Da Yang Hao era stata intercettata in acque nazionali senza che essa avesse ricevuto l’OK di Ngerulmud. Secondo Whipps, una presenza militare americana “più attiva” farebbe sì che i cinesi evitino di frequentare la ZEE di Palau, cioè la sua zona economica esclusiva, l’area marittima su cui ha giurisdizione e diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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