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Il modello Talon Anvil adottato dagli Usa anche per il massacro di Kabul. La denuncia del New York Times

Il New York Times prosegue nelle sue inchieste sulle modalità di ingaggio a dir poco spregiudicate adottate dall’esercito statunitense in Medio Oriente. Dopo la scandalo Talon Anvil, una piccola cellula d’attacco americana classificata che tra il 2014 e il 2019 ha seminato colpevolmente morti innocenti – in particolare donne e bambini – tra i civili in Siria, oggi dalle colonne del noto quotidiano arrivano conferme sull’approccio incauto avuto dai militari americani nell’attacco con droni MQ-9 Reaper, avvenuto il 29 agosto in una quartiere densamente abitato a Kabul, in Afghanistan, e che ha portato alla uccisione di 10 civili inermi, tra cui sette bambini. I filmati di sorveglianza, recentemente declassificati e raccolti dal NYT, forniscono nei 25minuti di frame divulgati ulteriori agghiaccianti particolari su come si è arrivati a quella drammatica carneficina: i militari hanno preso la decisione di bombardare nonostante le immagini fossero confuse e difficili da interpretare in tempo reale. Una modalità di ingaggio che sinceramente rassomiglia molto a quella adottata in Siria da Talon Anvil.

II video – uno dei quali è in immagini sgranate, apparentemente da una telecamera progettata per rilevare il calore – mostrano un’auto che arriva e fa retromarcia in un cortile lungo una strada residenziale bloccata da muri. Si possono vedere distintamente figure sfocate muoversi nel cortile e i bambini stanno camminando per la strada fuori dalle mura negli istanti prima che una palla di fuoco di un missile Hellfire inghiotta l’interno” ricostruisce il NYT.

Foto – Un fotogramma dal video dell’attacco con droni effettuato dagli Usa a Kabul

Dal Pentagono si trincerano dietro alla rapidità con la quale si devono assumere le decisioni. Un funzionario del Pentagono a novembre ha intatti affermato che le immagini sfocate nei video hanno sì rivelato la presenza di almeno un bambino nella zona dell’esplosione circa due minuti prima del lancio del missile, ma ha anche sottolineato che l’avvistamento era ovvio solo con il senno di poi e con “il lusso del tempo” e gli operatori americani il 29 agosto stavano seguendo l’autista di una Toyota Corolla bianca per circa otto ore prima di prenderlo di mira nell’errata convinzione che fosse un membro dell’ISIS-K che muoveva delle bombe per un attentato all’aeroporto della capitale. Purtroppo sappiamo tutti che l’uomo non era un terrorista bensì era Zemari Ahmadi, un lavoratore impiegato da Nutrition and Education International, un’organizzazione umanitaria con sede in California. E dalle ricostruzioni effettuate dal Times grazie ai parenti sopravvissuti alcuni bambini si erano precipitati in strada proprio per salutare il signor Ahmadi. Queste immagini escludono anche una volta per tutte il tentativo dei militari di addossare la morte dei civili ad uno scoppio secondario dovuto alla presenza di una bomba nell’autovettura: in verità si è scoperto che si trattava quasi sicuramente di un serbatoio di propano. Ora spetterà a Emal Ahmadi, il fratello del signor Ahmadi, la cui figlia Malika è stata uccisa nello sciopero, raggiunto telefonicamente dal NYT di analizzare lui stesso il video, dopo aver sentito solo le ricostruzioni dei militari. “Sarà difficile per me“, ha detto, “ma voglio vederlo“.

Il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, ha ribadito le scuse del Pentagono. “Sebbene blitz fosse inteso ad evitare una minaccia imminente per le nostre truppe all’aeroporto internazionale di Hamid Karzai, ora si ritiene che nessuno dei membri della famiglia uccisi fosse collegato all’ISIS-K o costituisse una minaccia alle nostre truppe“, ha detto . “Siamo profondamente dispiaciuti per la perdita di vite umane conseguente a questo attacco“. Scuse però alle quali non seguono azioni per evitare in futuro nuovi massacri come questi: a novembre infatti, l’ispettore generale dell’Air Force, il tenente generale Sami D. Said, ha pubblicato i risultati della sua indagine sullo sciopero, che non ha riscontrato alcuna violazione della legge e non ha raccomandato alcuna azione disciplinare.

Il New York Times è riuscito ad ottenere il filmato dell’attacco solo grazie ad una causa legale contro il comando centrale degli Stati Uniti, che ha supervisionato le operazioni militari in Afghanistan. L’acquisizione di questo materiale apre grossi interrogativi etici sulle regole per gli attacchi aerei e sulla protezione dei civili nell’era della guerra con i droni. Il filmato infatti sottolinea come gli operatori di droni vivano di pregiudizi e possano tranquillamente saltare alla conclusione che tutte le persone sconosciute che interagiscono con un sospetto di terrorismo sono probabilmente compagni militanti e poi ricevere anche la copertura degli Alti comandi. E lo dimostra il fatto il Pentagono si sia opposto a rendere pubblici i video, ritenendoli classificati. Secondo la legge di guerra, può essere legale effettuare attacchi che uccidono alcuni civili, purché non fossero l’obiettivo previsto e purché il danno collaterale previsto sia ritenuto necessario e proporzionato allo scopo militare: situazioni che si scontrano con la rapidità e disinvoltura con la quale i militari decidono di colpire attraverso l’utilizzo dei droni. L’amministrazione Biden si era impegnata a regolare una nuova disciplina circa gli attacchi con droni, ma quel processo che doveva durare solo pochi mesi, dopo un anno di bozze e briefing è stato insabbiato.

L’unica speranza è quindi affidata al ritiro dei militari statunitensi da aree come quelle dell’Afghanistan e della Somalia, della Siria e dell’Iraq, non avendo truppe sul posto questi episodi in teoria dovrebbero diradarsi, perchè come in Talon Anvil la giustificazione resta quella della giustificazioni all’attacco a titolo difensivo per le proprie truppe.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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