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L’ostacolo insormontabile del Governo: il Quirinale “di spade”

Richiama l’idea di un labirinto la situazione politica italiana: ogni percorso che sembra portare a una via d’uscita in realtà finisce per chiudersi con un muro che diventa difficilmente valicabile. E questo ostacolo che al momento appare insormontabile è rappresentato dal Colle più alto, dove tra gennaio e febbraio dovrà arrivare un nuovo inquilino al posto di Sergio Mattarella. E il totopresidente in queste settimane impazza, come se già fossimo letteralmente alla vigila della prima votazione a Camere riunite. C’è molto da stupirsi per il fatto che il futuro politico-istituzionale prossimo del Paese sia legato ai nomi di soli due italiani: Mattarella e Mario Draghi. Come se non ci fossero altre due figure nella politica e nella società in grado di sostituirli, una al Quirinale e l’altra a Palazzo Chigi. E se questo da una parte depone a favore del prestigio e dell’autorevolezza delle due personalità, dall’altra rivela o conferma la condizione in cui è precipitata la politica italiana, che per via di mille veti incrociati e le subordinate che derivano dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica non ritiene di poter individuare due figure da mandare al Colle e alla guida del governo. Mattarella, anche evocando il pensiero dei suoi predecessori sulla quanto meno inopportunità di una rielezione, se non su una sostanziale incostituzionalità – opinioni che è sembrato aver fatto proprie – ha già detto a più riprese di non essere disponibile per un altro settennato e tantomeno per un incarico “a tempo determinato“. A molti osservatori però questa posizione non è sembrata l’ultima, ma la penultima parola. E dunque secondo alcuni esegeti delle espressioni del Presidente si sarebbe ancora di fronte a una riserva da sciogliere. E se mai Mattarella, preso atto di una richiesta unanime o quasi dei partiti e di un voto plebiscitario del Parlamento, magari anche alle primissime votazioni, dovesse cambiare idea, Draghi potrebbe rimanere a Palazzo Chigi. Per quanto tempo, però, non è dato sapere. Fino alla scadenza naturale della legislatura, primavera del 2023, si sente dire un po’ da destra e un po’ da sinistra, e forse anche oltre. Facile a dirsi, ma molto più difficile da mettere in pratica.

Perché nella volubile situazione politica di questo tempo così particolare – l’epidemia da tenere sotto controllo, la possibile uscita dalla crisi economica, la massa di fondi europei da investire, le condizioni poste dall’Europa con le riforme per concedere le ingenti risorse in gran parte a prestito – le cose cambiano in un niente, le alleanze si fanno e si disfano nel volgere di pochi giorni, un paio di sondaggi favorevoli o deludenti possono indurre questo o quel partito a defilarsi dalla maggioranza e portare gli italiani a un anticipo delle elezioni, con le incognite che questo comporterebbe per quegli impegni che stanno di fronte al Paese. Perfino una figura con la tempra di Draghi potrebbe non reggere allo stress di una campagna elettorale lunga un anno, con continui rischi sulla tenuta del governo, senza dimenticare che tra qualche mese, nella prossima primavera, sono chiamate al voto numerose importanti città della Penisola. Ma, ancora, ci si può anche chiedere se la maggioranza nata dall’emergenza sanitaria, economica e sociale, e per chiamata diretta del Presidente della Repubblica in nome del più alto interesse del Paese, possa perpetuarsi e reggere così come è oggi e con uguale legittimità fino alla scadenza naturale del mandato elettorale. È vero che dalla parte della continuità della maggioranza e del governo guidato da Draghi c’è il fatto incontrovertibile che nessun parlamentare, ma per aderire maggiormente alla realtà si può anche aggiungere un quasi nessuno, è disponibile a lasciare anzitempo lo scranno che occupa alla Camera o al Senato, almeno fino a settembre, quando verrà maturato il diritto alla pensione, sapendo per certo che non potrà tornare tra quei banchi o che questa eventualità è molto remota, vuoi per la riduzione del numero degli eletti, vuoi per altri motivi che fanno parte della dinamica interna ai partiti. Ma è anche vero che nella situazione precaria in cui oggi vive la politica tutto può cambiare in pochi giorni e che un incidente di percorso più o meno calcolato è sempre dietro l’angolo. A favore di un’immediata chiamata alle urne dopo l’elezione del capo dello Stato c’è solo Fratelli d’Italia, che peraltro come unico partito di opposizione le elezioni anticipate le chiede con convinzione da tempi non sospetti. Al partito della Meloni ora si è unita la Lega con parole finalmente chiare, poiché la posizione del suo capo Salvini, che ha dovuto fare i conti e dovrà continuare a farli con le diverse opinioni che circolano su molti argomenti nel suo partito, su questo tema finora non è stata inequivoca e determinata, avendo dato l’impressione di aver attraversato tutte sfumature del sì, del no e del forse. Tutti gli altri partiti, dalla sinistra alla destra, sono per la conclusione naturale della legislatura con Draghi premier, sia per una sincera e incondizionata fiducia nel capo del governo, sia perché un altro anno abbondante darebbe modo alle singole forze politiche e agli schieramenti di migliorare o consolidare le aspettative favorevoli, e di chiarire il proprio posizionamento nello scacchiere politico.

Ma se la conferma di Draghi a Palazzo Chigi, seppure in una situazione che lascia molti interrogativi, darebbe qualche certezza in più, ben diverso secondo molti commentatori sarebbe lo scenario con un altro premier e quello attuale al Quirinale. La nuova situazione infatti potrebbe far decadere le note “regole di ingaggio” – tenere a freno l’epidemia e rilanciare l’economia –  sulle quali è nata la maggioranza del tutti-meno-uno con l’ex Governatore della BCE come capo del governo. A cominciare dalla caratura del personaggio, senza dubbio il migliore sulla piazza, accettato immediatamente nel Paese ancorché chiamato a ricoprire quel ruolo dal di fuori della politica fatta dai partiti e, soprattutto, senza un passaggio dalle urne, apprezzato e perfino per certi versi temuto ben al di là dei confini nazionali. Nella situazione politica così contorta come è quella di oggi, difficile sarebbe trovare un altro Presidente del Consiglio di pari autorevolezza e di conseguente risolutezza, almeno quella mostrata in molti casi durante gli ultimi mesi e tuttavia non immune da equilibrismi che qua e là hanno accontentato le richieste delle varie anime della maggioranza, magari lasciando alla fine tutti scontenti. A meno che non si voglia mettere in atto quella forma spuria di presidenzialismo nei fatti buttata lì dal numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti: Draghi dal Quirinale potrebbe governare in tandem col Presidente del Consiglio! Una formula non prevista dall’attuale Costituzione – ma che potrebbe essere introdotta con opportune modifiche nei tempi lunghi richiesti dall’ampio dibattito politico necessario per una novità di tale rilievo – aborrita dagli esperti di cose costituzionali almeno quanto il reincarico a un Capo dello Stato uscente. Anche se, a pensarci bene, non sarebbe la prima volta che un Presidente della Repubblica eserciterebbe pesantemente la sua influenza sull’azione del Governo, moral suasion la chiamano i palati fini ma c’è anche chi la chiama “interferenza”. A molti di coloro che frequentano i palazzi del potere un fatto comunque sembra acquisito: Draghi sarebbe più che disponibile a prendere il posto di Mattarella, e dopo avere attentamente vagliato le possibilità di essere eletto, lo farà sapere al momento più opportuno. Del resto, alcuni commentatori prevedono per il premier una sorta di “bimestre bianco“, avendo in parte raggiunto alcuni degli obiettivi del suo mandato: epidemia sotto controllo almeno secondo l’andamento delle ultime settimane e monitorato minuto per minuto e Regione per Regione; tasso di vaccinazioni tra i più alti d’Europa, a parte i pur numerosi e perfino preoccupanti irriducibili che continuano a contestare il vaccino e il documento che ne certifica l’avvenuta inoculazione; impostata la legge di bilancio ora all’esame delle Camere, dove tuttavia sono annunciate lunghe discussioni e prevedibili polemiche anche e soprattutto dentro la maggioranza; avviato il percorso del Piano di ripresa e resilienza, anche se ancora mancherebbero una ventina di obiettivi fissati dall’Europa, per i quali tuttavia si parla di pericolosi ritardi senza peraltro dimenticare che i progetti devono essere celermente messi in atto; rinviate a tempi migliori le decisioni definitive in fatto di previdenza, pensioni, reddito di cittadinanza, concorrenza, fisco sulle imprese, sul lavoro e sulla casa – tutti temi sui quali sono state individuate soluzioni temporanee che necessitano di ulteriori interventi.

Certo, un’opera tutt’altro che conclusa, quella di Draghi, ma che per molti versi a giudizio di esperti e osservatori merita la sufficienza. E tuttavia non manca una sensazione di logoramento che aleggia sul governo e sul suo capo, dovuta anche alle turbolenze che agitano i partiti al loro interno e le coalizioni più o meno consolidate. A sinistra, il Partito Democratico da una parte vive un momento di soddisfazione per i sondaggi che lo danno come primo partito, seguito da Fratelli d’Italia e dalla Lega, entrambi in lieve calo, ma dall’altra registra molti malumori per l’azione del segretario Letta che continua a inseguire obiettivi velleitari e ad affrontare taluni temi politico-sociali tagliandoli con l’accetta e ponendo agli altri partiti improbabili condizioni ultimative; salvo poi ravvedersi, ma c’è da scommettere per resipiscenza solo momentanea, e proporre agli altri partiti della maggioranza un dialogo incontrandosi tutti insieme per mettersi d’accordo sui numerosi punti controversi della legge di bilancio ed evitare così pericolosi scontri in Parlamento. Tra i temi che dividono il PD, non ultimo c’è la sicumera del segretario nel dare per scontata l’alleanza coi Cinquestelle, sulla quale molti nel partito nutrono forti perplessità – per usare un eufemismo – quando non decise posizioni contrarie, seppure non portate al pubblico dibattito; e Letta peraltro spinge, suscitando sconcerto nel suo stesso partito, per portare a tappe forzate la sequela di Grillo nella famiglia del socialismo europeo, come se una tale scelta politico-ideologica fosse un gioco da ragazzi che si possa inventare dall’oggi al domani, e non richiedesse invece una profonda e lenta maturazione per un “movimento” che finora è vissuto di slogan, peraltro posticci, improvvisati e spesso oggetto di giusta derisione – difficile dimenticare “Abbiamo abolito la povertà!” a proposito del reddito di cittadinanza, o il giustizialismo di cui ancora si nutre, o la caccia alla casta nella quale ora i suoi esponenti sono comodamente attovagliati, o ancora quella definizione priva di ogni senso del ridicolo che il loro massimo esponente politico Giuseppe Conte ha dato di sé, autoproclamandosi avvocato del popolo: che cosa abbia a che fare tutto questo e altro ancora, compresa la levatura politico-intellettuale di tali personaggi, con le radici, le evoluzioni e i padri del socialismo, italiano o europeo che sia, evidentemente solo Enrico Letta lo sa; e sarebbe interessante sapere che cosa hanno da dire su questo matrimonio che sa di blasfemia quegli ex Pd che qualche anno fa hanno lasciato il partito per collocarsi alla sua sinistra. E a proposito dei Cinquestelle, Conte continua nella ricerca della nuova identità del partito – nuovo corso, continuano a chiamarlo senza neanche accorgersi che questa ridondanza finisce per svilire il senso autentico dell’espressione, ammesso che ne esista nel loro caso – che chissà se verrà mai trovata, mentre crescono le fronde interne che non hanno mai accettato davvero la sua ascesa a capo del fu movimento. Non sono pochi, infatti, coloro che ancora lo ritengono inadeguato, Grillo dixit, anche tra quelli che lo hanno votato magari solo per carità di patria, e perché alla fine anche grazie al salto mortale del capo Garante sul giudizio su Conte, non c’erano alternative alla sua nomina. Un indice di questa situazione è stata la recente elezione del capogruppo al Senato, dove il suo fedelissimo designato ha dovuto ritirare la propria candidatura per non andare incontro a una plateale sconfitta e per evitare una presa d’atto numerica di quanto sia lacerato il partito e di quanto contestata e incerta sia la guida del neocapo. Nelle prossime settimane Conte dovrà affrontare un’altra prova con il rinnovo del capogruppo alla Camera, carica ora ricoperta da un fedelissimo di Grillo che il presidente del partito vorrebbe cambiare. A suscitare grandi irritazioni nei Cinquestelle è stata anche la nomina dei 5 vicepresidenti, e, ciliegina sulla torta, il diktat di Conte di abilitare a dare interviste televisive e di carta stampata soltanto questi suoi vice e naturalmente sé medesimo. Malumori a non finire dentro il partito, ma tutti tenuti rigorosamente riservati, mentre si è in attesa, nel partito che si era attribuito il più alto tasso di democrazia interna ed esterna, in cui un tempo ma non un secolo fa uno valeva uno, del primo che vorrà disconoscere l’imposizione del capo. Ad aggravare i malumori c’è la consapevolezza di numerosi parlamentari che non verranno rieletti, sia per la riduzione del numero di senatori e deputati, sia perché il partito secondo i sondaggi è attestato attorno al 15%, lontanissimo dall’exploit delle ultime elezioni politiche che aveva permesso a 233 “cittadini“, ora ridotti di un terzo abbondante, di varcare le soglie di Montecitorio e di Palazzo Madama. Sul piano più strettamente politico c’è poi la fondata convinzione di tanti rimasti ancora con un po’ di durezza e un po’ di purezza di essere diventati un’appendice del Pd, tant’è che molti sarebbero diventati sempre meno sordi al canto delle sirene che arriva da sinistra come da destra  – la collocazione del partito peraltro a tutt’oggi è più o meno rimasta quella delle origini, intercambiabile – e non ultima la più che probabile ridiscesa in campo del fuoriuscito Alessandro Di Battista.

Magari più attutiti ma non meno pesanti arrivano i rumori che agitano la destra. Matteo Salvini deve ancora decidere che cosa fare della sua Lega – sua non si sa ancora per quanto – se ancorarla al contesto europeo seppure con voce fortemente critica, magari avviando un percorso di avvicinamento al Partito popolare europeo, così come vagheggiato dal vice Giorgetti, o continuare a tessere stretti legami con quei Paesi dell’est che contestano ormai apertamente i principi, e i trattati firmati, dell’Unione; in politica interna, se collocarsi nella maggioranza che sostiene le politiche dell’esecutivo, oppure all’opposizione, poiché non sempre può continuare a pagare, ed essere compresa dagli elettori, la posizione un po’ di lotta e un po’ di governo, tanto più che i risultati di questo atteggiarsi non sono esaltanti. Una parola di verità potrà forse arrivare dall’Assemblea programmatica fissata per metà dicembre. Anche Forza Italia, e la destra nel suo insieme, vive settimane di confronto polemico per via di alcune frange del partito che sarebbero impegnate a mettere insieme un’area o una nuova formazione politica capace di richiamare vari esponenti di un centro moderato da contrapporre agli “estremismi” di Salvini e dei Fratelli d’Italia della Meloni. Rumori tuttavia subito sopiti da una nuova fiducia nel partito dovuta anche al ritorno in campo di Silvio Berlusconi che, mentre continua a confermare la sua ferma volontà di tenere unita la destra, si è candidato alla Presidenza della Repubblica, suscitando accanto a tante interessate perplessità anche insospettati consensi. C’è ancora da segnalare l’attacco concentrico in questa fase più mediatico e politico che giudiziario di cui è oggetto il capo di Italia Viva Matteo Renzi, proprio mentre si avvicina la scadenza del Quirinale, per il quale con i suoi voti e con le sue riconosciute capacità di tessitore di alleanze potrebbe diventare decisivo. E proprio mentre l’ex presidente del Consiglio rimedita la collocazione del suo piccolo ma importante partito nello schieramento politico – e non è detto che sia soltanto calcolo opportunistico, negando così le profonde insufficienze del suo ex partito, il Pd, con il caso Renzi la lotta politica combattuta anche attraverso i collateralismi con i Palazzi di giustizia, è scesa di un altro gradino più in basso, e più che in un labirinto sembra di essere entrati in una palude. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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