Linee ucraine sotto pressione: Kiev lancia droni e i leader europei spingono per la tregua
Le forze ucraine sono in costante difficoltà in diversi punti del fronte. Kiev continua così a buttare droni sulle città russe, cercando di colpire Mosca proprio mentre leader internazionali sono in visita. I leader di quattro Paesi europei sono invece a Kiev a organizzarsi per chiedere una tregua.
Pressione russa
È lo Stato maggiore delle Forze armate ucraine ad affermare che negli ultimi giorni i russi stanno assaltando le posizioni ucraine a sud e ad est. Gli attacchi vengono portati soprattutto nel Donbass sulla direttrice di Pokrovsk e anche non lontano da Kramatorsk, sempre nella regione di Donetsk. Ma non mancano sortite più a nord, verso la regione di Kharkov, mentre gli ucraini cercano di difendersi anche a sud sulla direttrice di Orekhov. Dunque, seppure con intensità variabile, la pressione russa sulle linee ucraine prosegue. E come detto dal vicepresidente americano JD Vance in una recentissima intervista al canale Fox News, Kiev gradirebbe siglare un cessate-il-fuoco proprio perché sul piano militare le cose non sono andate tanto bene negli ultimi mesi. Al contrario i russi, spiega, sentono che sul campo stanno vincendo. Perciò la situazione complessivamente non è a favore di Zelensky.
Mercenari e droni
A quanto pare gli ucraini stanno ritentando senza successo proprio nel territorio della regione russa di Kursk, dove hanno già fallito una costosa controffensiva. Secondo fonti russe, oggi Kiev starebbe mandando a combattere ai suoi confini dei mercenari di compagnie private occidentali. Ma non disponendo di mezzi tali da modificare la situazione, non allestiscono una vera avanzata. Così ricorrono ad azioni particolari, che qualcuno definisce terroristiche. Si tratta dei droni lanciati sulle città russe, sebbene siano pochi a superare la contraerea e ad abbattersi su qualche bersaglio eventuale. Proprio in questi giorni di celebrazione della vittoria sul nazismo nella Seconda Guerra mondiale, gli ucraini hanno continuano coi droni su Mosca, disturbando e mettendo in pericolo pure gli ospiti internazionali. C’erano infatti il presidente cinese Xi Jinping e di più venti leader di altri Stati. Le autorità della capitale hanno quindi deciso di sospendere i voli e chiudere temporaneamente gli aeroporti.
Tregua sì o no
Come dice Vance, Kiev gradirebbe una tregua. In realtà Putin l’ha di fatto offerta, dichiarando una sosta di tre giorni dall’8 al 10 maggio per la Giornata della Vittoria. Ma in merito vi sono lamentele da entrambe le parti, accuse reciproche di aver violato un consenso non formalizzato. Lo dicono il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha e il Ministero della Difesa russo, che rivela i tentativi ucraini di penetrare di nuovo nella regione di Kursk. A sua volta Zelensky ha detto di essere disposto ad osservare una tregua di un mese, come peraltro proposto a marzo da Washington. A tal proposito Sybiha precisa che l’Ucraina e i suoi alleati sono pronti per una tregua piena e incondizionata in terra, aria e mare di almeno 30 giorni. Vogliono quindi l’assenso del Cremlino. E se la tregua regge, dicono, si aprirebbe la strada ai negoziati di pace.
I Paesi europei che spingono per la tregua
Mentre in Russia si svolgevano le celebrazioni con la partecipazione, fra gli altri, dei presidenti di Brasile, Venezuela e Congo, i capi di quattro Paesi europei andavano a Kiev a segnalare pieno sostegno al governo ucraino. Ci sono andati il francese Macron, il premier polacco Donald Tusk, il neo cancelliere tedesco Friedrich Merz e il primo ministro britannico Keir Starmer. Insieme a Zelensky hanno fatto una telefonata collettiva a Trump per parlare delle trattative di pace. In Ucraina c’era anche il segretario britannico agli Esteri David Lammy, irritato coi leader europei recatisi da Putin: Chi supporta veramente la pace dovrebbe essere in Ucraina, non a Mosca. Si riferiva al premier slovacco Robert Fico e al presidente serbo Aleksandar Vučić, andati in Russia nonostante le pressioni di Bruxelles. Forse Lammy ha dimenticato quanto fece la NATO a Belgrado.

52 anni, padre di tre figli. E’ massimo esperto di Medio Oriente e studi geopolitici.
