Libia: il pragmatismo degli Stati Uniti punta sul petrolio, ma la stabilità resta un obiettivo lontano
Dopo oltre un decennio di tentativi diplomatici falliti, gli Stati Uniti sembrano aver adottato un approccio diverso alla crisi libica. Più che perseguire una rapida transizione democratica, Washington punta oggi a consolidare una stabilità minima attraverso la condivisione delle rendite energetiche, la normalizzazione delle istituzioni economiche e il contenimento delle interferenze russe. È una strategia profondamente pragmatica, che privilegia gli equilibri di potere esistenti rispetto alla loro trasformazione.
L’obiettivo immediato è costruire uno Stato unitario attraverso un accordo tra i due centri di potere, masenza passare dalla legittimità popolare. In sintesi Washington tenta di impedire un nuovo collasso del sistema politico ed economico che possa compromettere la produzione petrolifera, favorire l’espansione dell’influenza russa nel Mediterraneo e alimentare nuove ondate migratorie verso l’Europa. In questo senso, la Libia rappresenta oggi uno dei principali dossier della competizione strategica tra Washington e Mosca nel Nord Africa.
Il ritorno americano sulla scena libica
Negli ultimi anni gli Stati Uniti avevano mantenuto un ruolo relativamente defilato rispetto ad altri attori internazionali come Turchia, Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. L’invasione russa dell’Ucraina ha però modificato le priorità geopolitiche di Washington.
La presenza dell’Africa Corps, erede del gruppo Wagner, nelle basi dell’est e del sud della Libia viene ormai considerata una minaccia diretta sia per la sicurezza del Mediterraneo sia per la proiezione russa verso il Sahel, dove Mosca ha rafforzato la propria influenza attraverso accordi militari con Mali, Burkina Faso e Niger. Da qui il rinnovato attivismo diplomatico statunitense, affidato anche all’inviato speciale per l’Africa Massad Boulos, con l’obiettivo di costruire un compromesso funzionale tra il Governo di Unità Nazionale di Tripoli e l’autorità di fatto esercitata dalla famiglia Haftar nella Cirenaica.
Petrolio come strumento di stabilizzazione
Il cuore della strategia americana può essere sintetizzato nella formula “petrolio in cambio di stabilità“.
L’idea è relativamente semplice: garantire una distribuzione prevedibile delle entrate petrolifere riduce gli incentivi delle varie fazioni a bloccare i terminal o interrompere la produzione, pratica utilizzata più volte negli ultimi anni come arma politica. In questa prospettiva si inseriscono alcuni sviluppi significativi: il raggiungimento di un’intesa su un bilancio statale unificato, il primo dalla spaccatura istituzionale del 2013; il rafforzamento del ruolo della National Oil Corporation (NOC) come principale canale di raccolta delle entrate petrolifere; il tentativo di assicurare maggiore coordinamento con la Banca Centrale della Libia per rendere più trasparente la redistribuzione delle risorse.
Parallelamente Washington incoraggia il ritorno delle grandi compagnie energetiche occidentali, comprese multinazionali statunitensi come Chevron e ConocoPhillips, con l’obiettivo di riportare stabilmente la produzione oltre 1,4 milioni di barili al giorno e aumentarla nel medio periodo. Per gli Stati Uniti ciò significa anche ridurre la vulnerabilità dei mercati energetici internazionali e consolidare la presenza economica occidentale in un Paese ricco di risorse ma ancora politicamente frammentato.
Una pace costruita sulle élite
Il limite principale dell’approccio americano è che esso non interviene sulle cause profonde della crisi libica. Piuttosto che favorire un ricambio politico, il piano consolida gli equilibri esistenti tra Abdul Hamid Dbeibeh a Tripoli e la famiglia Haftar nella Libia orientale.
In pratica viene riconosciuta la realtà di una divisione del potere già consolidata sul terreno, cercando di renderla più ordinata e meno conflittuale. Questa scelta offre alcuni vantaggi nel breve periodo: riduce il rischio di nuovi blocchi petroliferi e limita il ricorso alle armi come strumento negoziale. Ma produce anche effetti collaterali rilevanti.
Gran parte della popolazione continua infatti a essere esclusa dal processo decisionale, mentre le elezioni nazionali, previste ormai da anni ma continuamente rinviate, vengono ulteriormente accantonate. Il rischio è quello di cristallizzare un sistema politico privo di reale legittimazione popolare, fondato esclusivamente sull’equilibrio tra centri di potere armati.
Il nodo irrisolto delle milizie
L’altro grande punto debole riguarda la sicurezza. La Libia continua a essere attraversata da decine di gruppi armati che controllano quartieri urbani, infrastrutture strategiche, traffici illegali e centri di detenzione per migranti. L’accordo tra est e ovest non modifica questa realtà. Non esiste ancora una vera riforma del settore della sicurezza (Security Sector Reform), né un processo credibile di disarmo, smobilitazione e reintegrazione dei combattenti.
Al contrario, i leader degli stessi gruppi armati consolidano la loro posizione di rilievo all’interno delle istituzioni libiche, portando presunti traffici di ogni genere ad un livello istituzionale che potremmo definire “criminalità di Stato”, con la conseguenza diretta che qualsiasi accordo politico continuerà a dipendere dalla volontà dei comandanti locali, con il rischio che una crisi economica o una disputa sulle rendite petrolifere riaccendano rapidamente il conflitto.
La competizione tra potenze resta decisiva
La Libia continua inoltre a rappresentare un terreno di competizione tra attori internazionali con interessi spesso divergenti. La Turchia mantiene una presenza militare consolidata nell’ovest del Paese sulla base degli accordi firmati con il Governo di Tripoli nel 2019, che comprendono anche l’intesa sulla delimitazione marittima nel Mediterraneo orientale.
La Russia conserva invece una significativa infrastruttura militare nell’est e nel Fezzan attraverso l’Africa Corps, utilizzando la Libia come piattaforma per le operazioni nel Sahel. Anche Egitto ed Emirati Arabi Uniti continuano a esercitare un’influenza rilevante sulla Cirenaica, mentre l’Italia mantiene un interesse strategico legato alla sicurezza energetica, alla gestione dei flussi migratori e alla tutela degli investimenti dell’Eni. In questo contesto, qualsiasi iniziativa americana deve necessariamente confrontarsi con una pluralità di attori che difficilmente rinunceranno ai propri interessi strategici.
Un modello vulnerabile al mercato energetico
L’intera architettura americana presenta inoltre una vulnerabilità strutturale: dipende dalla capacità del settore petrolifero di generare entrate sufficienti per soddisfare tutte le principali fazioni.
Se il prezzo internazionale del greggio dovesse diminuire sensibilmente oppure la produzione venisse nuovamente interrotta, la riduzione delle risorse disponibili potrebbe riaprire immediatamente il confronto per il controllo della Banca Centrale, della National Oil Corporation e dei principali ministeri economici. La storia recente della Libia dimostra che gli accordi di spartizione finanziaria tendono a funzionare soltanto finché la rendita rimane sufficientemente elevata da garantire benefici a tutti gli attori coinvolti.
Lo scenario più probabile
Alla luce di questi elementi, la strategia americana appare più come un piano di gestione della crisi che come un progetto di ricostruzione dello Stato libico. Washington sembra aver preso atto che, almeno nel medio periodo, una Libia pienamente unificata e democratica rappresenta un obiettivo irrealistico.
La priorità diventa quindi mantenere aperti i pozzi petroliferi, evitare una nuova guerra su larga scala e limitare l’espansione dell’influenza russa. Questo approccio potrebbe produrre risultati tangibili nel breve termine, favorendo una relativa tregua tra le principali fazioni e una maggiore continuità della produzione energetica. Tuttavia, difficilmente risolverà le fragilità strutturali del Paese: l’assenza di istituzioni condivise, la frammentazione del monopolio della forza, la dipendenza quasi esclusiva dagli idrocarburi e il deficit di legittimità politica.
In altre parole, gli Stati Uniti sembrano puntare a una Libia sufficientemente stabile da non rappresentare una minaccia per gli interessi occidentali, più che a una Libia realmente pacificata. È una strategia coerente con il nuovo realismo geopolitico americano, ma che rischia di congelare il conflitto anziché superarlo. Come già dimostrato dagli accordi raggiunti negli ultimi dieci anni, la distribuzione delle rendite petrolifere può comprare tempo, ma difficilmente può sostituire un autentico processo di riconciliazione nazionale e di costruzione dello Stato.

Vanessa Tomassini è una giornalista pubblicista, corrispondente in Tunisia per Strumenti Politici. Nel 2016 ha fondato insieme ad accademici, attivisti e giornalisti “Speciale Libia, Centro di Ricerca sulle Questioni Libiche, la cui pubblicazione ha il pregio di attingere direttamente da fonti locali. Nel 2022, ha presentato al Senato il dossier “La nuova leadership della Libia, in mezzo al caos politico, c’è ancora speranza per le elezioni”, una raccolta di interviste a candidati presidenziali e leader sociali come sindaci e rappresentanti delle tribù.
Ha condotto il primo forum economico organizzato dall’Associazione Italo Libica per il Business e lo Sviluppo (ILBDA) che ha riunito istituzioni, comuni, banche, imprese e uomini d’affari da tre Paesi: Italia, Libia e Tunisia. Nel 2019, la sua prima esperienza in un teatro di conflitto, visitando Tripoli e Bengasi. Ha realizzato reportage sulla drammatica situazione dei campi profughi palestinesi e siriani in Libano, sui diritti dei minori e delle minoranze. Alla passione per il giornalismo investigativo, si aggiunge quella per l’arte, il cinema e la letteratura. È autrice di due libri e i suoi articoli sono apparsi su importanti quotidiani della stampa locale ed internazionale.


