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La vittoria di Pirro della sinistra e la disfatta della destra dei suoi candidati “quasi per caso”

Più che la netta vittoria della sinistra, chissà poi quanto di sinistra rispetto ai valori ai quali dice di richiamarsi, in questa tornata elettorale spicca la disfatta della destra su tutta la linea. Ad eccezione di Trieste, dove si trattava di ottenere un bis non difficilissimo, nelle principali città del Paese la compagine di Salvini, Meloni e Berlusconi non conquista nessun sindaco. Neanche dove l’impresa non sembrava impossibile, come a Roma e a Torino, che escono da una stagione fallimentare targata Cinquestelle, e prima perfino a Milano e a Napoli. Ma su questo risultato con le chiare e ineludibili responsabilità dei partiti della destra, hanno giocato un ruolo importante molti fattori estranei al confronto democratico.

Hanno sicuramente pesato il caso di Morisi per la Lega e quello di Fidanza per Fratelli d’Italia, entrambi esplosi con sospetta casualità alla vigilia delle elezioni, e soprattutto l’assalto di un manipolo di neofascisti alla sede della Cgil e infine la manifestazione tenuta dai sindacati nel sabato di silenzio elettorale, fatto senza precedenti – inaudito avrebbero detto a parti invertite i comunisti di una volta. Un risultato chiaro, dunque, quello della sinistra, ma non si può non pensare che sia stato corrotto, quantomeno un po’, da questi eventi che nulla hanno a che vedere con i programmi con i quali amministrare una grande città, e più in generale un Paese. Ma il peso che hanno avuto queste vicende è davvero relativo rispetto alla situazione complessiva in cui la destra si è presentata alle elezioni. Anzitutto le vicende più recenti che hanno disorientato gli elettori, soprattutto della destra, i quali, non esclusi quelli di sinistra, hanno fatto registrare un’astensione dalle urne che non si era mai vista, e che deve inquietare più di una sconfitta e far riflettere più di una vittoria: le posizioni della Lega e di Fratelli d’Italia un po’ ondivaghe e un po’ contraddittorie sul certificato vaccinale, sugli stessi vaccini, e su quel fiancheggiamento tra il detto e non detto delle manifestazioni di protesta. E il tutto a fronte di una larghissima maggioranza di italiani che fidandosi della scienza ha accettato, anche a malincuore, le imposizioni del governo. Una scelta di campo venata di ambiguità che è risultata incomprensibile agli elettori. Ma all’origine della sconfitta della destra ci sono anche i tempi e i modi in cui sono stati scelti i candidati a sindaco, e la loro personalità in campo politico. Alle designazioni i partiti sono arrivati all’ultimora e dopo estenuanti trattative fino al litigio, che certo hanno gettato pesanti ombre sulle candidature. Ma altri fattori forse decisivi hanno minato le possibilità di successo: i “candidati per caso”, quelli della cosiddetta società civile, stimati professionisti e imprenditori, ma digiuni di politica, quanto meno la politica praticata, e come se non bastasse sconosciuti, non funzionano più. Il loro tempo probabilmente è tramontato, l’elettore oggi forse si fida di più di un professionista della politica che offra le garanzie anche minime di saper governare la macchina amministrativa e dare un chiaro e percorribile indirizzo per lo sviluppo della comunità locale. Il PD con il suo segretario Letta, preso atto dell’irrilevanza dei Cinquestelle, ha qualche motivo per cantare vittoria: il risultato delle elezioni è evidente e certamente rafforza il partito e in primo luogo la figura di vertice, che con questa tornata elettorale si è giocata la  permanenza alla guida della sua forza politica.

Ma qualche riflessione devono farla anche a sinistra, perché non è affatto detto che chi ha votato il loro candidato automaticamente abbia votato Letta e il suo partito. Anzi, potrebbero essere molti, moltissimi coloro che hanno scelto la figura designata dalla sinistra in quanto persona rassicurante, conosciuta anche per le sue capacità di amministratore. E questi elettori un domani (che ormai non è lontanissimo) potrebbero tornare sui loro passi: a destra. Alla luce del risultato di queste elezioni, qualche interrogativo si affaccia sulla struttura del governo e sul peso delle diverse componenti; certo, è ancora presto per eventuali ripercussioni. Ma al di là di quanto è emerso dalle urne, la sensazione è che il governo Draghi viva pericolosamente, con una maggioranza che pur sfiorando l’unanimità-meno-uno, divisa almeno in due parti quando non in tre, è arrivato più volte al punto di rottura per poi rammendare gli strappi qualche ora dopo. Un governo forte sostenuto da una maggioranza debole, si direbbe con uno di quei paradossi ai quali la dinamica della politica ci ha abituati non solo in quest’ultimo semestre, ma anche prima con i governi che si sono succeduti dopo le ultime elezioni politiche, e talvolta anche in un passato non necessariamente remoto. Ed è vero, si tratta di un esecutivo sicuramente forte, ma la sua forza è tutta concentrata nel suo capo, Mario Draghi. È lui, infatti, il numero uno di Palazzo Chigi a tenere in piedi la compagine di governo, a superare gli ostacoli più insidiosi, a portare a più miti consigli i soci di una coalizione che si combattono senza sosta, che dicono e fanno di tutto per spingere l’altro fuori dall’esecutivo e dalla maggioranza. Più che comandare – hanno detto gli studiosi dello specifico politico – il buon capo di governo deve saper governare. Ma Draghi sa fare entrambe le cose, governare e comandare. Una delle ultime prove è arrivata da una recente riunione del Consiglio dei Ministri, alla tesissima vigilia dell’obbligo di quella carta verde che certifica l’avvenuta vaccinazione, dove o in apertura o alla fine tutti avrebbero voluto dire qualcosa su tal problema che suscita così tante tensioni e polemiche, magari dopo qualche parola del Presidente a introdurre l’argomento. E forse qualcuno si sarebbe aspettato un accenno sull’assalto alla Cgil, dal momento che il Presidente del consiglio aveva sentito l’obbligo di testimoniare, in quanto Capo del governo, la sua doverosa solidarietà recandosi alla sede del sindacato, senza dimenticare di abbracciare il segretario generale, e, chissà, anche sulla possibilità di mettere fuorilegge Forza Nuova, visto che da Palazzo Chigi hanno fatto sapere che il governo sta studiando la pratica. Ebbene niente di tutto questo. Draghi è andato avanti come un treno, ignorando tutto: primo punto all’ordine del giorno, secondo punto, terzo – la seduta è tolta. In totale novanta minuti, secondo più secondo meno: un record. E tutti zitti, muti. Ancora qualche giorno dopo, con il rifinanziamento del reddito di cittadinanza, quel che resta dei punti irrinunciabili ai quali hanno abbondantemente rinunciato i Cinquestelle, bocciato e con parole grosse da Lega, Forza Italia e Italia Viva. Bene, ha più o meno detto Draghi, andiamo avanti, intanto approviamo, poi vedremo in Parlamento e in altre sedi. 

E magari a molti cittadini questo modo di procedere, secco, deciso, senza nulla concedere alle varie ed eventuali che sarebbero certamente diventate strumento di vuota e interessata polemica, può anche piacere. Tanti studiosi potrebbero dirci quanto sia carico di fascino, magari proprio in quanto fascino anche un po’ perverso, questo sistema di governare e, appunto, comandare. Eppure, questo modo di procedere non è detto che debba inquietare. Perché è possibile che Draghi, valutando le mine che aveva di fronte, con i partiti pronti a farle esplodere anche nella sede più ufficiale quale è la riunione del Consiglio dei Ministri, abbia fatto la cosa più giusta: non dare il minimo spunto ai partiti, peraltro impegnati in una arroventata campagna elettorale, di azzannarsi mettendo in pericolo perfino nelle sede deputata la tenuta del governo. C’è da dire che molto probabilmente la forza di Draghi, oltre che nelle sue invidiabili doti politiche dalle quali deriva il suo carisma, sta anche nella fragilità della coalizione che lo sostiene. E naturalmente anche in una situazione politica che per molti fattori al momento non ha altre alternative. Certo, ci sarebbe da domandarsi chi comanda davvero nel governo, al netto del sano decisionismo del Presidente, pratica, quella del dovere di decidere da parte di chi ne ha compito e responsabilità di fronte al Paese senza farsi imbrigliare dai veti incrociati e dal consociativismo, che negli ultimi quarant’anni è stata criticata fino alla demonizzazione. E non si può non prendere atto che alcuni tra i più importanti e discussi provvedimenti adottati dal governo, con il capo che decide, arrivino dalla sinistra, o pseudo-tale, purtroppo resa spuria e con l’identità perduta dal decisivo supporto dei Cinquestelle. Ma c’è anche da dire che Draghi ha fretta. Su di sé ha lo sguardo ammirato ma anche attento e vigile di tutta l’Europa e di mezzo mondo. Entro pochi mesi deve mettere a punto le numerose e complesse riforme e i piani posti come condizioni per la concessione dei quasi 200 miliardi previsti per l’Italia da Bruxelles. E non può e non vuole sbagliare. E non solo certo per la sua credibilità, che diventa tutto sommato ben poca cosa di fronte al futuro di un Paese che da quelle risorse in buona parte dipende. Gli indicatori economici delle ultime settimane sembrano favorevoli e danno il segno di una ripresa avviata. E tuttavia quanto a riforme e piani non siamo che all’inizio. Ecco dunque la fretta e il decisionismo. Ma c’è anche il complesso e ormai imminente scenario politico che si aprirà a inizio primavera, al quale peraltro è ormai rivolto lo sguardo un po’ di tutti, governo, partiti, coalizioni e certo non ultimo Draghi. Il rebus è l’elezione del Presidente della Repubblica e tutto quello che potrà accadere con questo snodo istituzionale e dopo. Intanto abbiamo avuto le elezioni comunali, e al di là del risultato favorevole alla sinistra, gli elettori con l’astensione hanno mandato un segnale che tutti hanno il dovere di raccogliere.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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