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G20 straordinario riaccende i riflettori sulla crisi afghana. Per Tiburtini (Fondazione Icsa) la cellula terroristica Is-Kp tenterà di utilizzare il nuovo Emirato Islamico come hub per attacchi su scala internazionale

Il G20 straordinario, organizzato su iniziativa del premier italiano Mario Draghi, ha riacceso i riflettori sull’Afghanistan, balzato improvvisamente su tutte le prime pagine dei giornali dopo che a sorpresa lo scorso agosto il presidente americano Joe Biden aveva dato un colpo d’accelerazione al ritiro delle sue truppe dal territorio, abbandonandolo di fatto nelle mani dei taleban. Poi la fragorosa mannaia mediatica, quella stessa che ha fatto calare il silenzio nei 20 anni di missione internazionale nel paese, con il compito di garantire un ambiente sicuro a tutela ​​dell’Autorità provvisoria afghana insediatasi a Kabul nel dicembre 2001. E ora rieccoci a parlare di crisi afghana, con il gruppo delle grandi potenze economiche mondiali che si è riunito il 12 ottobre scorso, insieme a Nazioni Unite, Qatar, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale per discutere le misure che dovrebbero alleviare la situazione catastrofica in cui versa oggi la popolazione, ma anche per affrontare la questione terrorismo internazionale, che sul piatto della bilancia pesa tanto quanto l’emergenza umanitaria, la violazione dei diritti umani e le paventate nuove ondate migratorie. Da quando il nuovo Emirato islamico a marchio taleban si è insediato a Kabul, l’Isis Khorasan (Is-Kp), la cellula terroristica locale ha intensificato i suoi attacchi contro città e moschee del paese, seminando il terrore fra i civili inermi. Il doppio attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto, la strage di fedeli nella moschea sciita Sayed Abad a Kunduz nella parte settentrionale dell’Afghanistan l’8 ottobre e ieri l’ultima esplosione a Kandahar, la roccaforte dei taleban, che ha causato 47 morti e 70 feriti, raffigurano un preciso piano di attacco al potere “molle” costituito degli Studenti coranici. E queste sono solo alcune delle sanguinarie scorrerie di cui si è reso responsabile l’Is-Kp perché già fra il 2019 e il 2020 aveva messo a segno ben 572 attacchi, come rivela lo studio “Lo Stato islamico della provincia del Khorasan in Afghanistan” realizzato per la Fondazione Icsa da Filippo Tiburtini, ricercatore e analista in tema di sicurezza e lotta al terrorismo. Lo abbiamo contattato per capire meglio fino a che punto la costola dell’Isis in Siria possa minare la sicurezza internazionale.

Infografica – La biografia dell’intervistato Filippo Giacomo Tiburtini

Is-kp può rappresentare una seria minaccia terroristica su scala internazionale?

Il suo principale obiettivo è consolidare ed espandere il Califfato oltre i confini afghani. La strategia portata avanti dal gruppo è finalizzata alla creazione di una testa di ponte per il movimento dello Stato islamico per estenderlo in Asia centrale e meridionale. Già nel Paese è presente in una forma embrionale. L’Is-Kp punta a diventare la principale organizzazione jihadista nella regione, raccogliendo membri degli altri gruppi estremisti, Tehrik-i-Taliban in Pakistan (TTP), Lashkar-e Islam (LeI) e il Movimento islamico dell’Uzbekistan. Utilizza l’Afghanistan come hub per lanciare attacchi su scala nazionale ed internazionale. Il loro piano principale e fondante, che ne rappresenta una seria potenziale minaccia da non sottovalutare, come risulta evidente dal moltiplicarsi dei recenti attacchi terroristici rivendicati da Is-Kp.   

Dal suo studio emerge che la nascita dell’Isis Khorasan risale al 2015. Al contrario dei cugini jihadisti in Siria, loro sono sopravvissuti agli attacchi della coalizione a guida americana. Come lo spiega? 

Originariamente le loro roccaforti erano localizzate nelle province orientali di Nangarhar e del Kunar, situate nella regione del Khorasan. In realtà i primi segnali delle attività di quello che sarebbe poi diventato l’Is-Kp risalgono al 2014. La formazione terroristica si è formalmente affiliata allo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis, anche conosciuto come Isil o Daesh), giurando fedeltà alla causa nel gennaio 2015. A differenza del gruppo radicatosi in Siria, che è stato sconfitto sul terreno dalla coalizione anti-Daesh e ridotto a minuscole entità stanziali nel deserto, in Afghanistan il principale target della coalizione nella lotta al terrorismo era rappresentato dai talebani, poiché ritenuto il pericolo più incombente nel paese. Quindi, pur non rientrando fra gli obiettivi primari, sono stati interessati da attacchi degli Usa portati avanti, in alcuni casi, congiuntamente con i talebani. Azioni mai confermate dalle fonti ufficiali ma nei fatti avvenute nelle attività sul campo. Un altro aspetto è che tendenzialmente l’Is-Kp sfugge allo scontro militare diretto, come invece avvenuto in Siria e Iraq, organizzando azioni terroristiche puntuali e rapide, con lo scopo di destabilizzare e creare il caos sul territorio afghano per poi rendersi invisibile. Questo, perché avendo un numero limitato di uomini e mezzi lo scontro in campo aperto li avrebbe visti perdenti sotto ogni punto di vista. Inoltre, hanno dimostrato una straordinaria capacità di infiltrarsi all’interno delle forze di sicurezza talebane. Basti citare come esempio per tutti, il fatto che il leader Al Muhajir sia riuscito ad incontrare il vicecapo dell’intelligence talebana, Mullah Tajmir Jawad, senza che il funzionario si rendesse conto di chi fosse il suo interlocutore, ossia il numero uno dell’Is-Kp. 

Come si finanziano e chi gli fornisce le armi? Anche loro sono diventati esperti nella fabbricazione di esplosivi (Ied)?

L’Is-Kp si finanziava con l’estrazione di risorse naturali, incluso il redditizio talco dalle miniere a Nangarhar, ma gli attacchi delle forze governative afghane e dei talebani hanno privato la formazione jihadista di queste entrate. Altra fonte di finanziamento avviene principalmente attraverso donazioni locali, tasse, contrabbando di tabacco, estorsioni unitamente al sostegno finanziario di mezzi e di armi provenienti dal nucleo originario dell’Isis, cioè il Dawla di Siria e Iraq. Nella fase iniziale hanno sfruttato le capacità militari dei gruppi locali, di cui abbiamo già parlato, che si sono uniti alla causa. Rispetto all’utilizzo degli esplosivi, una specialità dei jihadisti, loro attuano principalmente attacchi suicida con i kamikaze, pur avendo conoscenze e capacità di utilizzare gli Ied. 

Può spiegarci il rapporto fra Is-Kp e talebani?

L’Is-Kp vede nei talebani dei nemici, anche se va ricordato che entrambi sono d’ispirazione sunnita, seguono cioè la Sunnah,  l’insieme degli insegnamenti e dei detti del profeta Maometto. Il rapporto fra i due è assolutamente ostile. I talebani vengono visti come “sporchi nazionalisti” con la limitata ambizione di formare un governo ristretto ai soli confini dell’Afghanistan, non rispettando in maniera stretta i dettami coranici. Ciò è in netto contrasto con l’obiettivo principale del movimento dello Stato islamico di stabilire un califfato globale. 

E invece, cosa può dirci riguardo alle relazioni fra il gruppo jihadista e le altre formazioni terroristiche locali?

Si stanno verificando delle dinamiche di fusione con i gruppi minori, che vedono nell’Is-Kp un punto di riferimento nelle attività da loro promosse. A riprova di questo, l’attentato dell’8 ottobre scorso rivendicato dalla formazione jihadista, che ha provocato più di 50 morti e otre 100 feriti, nella moschea sciita di Kunduz, dove l’attentatore suicida era Mohammed l’Uiguro. Il nome è un chiaro riferimento alla provenienza etnica del kamikaze, una minoranza musulmana cinese, gli uiguri, oggetto di attacchi continui da parte dei talebani. A conferma del fatto che si stanno delineando delle alleanze tra Is-Kp e i gruppi minori. Questo aspetto preoccupa la Cina poiché potrebbe minare da una parte il processo di stabilizzazione dell’Afghanistan, impedendo un eventuale sostegno economico da parte di Pechino, nonché creare problemi di infiltrazioni terroristiche nella regione autonoma dello Xinjiang, zona di provenienza degli uiguri stessi, sottoposti a dure repressioni da parte dello stesso governo cinese. Non ultimo bisogna considerare che questa area ricopre una certa importanza nello sviluppo della Via della Seta, uno dei pilastri dell’espansionismo cinese.

Crede che il G20 sull’Afghanistan porterà a dei risultati concreti per la popolazione sul piano del rispetto dei diritti umani e delle libertà civili? I talebani hanno iniziato ad inviare delle lettere di amnistia a chi ha collaborato con le forze occidentali, ma pare che queste siano indirizzate a pochi eletti. E agli altri, cosa li attende?

La situazione è piuttosto complicata. I partecipanti al G20 allargato, dedicato alla crisi afghana hanno ribadito che uno degli aspetti fondamentali perché il neonato Emirato possa essere considerato un interlocutore credibile, è che dimostri nei fatti di rispettare i diritti umani e le libertà civili. Purtroppo non è così e le cronache sono lì a dimostrarlo. In questo scenario le lettere d’amnistia a cui fa riferimento, al momento non sono considerate dalla popolazione come garanzie contro eventuali e possibili rappresaglie. Per quanto riguarda i visti in uscita per le persone che non sono riuscite a lasciare il paese durante l’evacuazione conclusa il 31 agosto, il governo talebano ha chiesto a chi volesse lasciare il paese di presentare i passaporti in modo da consentirgli l’uscita dall’Afghanistan. Anche in questo caso bisogna ricordare che molti cittadini per la paura di venire identificati come collaboratori della coalizione, hanno distrutto ogni documento d’identità e vivono nel terrore di essere riconosciuti. Richiedere un nuovo passaporto li esporrebbe a rischi concreti. Gli Stati Uniti unitamente alle Nazioni Unite, l’Ue e agli altri paesi della coalizione stanno facendo pressioni sulle autorità talebane e organizzando allo stesso tempo dei ponti aerei con i paesi confinanti che hanno accolto i primi profughi. Questo ultimo aspetto riguarda una piccola parte di cittadini afghani. Come dicevo la situazione è piuttosto complicata e richiede tempo, cosa che sfortunatamente in questo preciso momento storico è un fattore prezioso.

Ancora, al vertice del G20 è stato deciso di stanziare un miliardo di euro da destinare alla popolazione ora alla fame. Ma è evidente che quel denaro dovrà passare obbligatoriamente attraverso il canale taleban. Arriverà mai ed interamente alla popolazione, oppure rimarrà incastrato nelle maglie della corruzione, come avveniva col precedente governo?

L’orientamento emerso a seguito del G20 è chiaramente indirizzato ad un approccio multilaterale. Le agenzie delle Nazioni Unite saranno le principali responsabili delle attività umanitarie. Questo, proprio per evitare i rischi che i finanziamenti siano utilizzati per scopi non propriamente umanitari. Evidentemente il governo taleban deve collaborare, permettendo l’entrata degli operatori umanitari e assicurando che gli stessi possano svolgere il loro ruolo in piena sicurezza nel territorio. Questo non vuol dire il loro riconoscimento da parte della comunità internazionale, che è un processo molto più complesso.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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