La storia di Marie Claire Gegera, da orfana in Burundi a guida di una onlus per donne vedove
A nove anni ha visto morire la madre davanti ai suoi occhi. A ventidue perdona l’uomo che l’aveva uccisa. Oggi Marie Claire Gegera, infermiera a Genova, trasforma quella ferita in solidarietà.
La sua non è solo una storia di resilienza, ma un potente monito sul potere della riconciliazione in contesti segnati da violenza cicliche e settarie.
La guerra
A Bujumbura, capitale economica del Burundi, la sua infanzia è stata segnata dalla guerra e dalla perdita. Il padre, docente universitario e diplomatico, viene assassinato quando lei aveva appena due anni. Qualche anno dopo, anche la madre fu raggiunta dai colpi di un fucile in un agguato, mentre si recava a messa con la piccola Marie Claire.
«Ricordo ancora il mio vestitino bianco della domenica macchiato dal sangue di mia madre che, agonizzante, mi sussurra: Non perdere la fede, credi nell’uomo, conserva la dignità», racconta oggi.
Dei quindici fratelli, solo tre sono sopravvissuti alle violenze che insanguinavano il Paese.
La minoranza Tutsi
La tragedia che ha colpito la famiglia di Marie Claire affonda le radici nella polarizzazione etnica tra la minoranza Tutsi e la maggioranza Hutu. Il Burundi, fin dall’indipendenza, è stato ciclicamente dilaniato da questa frattura, culminata in massacri periodici e repressione. Gli anni ‘80 furono un periodo di crescente instabilità e repressione militare nel Paese. Sotto il regime militare del presidente Tutsi Jean-Baptiste Bagaza, l’esclusione sistematica dell’etnia Hutu dalle posizioni di potere, dall’esercito e dall’istruzione superiore consolidò il dominio della minoranza.
La tensione repressa esplose nell’agosto del 1988, con i sanguinosi massacri di Ntega e Marangara nelle regioni settentrionali. L’esercito a guida Tutsi massacrò circa 5.000 civili Hutu, costringendo oltre 60.000 persone a fuggire nei paesi confinanti.
Nonostante il colpo di stato di Pierre Buyoya avesse promesso unità e istituito una commissione per la riconciliazione, le brutalità dell’’88 dimostrarono che le tensioni etniche erano ben lungi dall’essere risolte. È in questo contesto che Marie Claire, anni dopo, si troverà a operare come volontaria.
Lo spostamento in Ruanda
Era ancora una bambina, quando fu portata in Ruanda con la promessa di poter proseguire gli studi. La realtà era un’altra. Venne costretta a lavorare per famiglie benestanti e a subire umiliazioni e maltrattamenti. Ma non si arrende. La chiesa diventa il suo rifugio, la fede la sua ancora. Insegna catechismo, danza sacra, porta conforto ai bambini. Un sacerdote nota il suo impegno e la sua determinazione e le offre la possibilità di ricevere un’istruzione. È l’inizio della rinascita.
«Ho sofferto la fame di cultura – spiega – perché in Africa un tozzo di pane riesci a condividerlo, la conoscenza e l’istruzione no».
A ventidue anni rientra nel suo Paese come volontaria nei campi profughi. Si prende cura dei feriti delle rivolte del ’93 e lì incontra un uomo che le cambierà la vita. È gravemente ferito e assistendolo, si convince che sia un amico di famiglia. «Mi diceva che avevo lo stesso sguardo di mio padre e il sorriso di mamma», chiarisce Marie Claire. Solo in punto di morte le confesserà di essere l’assassino della madre. Quei colpi erano destinati a lei e la donna le aveva fatto da scudo.
Riesce a perdonarlo e ad accompagnarlo negli ultimi istanti di vita.
«Credo si sia pentito – dice Gegera– perché prima di andarsene ha voluto stringermi la mano. Il perdono ha guarito entrambi: me, che per anni ho covato rabbia e rancore, e lui, che in punto di morte si è liberato del suo fardello».
Da quel gesto di riconciliazione inizia un nuovo percorso. Con le missionarie arriva in Italia, studia Scienze infermieristiche al Campus Bio-medico di Roma e si specializza in emergenza pediatrica e management sanitario. Oggi vive a Genova, dove lavora come infermiera.
Carità in movimento
Nel 2017 fonda la onlus “La Carità in movimento”, che promuove salute e sviluppo socioeconomico in Burundi, sostiene madri vedove e i loro figli, garantendo istruzione e cure ai bambini. Tra i progetti più riusciti c’è il “Progetto Mucca”, che prevede la donazione di un animale alle famiglie con l’impegno di regalare il primo vitello a chi non possiede nulla. Una catena di solidarietà che cresce di anno in anno, dimostrando come la micro-economia possa agire come potente strumento di pace.
«In questo modo una mamma ha potuto far studiare i suoi bambini e acquistare due terreni – racconta –. C’è pure una sartoria, dove si insegna un mestiere alle ragazze madri, così da offrire loro autonomia e la possibilità di costruire un futuro stabile».
Riconoscimenti e Impegno
Per la forza con cui ha trasformato il dolore in impegno sociale, Marie Claire è stata recentemente insignita di importanti riconoscimenti che hanno portato la sua testimonianza sulla scena internazionale. Ha vinto il prestigioso premio “Donne che amano le donne” del Terziario Donne di Confcommercio Palermo lo scorso 19 novembre. Un riconoscimento che rende omaggio a chi riesce a trasformare la sofferenza in speranza e cambiamento nelle proprie comunità.Inoltre, grazie al suo instancabile lavoro per l’inclusione e i diritti umani, il 9 dicembre scorso è stata relatrice al Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani.

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.


