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La polveriera d’Europa: nei Balcani stanno di nuovo maturando le condizioni per una guerra mondiale

Lo scorso novembre in Serbia è deceduto a causa di un attacco di cuore il leader della comunità musulmana Muamer Zukorlić. Era originario del Sangiaccato (Sandžak), regione al confine fra Montenegro e Kosovo, abitata da musulmani. Senza di lui, i nazionalisti potrebbero scatenare una guerra vera e propria. Il giornale russo Komsomolskaya Pravda analizza la situazione e l’eventualità che scoppino nuove guerre di indipendenza sul territorio dell’ex Jugoslavia.

Una figura discussa

In Jugoslavia Zukorlić era Gran Mufti già negli anni ’90 del secolo scorso, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina. Molti lo descrivono come un autentico uomo di pace: le intenzioni separatiste dei musulmani erano veramente forti nel Sangiaccato e la situazione era certamente favorevole per ingaggiare una battaglia per l’indipendenza. Zukorlić però seppe dissuadere le teste calde dal provocare spargimenti di sangue e seppe anche valutare in modo lucido le proprie possibilità: una rivolta sarebbe fallita e i musulmani sarebbero semplicemente stati deportati dal Sangiaccato alla Bosnia. Così, al posto di imbracciare il kalashinov, Zukorlić impugnò un Corano: con lui fu svolta un’attiva opera di islamizzazione della regione. Gli abitanti che prima erano scarsamente religiosi si fecero crescere la barba e i capelli o si coprirono con lo chador, a seconda dei casi. E se si considerava serba, pur appartenente a un’altra confessione, adesso la popolazione di Sangiaccato era assolutamente convinta di essere bosgnacca. Zukorlić non temeva di criticare apertamente la “grande Serbia”. Non amava la bandiera e l’emblema del Paese, perché secondo lui non raffiguravano i simbli religiosi “giusti”; l’inno nazionale, poi, lo giudicava troppo simile alle preghiere ortodosse, perciò vietò ai suoi seguaci di alzarsi in piedi durante la sua esecuzione.

La mano di Ankara

Oggi il Sangiaccato è praticamente uno Stato nello Stato, peraltro con fortissimi sentimenti separatisti. A Zukorlić si proposero presto degli sponsor. La Turchia, ad esempio, fece costruire a Novi Pazar, capoluogo della regione, diverse moschee e centri religiosi. Per i suoi abitanti Ankara così è diventata il protettore e il partner più stretto. Un esempio lampante è questo: quando gioca la nazionale di calcio turca, la gente esce in strada con le bandiere rosse con la mezzaluna, mentre quando gioca la squadra serba nessuno manifesta entusiasmo. Nelle scuole del Sangiaccato si racconta la loro versione della storia, secondo la quale l’epoca d’oro per gli abitanti del Sangiaccato fu quella dell’Impero Ottomano, ed è proprio la visione propagandata dai telefilm turchi. Aiuti umanitari dal “fratello maggiore” giungono regolarmente nella regione insieme a insegnanti di lingua turca coi loro libri e manuali.

Il terreno per un rinnovamento della “fase attiva” della lotta per l’indipendenza del Sangiaccato è quindi stato approntato, ma senza il saggio ed esperto Zukorlić manca la garanzia che adesso non spuntino fuori quelli desiderosi di poter finalmente sparare. E come la storia ci insegna, il fuoco di un conflitto nei Balcani può divampare poi nel mondo intero. Sui monti del Sangiaccato esistono basi militari o “nuclei di liberazione”, in cui la locale gioventù musulmana viene addestrata alle cose militari. Una di queste basi illegali fu scoperta nel 2007: sono stati arrestati alcuni individui, i quali non nascosero di essere stati preparati per una guerra contro la Serbia. Nel 2011 Mevlid Jašarević, formato in una di queste postazioni di addestramento, aprì il fuoco a Sarajevo contro l’ambasciata degli Stati Uniti. Dopo l’inizio della guerra in Siria e nel Medio Oriente, i fondamentalisti andarono laggiù per combattere dalla parte dell’organizzazione islamica dichiarata fuorilegge nella Federazione Russa.

Il prezzo della separazione

Il destino del Sangiaccato dipende comunque anche dalla situazione nella vicina Bosnia-Erzegovina; si tratta pur sempre dei Balcani, dove niente si risolve in maniera semplice. In Bosnia, Paese a maggioranza musulmana, esiste la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina o Republika Srpska, regione di assoluta prevalenza ortodossa: insomma, come il Sangiaccato, ma al contrario. Secondo il politologo Anatoly Wasserman, deputato della Duma di Stato russa, è difficile prevedere gli sviluppi futuri della situazione in Bosnia Erzegovina; in teoria non è escluso che possa prendere avvio la fuoriuscita della Republika Srpska dal corpo dello Stato, considerando che anche i cattolici croati potrebbero volersi annettere alla Croazia. I vertici della Republika Srpska hanno già annunciato la decisione di dare inizio al processo di proclamazione della propria indipendenza. Come risposta, alcuni imam bosniaci hanno cominciato durante le preghiere a esortare i musulmani a prepararsi alla jihad per “proteggere il Paese e la terra dell’Islam” dal separatismo. Wasserman quindi aggiunge: potrebbe veramente accadere che i musulmani del Sangiaccato esprimano la volontà staccarsi dalla Bosnia, ma mi sembra comunque poco probabile. Se lo volessero davvero, lo avrebbero già fatto nel secolo scorso, quando sul territorio dell’ex Jugoslavia erano in corso combattimenti durissimi.

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