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La politica a due facce di Draghi: aggressiva all’estero, in subbuglio nella gestione interna

Come tutte le medaglie, anche il sentimento che emerge sull’azione del governo Draghi conta due facce, almeno due: una che esprime un consenso piuttosto diffuso sulla politica estera, compreso il tentativo di ritagliare per l’Italia un ruolo di primo piano nell’Unione Europea magari ai danni di Germania e Francia – anche se accanto ai plausi proprio sui rapporti internazionali non mancano qua e là degli accenti critici – e l’altra faccia che vede il Paese in subbuglio, da una parte per la carenza di vaccini e del complesso della macchina organizzativa che li deve distribuire, e dall’altra per la sostanziale serrata, fatto salvo il recente cambio di colorazione di buona parte delle Regioni, che costringe all’inattività il mondo della piccola e media economia. E tutto questo al netto di tregue sulla cui durata pochi scommetterebbero, in una situazione politica in cui i partiti della debordante maggioranza si punzecchiano ogni giorno, tutti peraltro impegnati nella ridefinizione della propria identità. Ed è così, allora, che viene avvertito un diffuso disorientamento, registrato anche da qualche recente sondaggio secondo cui per un comune sentire molti cittadini non vedono quel cambiamento radicale che con Draghi e il suo governo di tutti o quasi tutti ci si aspettava rispetto al precedente esecutivo. Certo, due mesi possono essere o sembrare pochi per rimediare all’azione del governo Conte II, che molti ritengono fallimentare, eppure quel lasso di tempo poteva servire a far intravedere l’attesa svolta. Qualche segnale non era mancato, come quel decisionismo che aveva segnato la prima ora di Draghi, ma col passare delle settimane sembra essersi affievolito.

Se il problema principale è l’approvvigionamento dei vaccini e la loro capillare distribuzione, purtroppo siamo ancora fermi agli annunci dell’arrivo di chissà quanti milioni di fiale. Un viaggio troppo lungo, quello che stanno compiendo le boccette salvavita, e la fine di questo interminabile giro viene spostata di settimana in settimana. E sui motivi dei ritardi siamo al classico rimpallo di responsabilità: il fallimento dell’Europa che avrebbe dovuto coordinare acquisti e distribuzione, le case farmaceutiche che non hanno rispettato gli impegni, le vistose carenze nostrane nella tempestività delle opzioni, le decisioni chissà quanto interessate e affrettate dei singoli Stati di bloccare il vaccino AstraZeneca, i verdetti un po’ pilateschi dell’Ema, le fasce di età contraddittorie, i piani vaccinali che non hanno funzionato. Cause e concause che impediscono di sapere con certezza dove il meccanismo si è inceppato e che hanno portato a un’oggettiva situazione di fallimento. Ed è un fatto che mentre altri Paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che col suo isolazionismo sovranista è ormai a un passo dall’immunità di massa, ricorrendo anche al fai-da-te nel reperimento dei vaccini, hanno ormai raggiunto percentuali ragguardevoli e rassicuranti di cittadini vaccinati, da noi si può affermare che siamo ancora all’inizio, mentre si è dovuto assistere a indecorose dispute su chi e quali fasce di età, quali professioni e categorie dovessero essere vaccinate prima. Dispute condite da decisioni e interpretazioni quanto meno creative delle regole che avrebbero dovuto essere comuni in tutta la Penisola. Ma anche in quest’ultimo caso o è mancata la chiarezza delle indicazioni nazionali o è venuto meno, per un motivo o per l’altro e nessuno commendevole, il doveroso controllo statale. E con il mancato controllo, sempre per un motivo o per l’altro, ovviamente non c’è stata la sanzione, con lo Stato che avrebbe potuto avocare a sé la somministrazione anche capillare dei vaccini. Decisioni che certamente avrebbero posto innumerevoli problemi istituzionali con rivendicazioni di competenze tra Stato, Regioni, sindaci, Province e via elencando. Ma se la diffusione del virus con le conseguenze mortali, senza dimenticare la paralisi dell’economia, è un male estremo, e se le situazioni locali sono state gestite in modo quanto meno difforme, allora sarebbero potuti diventare accettabili, almeno dai comuni cittadini, persino gli estremi rimedi.

In buona sostanza, da parte del governo e del suo capo è venuta meno quella necessaria capacità che aveva caratterizzato i primi momenti dell’insediamento a Palazzo Chigi, cioè prendere decisioni magari discutibili e tuttavia efficaci. Una situazione caotica che si sta cercando di contenere e raddrizzare e che intanto ha portato danni chissà quanto reparabili al tessuto economico soprattutto delle piccole e medie attività, commercio, ristorazione, professioni. Si è andati avanti con le chiusure più o meno rigide, ora attenuate dalla colorazione arancione, che sono le misure più “facili” da adottare, senza tentare di ingegnarsi a predisporre nuovi e magari anche rigidi protocolli per ridare un po’ di vita a ristoranti, bar, piccolo commercio e altro, anche affidandosi al senso di responsabilità degli imprenditori e dei cittadini, che per quanto li si voglia considerare inclini ad aggirare le regole ormai hanno compreso che ognuno deve fare la propia parte. Tanti piccoli imprenditori si sarebbero pure accontentati di alzare la saracinesca e accendere le luci per un numerod ristretti di clienti e avventori, in attesa di tempi migliori con la vaccinazione di massa. Ma il ministro della Sanità e il capo del governo, con gli esperti che li affiancano e che di fatto indirizzano le loro decisioni, hanno scelto la via più breve: chiudere. E le conseguenze non potevano essere tanto diverse da quelle che si sono verificate nelle ultime settimane: la disperazione, e non la rabbia e tanto meno altre pelose interpretazioni pseudo-politiche, ha portato migliaia di cittadini in piazza a protestare quasi ogni giorno. Bene hanno fatto quei settori della politica, nella maggioranza e nell’opposizione fatta da un solo partito, a insistere anche polemicamente perché si arrivasse gradualmente ad un allentamento delle restrizioni, e ha sbagliato chi ha voluto vedere quasi esclusivamente motivi di propaganda in queste posizioni. Certo, taluni risultati dei sondaggi dicono in parte altro e anche in forma un po’ contraddittoria – Pd in crescita, Lega in ribasso, Fratelli d’Italia sempre più in alto – ma le risposte ai quesiti dei sondaggisti potrebbero essere anche frutto di un certo disorientamento degli interpellati e di pure sensazioni di giornata: “effetto Letta” per il Pd, possibili incoerenze nelle posizioni della Lega vista nella contraddizione di partito “di lotta e di governo”, se non di maggioranza e di opposizione, contrasto netto, duro e puro di FdI nei confronti dell’esecutivo. 

A detta di molti il governo sembra cavarsela molto meglio negli affari internazionali, che portano l’impronta del capo di Palazzo Chigi più che del fragile ministro degli Esteri, settore che, contrariamente ad oggi, è stato sempre affidato a personalità di riconosciuta autorevolezza e di indiscusso prestigio. La visita di Draghi in Libia, con la quale l’Italia tenta di riconquistare il proprio storico ruolo di primo interlocutore, messo in discussione da Russia, Turchia e Francia; la scoperta della spia, ancorché paia di piccolo calibro e con tempistiche e risvolti tutti da valutare, in favore della Russia; la spedizione del ministro Di Maio negli USA di Biden, certamente architettata dal premier più che dal capo della diplomazia; il tentativo di riportare il Paese tra i protagonisti nel consesso europeo, ora che la stella del francese Macron appare un po’ appannata e la supremazia della Germania sembra in crisi con l’imminente uscita di scena della Merkel e le rivalità che i tedeschi vivono nel sostituirla: tutti elementi che danno il segno di un Draghi che compie nette scelte di campo euroatlantiche sulle quali si registra un consenso unanime, dopo gli sbilanciamenti del precedente governo in favore di Cina e Russia. Qualche perplessità invece ha suscitato quell’attacco frontale del capo del governo nei confronti del turco Erdoğan, un “dittatore” con cui si è costretti a convivere e a trattare, per “l’incidente del sofà”, a giudicare anche dalle reazioni all’episodio tiepide o di pura circostanza registrate in Europa e nel resto del mondo. Una mossa diplomaticamente poco calibrata, a giudizio di qualcuno, nei riguardi di un Paese col quale si hanno redditizi scambi commerciali e di cooperazione (NATO, candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione Europea, contenimento dell’immigrazione) sebbene segnati da chiaroscuri e da qualche tensione da ricondurre all’ingombrante presenza turca nel Mediterraneo e nella questione libica, il tutto con il sostegno di Mosca. Un eccesso da primo della classe, è stato detto, e insieme un difetto di coerenza se si guarda agli innumerevoli sbandamenti in fatto di democrazia che avvengono a est come a ovest, a sud come a nord del mondo. A corollario del “caso del sofà” vale la pena di ricordare un commento del ministro degli Esteri, secondo cui la sedia doveva essere riservata anche alla presidente della Commissione Europea “per galanteria”: non risultano commenti sdegnati di donne o di uomini su questo richiamo alla galanteria in un contesto di rapporti diplomatici che segue regole ferree e che non comprende, questo sì un paradosso, distinzioni “di genere” se non casomai quando si sale in ascensore come gesto di cortesia anche al di là, appunto, del genere. Dunque, secondo Di Maio alla presidente dell’Ue spettava un trattamento alla pari non come vertice dell’Istituzione europea ma, semplicemente, per galanteria!

La politica interna è percorsa da continui sbalzi di umore, che vedono i partiti della maggioranza l’un contro l’altro armati, e i piccoli imprenditori travolti dalla crisi in perenne attesa di veri indennizzi, rimborsi, ristori o sostegni che dir si voglia, che coprano almeno le spese correnti della loro attività, ritenuti sempre decisamente insufficienti non solo dai diretti interessati ma anche da attenti economisti e osservatori. Non passa giorno in cui le forze politiche alleate non abbiano qualche argomento sul quale entrare in polemica e attaccarsi a vicenda. Il Pd di Letta, che è impegnato nel tentativo di ricostruire il partito in una difficile unità, si straccia le vesti nel declamare un convinto sostegno al governo Draghi, fa continue professioni di fede nella composizione della larghissima maggioranza, ma non dimentica mai di richiamare la priorità a suo giudizio impellente di temi quali lo ius soli e la legge sull’omofobia, proprio gli argomenti sui quali più aspro è lo scontro con la Lega di Salvini. E accade così che mentre il segretario del Carroccio sembra raccogliere qualche risultato dalla sua insistenza sulla necessità di graduali riaperture delle attività della piccola imprenditoria che scende in piazza, Letta tira fuori ius soli e omofobia. Al punto da apparire ormai uno stanco mantra in funzione di diversivo, o di provocazione magari anche nella prospettiva di spingere la Lega fuori dalla maggioranza. In casa Pd non va dimenticato il diktat di Letta per la nomina di due capigruppo donne alla Camera e al Senato. Sulla questione le donne del Pd, che non hanno mancato di scontrarsi tra loro malamente per agguantare quell’incarico, hanno accettato senza fiatare e senza cogliere, o fingere di non cogliere, quella che è stata, bontà sua, una gentile concessione dall’alto del sovrano nei confronti del genere femminile. In casa destra si è vissuto lo scontro tra Lega e Fratelli d’Italia per la presidenza del Copasir, che di norma spetta ad un esponente dell’opposizione. Il Carroccio non ha ritenuto di cedere il passo di sua iniziativa ad un rappresentante del partito della Meloni, mentre nella diatriba si è inserita qualche voce dissonante di Forza Italia in favore dei nuovi pretendenti: alla fine lo spettacolo offerto è stato decisamente poco decoroso. E in casa Lega c’è poi il Salvini bifronte, che mentre cerca di far intendere di essere diventato europeista anche attraverso la partecipazione al Governo Draghi e le diverse “colombe” filoeuropee che pure nel suo partito non mancano, continua a stringere rapporti di amicizia e di cooperazione coi falchi antieuropei contro “questa Europa” (detto senza specificare per quale “altra Europa” ci si batta, a parte quella “dei popoli”, che è buona per tutti i palati) come i vertici politici di Ungheria e Polonia, con il risultato di disorientare i suoi sostenitori e l’insieme dell’opinione pubblica. In casa Cinquestelle si vivono le plurime lacerazioni dovute alla trasformazione in un partito classico di quello che tutti i militanti e parlamentari hanno conosciuto come movimento di rottura con quella che loro chiamavano la vecchia politica. Un partito verde e molto, ma molto moderato che viene affidato alle cure di Giuseppe Conte, sulla cui leadership molti all’interno nutrono dubbi e perplessità, a partire da coloro, ormai un centinaio tra i parlamentari, che hanno lasciato il partito o ne sono stati espulsi, e dai gruppi legati a Casaleggio che con la sua piattaforma Rousseau contesta il nuovo corso pentastellato e, ormai prossimo alla rottura con il movimento, pretende una grossa somma di denaro arretrato per i servizi offerti dalla sua azienda. Da parte sua Conte con il discorso dell’investitura ha cercato di galvanizzare i suoi seguaci da par suo, vale a dire con abbondante lancio di slogan retorici più che con un vero e proprio programma politico ancorato alla realtà, con lampanti contraddizioni quali la valorizzazione del passato e di quel che sono stati i Cinquestelle e la proiezione verso un “nuovo” tutto da definire ma che già appare inconciliabile con il vecchio. Naturalmente non ha ritenuto di pronunciarsi sul limite dei due mandati parlamentari e nelle altre assemblee elettive, che è uno degli argomenti chiave che dividono i Cinquestelle. L’unica cosa sulla quale Conte non ha lasciato dubbi è stato quel ridicolo “diamoci del tu”! Il grande Totò non avrebbe saputo fare di meglio…

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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