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La parabola dei 5 Stelle e l’impraticabilità della democrazia diretta

Il punto

Non c’è tempo da perdere: è l’ora delle risposte ai cittadini” così lo slogan in bella mostra davanti al nuovo volto del Movimento accoglie chiunque si affacci sul sito ufficiale dei 5 Stelle.

Le vicende degli ultimi giorni, però, danno la misura del tempo che sarà necessario per fornire rassicurazioni sul futuro della quarta forza politica del Paese. Più che di risposte, quindi, ci sarebbe bisogno di porsi alcune domande per capire come il Movimento sia giunto a questo punto di logoramento, tanto da portare ad un’ordinanza, quella del tribunale di Napoli, che ha di fatto decapitato il Movimento, congelando lo statuto, la nomina di Giuseppe Conte a presidente dei pentastellati e i 5 vicepresidenti.

E già questa potrebbe essere una situazione complicata da risolvere, ma a ciò si aggiunge il ritorno in vigore dello statuto precedente. E i problemi si moltiplicano. La vecchia Carta stabilisce l’incompatibilità di alcune attuali cariche negli organi di garanzia, poiché dette cariche non possono essere ricoperte da soggetti che rivestono incarichi istituzionali. Quindi risultano congelati anche i membri dell’organo di garanzia, Roberto Fico e Virginia Raggi, eletti lo scorso settembre. Tra questi vi era anche Luigi Di Maio che, con un tempismo perfetto, ha presentato le sue dimissioni dal comitato nei giorni immediatamente precedenti il provvedimento del foro di Napoli. 

Risultato: caos a 5 Stelle! 

Il Movimento: la rappresentazione plastica dell’eterogenesi dei fini

Secondo il principio formulato dal filosofo e psicologo tedesco Wilhelm Wundt, le azioni di ogni individuo possono giungere a scopi diversi da quelli che l’individuo stesso si era prefissato in origine. Ciò potrebbe verificarsi per una serie di conseguenze che di fatto portano a modificare lo scopo dell’azione, senza che vi siano particolari intenzioni da parte dei soggetti che compiono tali azioni. Un esempio potrebbe essere proprio quello del Movimento 5 Stelle: dal vaffa day alle liste civiche per le amministrative del 2009, attraverso le politiche del 2013 e del 2018, passando per il mandato zero di Di Maio, alle alleanze in odor di trasformismo, approdando, infine, in quella kasta che tanto veniva assicurato di voler combattere. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di mantenersi una poltrona in Parlamento.

Dunque, “apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” annunciava il capo politico Beppe Grillo nel febbraio del 2013, salvo poi caderci dentro, trovarsi a proprio agio e blindarsi in quella famosa scatoletta di tonno che avrebbero voluto loro stessi distruggere. Ora, il tono delle dichiarazioni è diverso, invita alla cautela e da più parti si riconosce il momento estremamente delicato in cui si sta giocando il futuro del Movimento. E se Conte afferma che “la sua leadership non dipende dalle carte bollate”, Grillo chiede silenzio invitando tutti al “rispetto delle sentenze”. 

L’esperimento fallito della democrazia diretta a 5 stelle

Il cavallo di battaglia del Movimento è stato, sin dagli albori, una maggiore partecipazione del popolo alle decisioni della Politica, con una forte spinta verso la piena realizzazione della democrazia diretta, anche in chiave antipartitocratica. Il suo padre politico, nonché primo presidente e rappresentante legale, Beppe Grillo, insieme all’imprenditore Gianroberto Casaleggio, considerato il padre spirituale, misero sù nel 2009 un movimento di attivisti che avrebbero dovuto confrontarsi sulle questioni interne ed esterne al Movimento attraverso una piattaforma digitale denominata Rousseau. Proprio quel Rousseau del contratto sociale, paladino della democrazia diretta e della sovranità popolare, che non mancava però di sottolineare il limite della stessa. Infatti, la somma delle opinioni dei singoli individui si realizza nella volontà generale che è la sintesi delle singole volontà. La regola dell’uno vale uno, sbandierata e propagandata dal M5S, ha di per sé un deficit democratico di fondo, soprattutto quando a decidere e a confrontarsi, non sono quattro amici al bar, ma una moltitudine di persone per le quali è impossibile rappresentare tutte le singole volontà, se non mediante una sintesi. Quest’ultima però, non è la somma di tutti i pensieri, ma un pensiero nuovo al quale si giunge elaborando le singole volontà. Dunque, uno Stato come quelli moderni, non potrà mai realizzare una democrazia completamente diretta, ma dovrà sempre affidarsi ad una rappresentanza, che in nome e per conto di un mandato, dovrebbe essere in grado di far sintesi ed essere da guida. Si chiama Politica, quell’arte a cui appartengono i confronti reali, la militanza, le discussioni, gli scontri, i progetti, una visione di futuro condivisa, tutto ciò che un click su Rousseau non può sostituire.

Senza voler scomodare il filosofo potremmo anche chiederci, molto più semplicemente, quanti cittadini in età di voto e iscritti al Movimento hanno la reale possibilità e i mezzi per accedere alla piattaforma e quindi partecipare alle scelte politiche? Domanda più che legittima dal momento che il foro di Napoli ha congelato le cariche poiché scaturite da provvedimenti che presentavano «gravi vizi nel processo decisionale», uno tra tutti l’esclusione dalla votazione di più di un terzo degli iscritti che non ha permesso nemmeno il raggiungimento del quorum richiesto. Nonostante il fallimento della democrazia diretta come metodo di partecipazione attiva, Conte invoca ancora il “bagno di democrazia” con il quale si darà la giusta risposta a questa vicenda.

La sconfitta dell’idea che a problematiche complesse bastino risposte semplici

Da quando il Movimento è nato, slogan dopo slogan, ha sempre assunto posizioni populiste, euroscettiche, trasversali ai diversi schieramenti, posizionandosi un po’ ovunque con l’accortezza di non essere mai né troppo a sinistra, né troppo a destra, tanto da risultare maestri di trasformismo, proprio loro, duri e puri, che mai avrebbero accettato i compromessi della kasta. E invece no. 

Dal governo giallo – verde con la Lega, dopo aver paralizzato il Paese per più di 90 giorni all’indomani delle politiche del 2018, a quello giallo – rosso con il Partito Democratico, Liberi e Uguali e Italia Viva, all’esecutivo Draghi, Di Maio e altri attivisti del M5S sono ancora lì, nonostante gli scossoni derivanti dal continuo calo di consensi.

Da più parti c’è chi ravvisa in questo particolare momento l’anno zero del Movimento 5 Stelle, con l’augurio che questo non risuoni come il mandato zero di Di Maio, altrimenti ne avremo ancora per molto. Una delle ragioni per le quali i 5 Stelle stanno perdendo fiducia potrebbe essere la fine della funzione che si erano attribuiti nel determinato periodo storico in cui erano nati. Complice la pandemia, che ha portato a galla situazioni complicate, l’Italia di oggi ha bisogno di visione, di stabilità, di concretezza. Di certezze e responsabilità che non possono essere demandate ad un voto sul web in nome di una maggiore partecipazione. Nell’Italia di oggi c’è un’estrema necessità di Politica, quella che al momento non si aggira in un Movimento in pieno stato confusionale.  

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Nata nel sud della Puglia, laureata in Studi Geopolitici Internazionali, attualmente frequenta il Master Global Marketing, Comunicazione e Made in Italy. Appassionata di Politica, Geopolitica Internazionale e Ambiente, adora viaggiare e scoprire il Mondo e la sua gente.

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