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La mentalità dell’impiegato statale libico, il principale ostacolo all’economia libica. Parola a Husni Bey.

“Husni Bey, libico, nato a Bengasi; mi chiamano imprenditore, ma non so se lo sono. Sono presidente di HBGroup Holding, holding familiare con interessi finanziari in vari settori, di minoranza, maggioranza e altre società di cui deteniamo il 100% di azioni”. La HBGroup Holding è attiva nei settori finanziario e bancario, assicurativo, con Sahara Insurance e ATIB (Assaray Trade and Investment Bank). HBGroup ha anche partecipazioni di minoranza in altre banche come Sahara Bank, Jumhouria Bank e Wahda Bank, di cui deteniamo tra l’1 e il 2%. Ci occupiamo anche della distribuzione di beni di consumo di fascia alta e abbiamo interesse in società di sviluppo immobiliare. Essendo il mercato libico di piccole dimensioni, deteniamo un portafoglio diversificato, per evitare il rischio di monopolizzare qualsiasi settore. La nostra strategia è quella di evitare di monopolizzare qualsiasi settore. Quindi, evitiamo di superare una quota di mercato massima del 30 percento. Ciò detto, ciò non significa che abbiamo il 30 percento ovunque, ma che l’obiettivo è sempre quello di avere massimo del 30 per cento del mercato in cui operiamo. Siamo dieci fratelli e sorelle nella terza generazione e oggi ci stiamo espandendo nella quinta generazione. Siamo di Bengasi, quindi ci consideriamo libici più che libici”. Si racconta così il noto imprenditore libico e uomo d’affari di successo a livello internazionale, Husni Bey. In questa conversazione a 360 gradi, intendiamo analizzare i recenti sviluppi dell’economia libica, tra progressi e sfide, a meno di due mesi dalle elezioni presidenziali e parlamentari, in programma per il prossimo 24 dicembre, nonostante le numerose incognite del Paese nordafricano.

Infografica – La Biografia dell’intervistato Husni Bey

Correrà anche lei per le elezioni? Ci ha mai pensato?

“Non ho il diritto di candidarmi perché sono sposato con una signora tuniso-libanese. Per cui non divorzierò per prendere una seconda moglie libica giusto per candidarmi alle elezioni”.

Perché secondo lei c’è sempre questo limite nella legge libica?

Credche nella mentalità e nella cultura musulmana e libica, si cerchi sempre di vedere o bianco o nero, tu o me, amici o nemici, non c’è mai una via di mezzo. O sei totalmente amico o completamente nemico. Quindi, non abbiamo purgatorio o i colori dell’arcobaleno. Abbiamo l’inferno o il paradiso.”

Adesso che fase vive la Libia, inferno o paradiso?

“Preferisco non entrare quel discorso religioso o pseudo-religioso. Economicamente e politicamente parlando, i fondamentali della Libia sono solidi, ma la gestione di queste risorse e del governo è sempre stata terribile. Sempre per quel discorso di tutto e niente. Italo Balbo, il governatore della Libia negli anni ’30’ ha dato il nome di ‘Libia’ al nostro Paese. Prima eravamo tre culture diverse o non omogenee amalgamate in uno Stato chiamato Libia nel 1951 dal nome che Italo Balbo lo chiamò così nel 1934. Diciamo che i fondamentali economici della Libia oggi sono forti, ma la gestione lascia molto a desiderare. Si può parlare di cattiva gestione, la cattiva condotta delle istituzioni in 42 anni più dieci, o meglio 32 anni più dieci perché il primo decennio di Gheddafi in Libia è stato un Eldorado. Dal 1973 al 1978, in particolare, dopo la rivoluzione o il colpo di stato del 1969, la grande crisi petrolifera del 1973 e il conseguente boom hanno visto la ricchezza della Libia moltiplicata di dieci volte in pochi mesi. A quel tempo, qualsiasi bene mobile poteva essere rimborsato e ammortizzato in pochi mesi, mentre il capitale fisso poteva essere ammortizzato in tre o quattro anni. Ma questo eccessivo afflusso di petrodollari nelle casse dello stato ha fatto capire al regime che non aveva più bisogno della comunità economica libica. Trasformandosi in una maledizione. Infatti, nel 1978, Gheddafi compì la cosiddetta rivoluzione economica. Ha tolto al privato tutti i suoi beni, proprietà e denaro ‘a tutti’, introducendo indifferentemente questo nuovo sistema economico che non chiamerei socialista perché va anche oltre il comunismo estremo, togliendo tutto a tutti. Ha eliminato la proprietà privata dall’oggi al domani, nazionalizzando di fatto anche il barbiere e anche il negozio di frutta e verdura. Poi nell’82, non più di 4 anni dopo, il sistema crollò, ci fu il fallimento di questa Nuova Teoria Economica di Stato che crollò con il crollo dei mercati petroliferi, la perdita della guerra in Ciad nel 1986, e il Blocco Onu di Lockerbie nel 1993. Il Regime Gheddafi si trovò poi a dover fare i conti con l’espansione della popolazione libica, in aumento di non meno dell’1,5% all’anno. In poco tempo, si trovò a gestire un popolazione da tre a quattro milioni e mezzo. Oggi siamo 7 milioni. Alcuni dicono 8 milioni. Non sappiamo nemmeno quanti siamo. Alcuni dicono 7, altri 7,4, alcuni dicono 8.3. Se chiedi all’autorità libica orità quanti siamo, nessuno ha un numero perfetto. È un po’ come un terno al lotto”.

Non è rischioso andare alle elezioni in questo modo?

“Non è rischioso perché ciò che conta alle elezioni è il registro degli elettori, ossia i libici che si sono registrati per il voto: 2,8 milioni se non sbaglio, e sono già abbastanza. Quasi il 50 percento del minimo numero, è un numero sostanziale in un Paese che ha poca esperienza in democrazia e di voto. Nel registro elettorale i nomi sono registrati, ho preso parte alle prime tre elezioni, ed ho visto che è numericamente impossibile falsificare o fare brogli”.

Parlando delle sue attività ha nominato delle banche, com’è il settore bancario oggi in Libia?

“E’ un settore disfunzionale in quanto la Banca Centrale della Libia possiede le banche libiche, creando un conflitto di interessi. C’è un conflitto di interessi tra il ruolo della Banca Centrale come governance e proprietà. In tutti questi anni siamo stati molto bravi a fare le scelte sbagliate di politica monetaria combinate con la polarizzazione politica e la scissione nel Consiglio di amministrazione della Banca centrale libica (CBL). Abbiamo fatto politiche monetarie sbagliate negli anni ’90 fino al 2000 e dal 2015 fino a gennaio 2021 nonostante una tregua nell’ottobre 2018 con l’introduzione di un supplemento FX. Le azioni che hanno evitato la Libia seguono le strade del Venezuela, dell’Iraq e della Rhodesia. Fatta eccezione per le piccole banche, o le banche che non sono propriamente private – perché quando dici banca privata, intendi una banca non totalmente di proprietà della Banca Centrale Libica o di altro ente governativo – ci sono banche piuttosto aggressive. Tuttavia, le politiche della Banca Centrale sono molto restrittive. Come ho detto in una recente intervista con The Libya Herald, dove ho contraddetto ciò che Dbeibah sta dicendo che siamo ricchi e abbiamo molti soldi. Le banche sono piene di soldi, ma non hanno strumenti per utilizzare al meglio questi fondi. Credo che ci siano molti campi importanti per sfruttare al meglio queste ricchezze. Quanto ai depositi e alla massa monetaria delle banche, forse a questo interessa poco in termini di dollari, ma per l’economia libica, che ha un Pil di 50-60 milioni, i 140 milioni sono tanti soldi privati ​​in cerca di opportunità. Il primo ministro Dbeibah ha detto che le banche hanno molti soldi, che il settore privato deve partecipare. Ma quali sono i settori disponibili in cui il settore privato può partecipare? Oggi in Libia quasi l’85% del PIL è generato o controllato da aziende statali. Il 75% del PIL libico non ha nemmeno i mezzi di narrazione profitti e perdite per valutare efficienza e redditività perché riceve fondi dal bilancio dello Stato. Immagini un paese in cui il 75% del PIL è di proprietà statale e budget statali sono concessi invece di avere un conto profit e loss. È una catastrofe. Dobbiamo assolutamente cambiare questo modello. E francamente, devo dire che le leggi libiche ci consentono di passare a un modello di libero mercato, mix di competitività e liberalizzazione. Quindi, non abbiamo in Libia problemi di leggi, ma abbiamo un problema serio dell’equivoco del dipendente statale che vuole monopolizzare più di ogni altra cosa. Il dipendente statale ha monopolizzato l’economia per 4 decenni e vuole continuare a farlo. Non vuole rinunciare al potere che ha acquisito in 40 anni più 10”.

Quali sono le difficoltà che incontra quotidianamente lavorando in Libia?

“La mentalità del funzionario libico. Il nostro più grande nemico e la sfida più grande è la mentalità dei dipendenti pubblici. Non abbiamo problemi con l’esistenza in decadenza della Libia, ma affrontiamo costi, perdite di tempo e problemi nella applicazione dei regolamenti. Le leggi e le regole libiche consentono una concorrenza massima e indefinita tra enti pubblici e privati”.

Ci fa un esempio concreto, così che chi non è mai stato in Libia, ci possa comprendere?

“Un esempio comune è quando l’impiegato statale le dice, vorrei una legge che permetta questo. Quanto la legge è fatta per vietare e regolare, quindi se non c’è alcuna legge che vieti o regoli, il rapporto è contrattuale. È come dire vorrei una legge che mi permetta di bere l’acqua, non esiste. Questo è il più grande problema. La legge in generale dice che tutto è permesso. La legge dice che puoi avere fiori e il dipendente cerca una legge che le permetta di avere fiori rossi”.

Ed invece per una società straniera? Ci sono dei limiti particolari?

“È lo stesso. Penso che oggi come oggi non ci sono preferenze, come non ci sono preferenze tra settore privato e pubblico. Non c’è alcun blocco a società straniere. Solamente che la legge libica prevede che alcune attività siano prettamente libiche. Chiunque voglia venire ed intraprendere una attività nell’industria, sanità, educazione, di qualsiasi tipo, non ci sono limitazioni, ad eccezione di chi vorrebbe venire per fare il mercante, ossia vendere prodotti”.

Noi sappiamo, mi corregga se sbaglio, che la Libia basa la sua economia principalmente nel settore dell’OIL e gas. Ha intrapreso una diversificazione?

“Fino alla legge 23 emanata nel 2010 per tutte le attività economiche libiche, e la legge n.9 del 2010 per l’investimento straniero e libico in Libia, il privato non aveva la possibilità di espandersi. C’è questa reazione, come dicevo prima, da parte dell’impiegato pubblico di non permettere al privato di andare oltre. Stiamo dicendo che il PIL libico prodotto dal settore privato non rappresenta che il 15%. Non è il privato che non vuole fare. Basta pensare che dal 1978 ad oggi non si è mai fatto un piano regolatore per il privato. Quest’ultimo, andando ad investire in una zona non regolata, rischia di perdere tutto. Perché glie lo buttano giù. È successo nel 2007, e sta succedendo oggi a Tripoli. Il 70% delle attività in Libia sono fuori regola, illegali perché in quarantaquattro anni non si è mai pianificato per il privato. Non sono state progettate aree industriali o commerciali private. E anche quel poco che è stato realizzato, è stato fatto come favore tra uno e l’altro, e non può dare quella diversificazione che tutti auspichiamo. Inoltre, non dobbiamo dimenticare le grandi differenze di valutazione del dinaro libico, tra il cambio sul mercato nero e il cambio ufficiale”.

Come queste differenze nel cambio, ed in particolare il black market, hanno influito sull’economia libica?

“Negativamente per l’80% del popolo libico perché questi prezzi del cambio hanno impoverito l’80% della popolazione che ha perso in alcuni periodi fino al 90% dei propri risparmi. Oggi sta perdendo il 60%. Nel frattempo alcuni, avendo la possibilità di ottenere una rata ufficiale di valuta, hanno realizzato un profitto del 600-700- 900- 1000 percento di profitto dal 2015 al 2018, ed alcuni fino al 2020. È stata una catastrofe che si poteva evitare con una politica monetaria diversa per evitare l’inflazione che addirittura ha raggiunto il 25% ufficialmente, ma che secondo me, oltrepassava il 40% nel corso degli ultimi quattro anni”.

Adesso però questo corso è cambiato?

“È cambiato dopo che ha perso i due terzi del suo valore, la differenza tra cambio ufficiale e parallelo si è stabilizzata e si è fermata ai due terzi che sarebbe il 200 percento, mentre in alcuni periodi ha toccato il 1000 percento”.

Spostiamoci un attimo dal lato prettamente tecnico. Che ruolo hanno avuto i businessmen nel raggiungere un certo tipo di stabilità e a livello di riconciliazione tra i libici?

“In termini di riconciliazione, il privato ha tutti gli interessi a raggiungere una stabilità. Però come tutti sappiamo, quando esiste l’opportunità di avere il 500-600-700-800-900 percento, non c’è Dio che comanda. Ognuno cerca di sfruttare la situazione, pochi hanno combattuto per avere l’unificazione della valuta. Non per dare credito alla mia persona, ma ero uno dei più ardenti critici delle politiche libiche, delle differenti rate di cambio che hanno distrutto la Libia, impoverendo l’80 percento della popolazione e arricchendo il 2 percento. Un crimine che poteva essere evitato se quello che si è fatto il tre gennaio 2021 e nell’ottobre nel 2018 fosse stato fatto nel 2015. Avremmo perso parte del valore e non i due terzi”.

Foto Husni Bey

Pensa che un accordo economico tra i libici e i Paesi stranieri che possa andare a beneficio di tutte le parti possa funzionare meglio di una soluzione politica o militare?

“Non c’è al mondo alcuna crisi che fondamentalmente non è economica. Io continuo a dire che da Adamo ed Eva, tutte le crisi, anche se si danno diverse descrizioni, sono di natura economica. Anche il confronto tra comunismo e capitalismo era di natura economica e non ideologico”.

Perché il Governo libico non investe e non conclude contratti con società come Eni e Total per investire in altre risorse, come l’energia eolica e solare?

“Adesso stanno discutendo con Eni e Total per l’energia solare, ma fin quando il gas che genera energia elettrica in Libia non viene considerato come un cost,o perché dicono anziché andarlo a bruciare lo sfruttiamo per generare elettricità, per cui non ci costa niente, quando il controvalore di quello che viene di fatto pompato all’Italia ha un valore di 2 miliardi e mezzo di dollari, sicuramente non hanno interesse. Se invece si cambiasse modello, e si decide che anche quel gas usato localmente come quello che va in Italia costa due miliardi e mezzo, allora lì cambieranno i termini.  Purtroppo, metà del gas prodotto viene ritenuto in Libia per il funzionamento delle centrali elettriche e il 20 per cento sfruttato in Libia per generare elettricità e mandare avanti le nostre macchine e i nostri camion, che sul totale valore della produzione libica rappresenta circa i 350mila barili al giorno. Fin quando questi non avranno un valore, a nessuno interessa realizzare progetti alternativi”.

Crede che un giorno la Libia potrà esportare energia elettrica generata da fonti alternative?

“Non solo potrà esportare, ma potrà sicuramente soddisfare i nostri bisogni interni. Noi viviamo una terribile crisi di mancanza di elettricità nella stagione estiva ed invernale. Questa è una vergogna in uno Stato che produce tanta energia e non ha la capacità di generare elettricità per il Paese”.

Secondo lei, Sirte ha le potenzialità per divenire un hub economico e finanziario e fungere da gate per l’Africa?

“Tutta la Libia rappresenta per l’Europa un gate verso l’Africa. È una grande bugia, potrebbe esserlo se si fanno grandi autostrade come il vostro Mussolini pensava di fare un collegamento fino all’Oceano Atlantico nel West Africa, ed un altro fino all’Oceano Arabo, nell’est Africa, forse qualcosa poteva essere fatto. Ma sia oggi, come nel futuro, lo trovo improbabile, in quanto i costi di trasporto dai porti libici alle zone popolate delle Nazioni ‘land locked’ in termini di chilometraggio ed energia sono almeno il doppio di quelli sostenuti via mare. E ‘molto più economico trasportare via mare in West Africa, al porto di Douala, ed andare verso questi ‘land locked’. Però mettendo su una strada, d’altronde l’America si è costruita perché si è fatta una infrastruttura, potrebbe cambiare per tutte altre ragioni, non solo per i trasporti, facendo molte altre cose lungo la strada piuttosto che per essere un gate per l’Africa, in quanto non ci sono i vantaggi competitivi per la Libia di diventare solamente un transit-point”.

Quali sono invece i vantaggi che la Libia offre?

“Rispetto ai Paesi vicini, la stabilità. Siamo uno dei più grandi territori, il terzo in Africa e credo il settimo o l’ottavo mondialmente. Ma fino a quando abbiamo questi conflitti interni, possiamo essere molto destabilizzanti. Lo vediamo con i migranti, che al tempo di Gheddafi venivano usati per fare pressioni politiche sull’Europa, ma che oggi sono liberi di fare ciò che vogliono. L’altro vantaggio è che abbiamo una ridotta popolazione e quindi possiamo offrire opportunità di lavoro per i nostri vicini e i Paesi confinanti. Sfortunatamente le nostre politiche, che non concedevano permessi di lavoro, attraevano il peggio di questi Paesi e non il meglio, perché erano sempre sotto il rischio di essere abusati dalla polizia e dalle forze di sicurezza”.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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