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La Francia d’Europa al Quirinale. Intervista a Francesco Maselli

Il vento del cambiamento ha attraversato le Alpi“. L’attuale Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, durante i primi giorni di febbraio 2019 (al tempo Vice Primo Ministro italiano), usava queste parole nel suo post social per descrivere il “felice” incontro tra il Movimento 5 Stelle e i gilets jaunes francesi. Una provocazione così inaccettabile da dare il via a una crisi diplomatica molto acuta tra Italia e Francia, con il ritiro dell’ambasciatore francese Christian Masset dal nostro Paese.

Ieri, 26/11/2021, lo stesso Masset celebrava la firma del Trattato del Quirinale su Twitter con ben 11 post tra retweet e scritture proprie, un vero record per il suo profilo: “Ému de recevoir au palais Farnese La Patrouille de France Le jour de son survol historique Aux côtés des FrecceTricolori Pour le traité du Quirinal. Complimenti !!!!!!” “Emozionato nel ricevere a Palazzo Farnese La Patrouille de France Il giorno del suo storico volo Insieme alle FrecceTricolori Per il trattato Quirinale Complimenti!!!!!!” seguito da un tripudio di tricolori dello Stivale e d’Oltralpe. 

Differenze notevoli nell’entusiasmo, che denotano un vero cambiamento al di là e al di qua delle Alpi, ma con un vento contrario rispetto al 2019. Eppure la lista delle diatribe, serie e meno serie, di cui i due Paesi hanno discusso soprattutto nell’ultimo decennio non si ferma chiaramente qui. Cos’è cambiato dunque? Per Macron il Trattato del Quirinale è il frutto di un destino comune tra due nazioni sorelle, unite dalla geografia, dalla storia e dalla culturaMa questo Trattato è stato negoziato soprattutto quest’anno, sebbene se ne fosse parlato nel 2017, e da un’idea lanciata da un giornalista dell’ANSA”. Per Francesco Maselli, corrispondente dall’Italia de l’Opinion e scrittore per Linkiesta, il Trattato “serve affinché a livello istituzionale tra le due Nazioni si instauri più comprensione, un’occasione per strutturare le relazioni tra due Paesi che danno per scontato una reciproca conoscenza, ma non è così: ci sono appunto tantissime incomprensioni”. 

Infografica – La biografia dell’intervistato Francesco Maselli

– Perché questa situazione?

Perché la Francia considera l’Italia un paese di “serie B”. Noi siamo bravi ad autoflagellarci e dire che non contiamo niente, ma quando dall’esterno riprendono le nostre stesse parole e sensazioni ci difendiamo e non la prendiamo bene. Mentre, dall’altro lato, i francesi si sentono al pari di USA e Cina, cosa non corrispondente alla realtà. Tutto ciò, che genera una relazione molto turbolenta, con questo Trattato dovrebbe evitarsi in quanto si dovrebbero prevenire le crisi. Non si andrà mai d’accordo su tutto, ma fatti come la Dottrina Mitterrand o i summit internazionali a sorpresa sulla Libia nel 2017 con l’esclusione dell’Italia in teoria non dovrebbero più accadere. Con queste basi, da un lato l’Italia ottiene più considerazione da parte francese e dall’altro la Francia aggiunge un partner e alleato di peso nelle tematiche europee. A differenza della Germania, infatti, le due Nazioni citate non hanno un bacino “naturale” nel Vecchio Continente: i tedeschi, le cui connessioni strette con Olanda, Austria, Repubblica Ceca e in parte Danimarca – per non parlare delle Repubbliche Baltiche – sono un dato di fatto, sono abituati ad avere un’area d’influenza quando si muovono in campo UE, mentre la Francia e l’Italia in questo aspetto hanno meno forza. Con il Trattato del Quirinale si cambiano le regole, un po’ come quello che sono riusciti a fare con il Next Generation EU molti Paesi che non possono dirsi “falchi”: cambiare le regole di bilancio con il proprio peso”.

Eppure la Francia, soprattutto in questo periodo, deve fare i conti con quello che potremmo definire un ex Paese europeo: l’Inghilterra. La tensione sulla Manica è evidente e Macron non pare voler abbassare i toni dello scontro, ma l’Unione sembra silente.

La situazione con l’Inghilterra è abbastanza particolare, parliamo di rapporti bilaterali faticosi e complessi con una frontiera comune che i francesi stanno provando a fare propria, sebbene possa dirsi in realtà europea. E qui si complica la faccenda, perché si potrebbe anche ritenere la Manica un confine nazionale, a patto che i francesi riconoscano la necessità di modificare la Convenzione di Dublino (nel Trattato viene fatto un generico accenno). In poche parole, l’atteggiamento è: noi vi diamo una mano con i britannici, ma voi fate azioni per modificare Dublino. Inoltre, credo che i francesi siano gli unici a dire ad alta voce ciò che pensano un po’ tutti: gli inglesi hanno tirato troppo la corda. La Francia infatti ha assunto il ruolo di poliziotto cattivo di turno per tutto il tempo dei negoziati sulla Brexit, anche perché tutti gli altri Stati europei glielo hanno permesso. Era convivente per l’UE che ciò accadesse ed è conveniente per Macron, in quanto ha interesse affinché Brexit sia un fallimento: la sua piattaforma politica è a favore dell’Unione, mentre Boris Johnson la decantava come l’opportunità migliore, che portava alla nascita della Global Britain. Ma è impossibile che tutte e due vincano, almeno retoricamente”.

– A proposito di propensioni internazionali, la Francia con la vicenda Aukus si è trovata in palese difficoltà e qui, oltre ai silenzi, in Europa ci sono state delle vere e proprie posizioni contrarie all’intenzione di Macron di portare l’Unione (o singoli ulteriori Stati) dentro lo scontro con gli USA. Un paradosso per la futura autonomia strategica?

I francesi si stanno spendendo molto sul fatto che si debba lavorare sull’autonomia strategica europea, cosa che non sta portando alla breccia sperata negli altri Paesi europei. Questo perché ci sono, al solito, interessi generali e interessi nazionali. Sulla vicenda dell’Afghanistan ad esempio i francesi parlavano di autonomia strategica da tempo, poiché da diverse fonti sapevano che sarebbero stati presto abbandonati dall’alleato americano e cercavano di allertare i vari partner che, puntualmente, non li ascoltarono (e anzi li tacciarono di utilizzare il tutto come scusa per levar le tende). In quel caso viene riconosciuta una legittima questione francese che è strategica ed autonoma. In sostanza, avevano ragione. Ma su Aukus parliamo di tutt’altra questione. Utilizzare un contratto nazionale (battendo la concorrenza dei tedeschi, tra l’altro) per sollevare questioni di autonomia strategica è un controsenso”.

– In conclusione, il Trattato ha un’ambizione europea oltre a quella francese? È importante per il futuro dell’Unione?

Il trattato è senza dubbio importante soprattutto per l’integrazione europea. Per l’Italia, si tratta della prima firma di questo tipo di accordi, mentre per la Francia la seconda dopo l’apposizione nel documento con i tedeschi. È evidente che noi non vediamo quest’idea di sostituire l’asse franco-tedesco con un asse franco-italiano, perché per noi il rapporto è trilaterale, e così viene inteso. L’assetto a tre che si sta creando riguarda il gruppo degli Stati europei più grandi che instaurano relazioni speciali, con la Francia al centro. Tutto questo è importante per l’Europa perché se queste Nazioni si mettono d’accordo le cose vanno avanti. Per gli italiani, siccome con i francesi i rapporti sono particolari, per ora è necessario mettere una fine alla poca conoscenza reciproca. Al momento non c’è infatti un accordo con la Germania, ma in futuro potrebbe nascere. I tre Paesi, però, adesso possono concordare più facilmente molteplici aspetti e far progredire l’Unione Europea”.

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Nato a Torino il 13 Settembre 1991. Dopo la Laurea in Giurisprudenza all'Università di Torino, consegue il Master in Cooperazione e Diritto Internazionale alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Consulente di progetto e studioso di tematiche europee, collabora con team d'innovazione sociale ed è il fondatore di un'associazione giovanile torinese che prova a immaginare il futuro della città.

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