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Kenya sempre più povero. Il turismo messo in ginocchio dalla scelta di inserire il Paese in fascia E nonostante i pochi casi covid

Purtroppo in questi ultimi due anni il turismo in Kenya è stato letteralmente messo in ginocchio dalla pandemia: sono decine i gestori di grandi Hotel e Resort che hanno dovuto chiudere i battenti perdendo molti dei capitali investiti. E’ doveroso soffermarsi a considerare tutto ciò che ruota intorno ad essi, all’indotto. Parliamo del lavoro del personale addetto, a partire dai camerieri e a seguire i cuochi, e poi il personale che si occupa della pulizia delle camere, alla manutenzione dei giardini, alla cura dei servizi di lavanderia; senza poi dimenticare i pescatori e i fornitori di carne che si sono trovati privati di un reddito sicuro. E purtroppo l’elenco sarebbe ancora molto lungo per annoverare tutte le maestranze che sono state perse in questi anni. Per queste persone, il turismo è questione di sopravvivenza, oltre a non poter pagare la retta scolastica dei bambini, spesso rischiano la fame non riuscendo neppure a comprare anche solo un chilo di farina di mais per poter cucinare la loro saporita polenta, una sorta di piatto unico.

Sulla costa del Kenya, per fortuna, il Covid 19 è molto blando e proprio per tale ragione nessuno riesce a dare una giustificazione all’inserimento del Paese nella fascia E, una blacklist che ha il sapore di vero e proprio accanimento. 

E proprio queste restrizioni stanno impoverendo un Paese già povero. Si pensi al lavoro (che non c’è ) per i taxisti, sempre pronti e disponibili in Kenya, nonostante la pioggia, il vento e a qualsiasi ora del giorno e della notte, a portarti ovunque per poi guadagnare una manciata di scellini. Parliamo in particolare delle moto Taxi, il Bajaj e Haojin motociclette che devono essere molto resistenti per via delle strade gravemente sconnesse e spesso con spuntoni di corallo che bucano le ruote. Gli autisti di questi mezzi, quasi tutti ragazzi giovani, sono oltretutto alla mercé di delinquenti che a volte li fanno andare in posti isolati per poi rubare la moto e a volte anche peggio la vita per non farsi identificare. Ci sono persone come Abdul Swleh che forniscono servizi di navetta per gli aereoporti, offrono la possibilità di effettuare escursioni e safari a bordo di fuoristrada 4×4 a nove posti e effettuano il noleggio di Quad per escursioni individuali e collettivi. Swleh ha quattro bimbi e mi ha spiegato che non è facile sopravvivere in questo momento, oltretutto è uno dei pochi che ha il patentino di guida certificata. Per spostarmi da una zona all’altra abbiamo usato un Tuk Tuk, guidato da un simpaticissimo ragazzo il cui nome è Achuu Omar, mi ha raccontato della sua vita, da circa 10 anni fa l’autista di questi mezzi, per molti di loro è quasi impossibile acquistarli, e sono quindi costretti a lavorare per contoterzi, pagando un affitto giornaliero di 1000 scellini. In questo periodo molti non riescono a pagare e spesso rimangono anche senza lavoro. Anche Omar ha due bambini piccoli , da mandare a scuola, e ci confida che per quest’anno non ha potuto pagare la retta e li tiene a casa, ma il viso resta sorridente e pensa che sicuramente presto arriveranno nuovi i turisti. In una sosta vicino al mare incontriamo un suo amico pescatore di nome Hassan Juma, che passeggiava insieme ai suoi bimbi, e alla mia domanda “Ma oggi non si lavora?” mi ha spiegato che ci sono problemi di marea e quindi c’è poco pesce ed inoltre non saprebbe a chi venderlo in quanto Hotel e Resort sono chiusi. Il poco pescato recuperato si riesce a vendere solo alla gente locale ma ovviamente non basta per mantenere degnamente la famiglia. 

E’ appena trascorso il Santo Natale; alcune persone hanno fatto una raccolta fondi e hanno portato abiti in giro per alcuni paesi con un tuk tuk, attraversando i boschi, quasi come fosse la slitta di Babbo Natale. A bordo di una Gip invece hanno fatto il giro di a distribuire biscotti a tutti i bimbi. Ho seguito personalmente l’evento e quello che sicuramente riempiva il cuore era il sorriso dei bambini sicuramente, ma anche delle persone adulte che si incontravano. Lo spirito natalizio ha pervaso tutti, permettendo di lasciare da parte le disgrazie e tornando per qualche ora tutti bambini, entusiasti e felici con veramente poco. Questa gente meravigliosa non ha quasi nulla, oggi più di due anni fa, ma ciò che ha sempre è la voglia di sopravvivere, aspettando un futuro migliore. Sono in tanti che cercano in qualche modo di rendere migliore la vita di queste persone, ma è sempre troppo poca e le iniziative durano per troppo poco purtroppo.

Non si può che esprimere un forte disappunto alle autorità competenti per la loro presa di posizione (normativa Covid 19) in merito alla retrocessione del Kenya in fascia E. I rischi sono veramente bassi. Peraltro si potrebbe prevedere eventualmente un’assicurazione obbligatoria per i turisti, anche se appare difficile che il nostro Ministero degli Esteri “correrebbe” in caso di bisogno dei suoi concittadini. Lo abbiamo già visto durante la prima ondata… Un accanimento come quello che sta vivendo il Kenya è paradossale. Anche perchè è davvero inutile dedicare e organizzare oceaniche conferenze sull’Africa, sulla povertà, e riempirsi la bocca di lusinghe per quella famosa solidarietà pelosa che si tramuta solo in carità quando basterebbe solamente aiutarli a casa loro con il turismo. I Kenioti sono un popolo fiero; non necessitano di commiserazione, tantomeno di convegni che non servono a nulla. Sarebbe sufficiente ridargli la loro dignità, permettendo che possano lavorare nel proprio paese.

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Nata l'11 novembre del 1959, opera come Tecnico Sociale ed è impegnata professionalmente da circa 34 anni proprio nell'ambito del sociale. Da dieci anni visita il Kenya per amore e passione di quella terra.

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