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Irlanda: il governo cerca una risposta equilibrata alla crisi e chiede di aprire le porte ai profughi ucraini

La Repubblica d’Irlanda è sempre stata caratterizzata da una linea politica di neutralità, inaugurata nella Seconda guerra mondiale – a cui ufficialmente non prese parte – e proseguita nella seconda metà del XX secolo per tutta la durata della Guerra Fredda. Pur facendo innegabilmente parte dell’Occidente a livello culturale e politico, Dublino ha sempre rivendicato in tema militare piena autonomia di scelta e di posizionamento, specialmente rispetto a quanto Londra proponeva e persino durante le fasi più critiche della contrapposizione con l’Unione Sovietica; la vicinanza geografica con i siti militari britannici era al tempo stesso un vantaggio e un rischio in caso di scontro frontale con il blocco comunista. L’Irlanda, dunque, non è mai entrata nella NATO e non ha nemmeno presentato domanda di adesione. Le relazioni ufficiali con il Patto Atlantico sono state avviate solamente nel 1999, da quando ha iniziato a contribuire con piccoli contingenti alle missioni effettuate sotto l’egida delle Nazioni Unite. E Proprio in quell’anno l’Irlanda è diventata membro di due programmi collaterali della NATO, allestiti per far crescere la fiducia e la cooperazione fra Paesi diversi non appartenenti all’Alleanza: si tratta del Partenariato per la pace e del Partenariato euro-atlantico, dei quali peraltro ha fatto parte fino a tempi recenti anche la Federazione Russa.

Oggi, alla luce della prolungata crisi ucraina, sfociata in azioni militari, a Dublino si è tornati a discutere della tradizionale neutralità isolana. Ne ha parlato qualche giorno fa il Tánaiste (vicepremier) irlandese Leo Varadkar, che alla radio statale RTE ha evidenziato come, pur non vedendo la necessità di un ingresso nella NATO, vi sia però quella di ripensare la politica di sicurezza del Paese e di avere un maggiore coinvolgimento nella difesa europea: un modo potrebbe essere la PESCO (Cooperazione strutturata permanente), l’iniziativa della UE volta all’integrazione strutturale delle forze armate degli Stati membri. Ha poi sottolineato come il governo non risponderà a questa crisi in maniera “impulsiva”, ma valuterà molto attentamente le opzioni disponibili. Inoltre, sarà dato ampio spazio al dibattito pubblico in merito, perché la neutralità costituisce un valore molto popolare fra gli irlandesi. Essi, infatti, ritengono che questa linea li possa proteggere dagli attacchi esterni in caso di guerra europea o mondiale: sono da sempre convinti che se il loro Paese venisse aggredito, i membri della NATO, in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, interverrebbero in loro soccorso. Varadkar pone la domanda se questa ipotesi sia ancora valida nel momento attuale. E a proposito del coinvolgimento irlandese esclusivamente in missioni che abbiano l’approvazione dell’ONU, ha proposto di rivedere questo principio, reso forse obsoleto dal veto russo al Consiglio di Sicurezza.

Una relazione commissionata da Dublino prima dell’intervento russo in Ucraina ha evidenziato che senza un aumento significativo della spesa militare, l’Irlanda rischia di restare sprovvista di una effettiva capacità di difesa. Il vicepremier Varadkar ha però dichiarato di non essere d’accordo con la cifra proposta nel report, fino 3 miliardi di euro in più all’anno: Credo sia troppo. Vi sono altre priorità e altre esigenze. (…) Ritengo però che effettivamente abbiamo bisogno di aumentare le spese per la difesa. Dobbiamo pagare di più il personale militare, necessitiamo di migliori attrezzature, dobbiamo poter essere in grado di sorvegliare i nostri mari e di avere dei radar che coprano il nostro spazio aereo. L’Irlanda ha infatti la Marina militare più piccola d’Europa, almeno fra i Paesi con sbocco sul mare, e le preoccupazioni a questo proposito erano già sorte un mese fa, quando i russi hanno compiuto esercitazioni navali al largo di Cork. Inizialmente previste entro 240 chilometri dalla costa sud-occidentale, sono infine state spostate al di fuori della zona economica esclusiva o ZEE (l’area marittima su cui Dublino ha giurisdizione per la gestione delle risorse naturali) dopo che i pescatori irlandesi hanno mostrato il loro disappunto per i possibili danni al loro lavoro al ministero degli Esteri e della Difesa Simon Coveney, il quale ha inviato la richiesta di rivedere i limiti dell’area di esercitazione al ministro della Difesa russo Sergey Shoigu, che ha acconsentito come “gesto di buona volontà”. Tuttavia, secondo il vicepremier, l’operazione militare in Ucraina rappresenta il “campanello d’allarme” per migliorare il sistema difensivo e per difendere il sistema irlandese in generale, riferendosi alla sua società democratica.

Nel frattempo Micheál Martin, primo ministro o Taoiseach della Repubblica d’Irlanda, ha avvertito che i prezzi del cibo e del carburante probabilmente saliranno come conseguenza diretta del conflitto. Vi sarà un impatto economico in termini di inflazione e un impatto sociale in termini di immigrazione. Inoltre ha invitato i cittadini ad essere generosi, facendo quello che possono per dare assistenza ai rifugiati ucraini che probabilmente arriveranno presto: agli irlandesi potrebbe essere chiesto di aprire le porte delle loro case alle famiglie ucraine, mentre medici e infermiere dovranno prestare volontariamente la propria professionalità per curare chi è rimasto ferito nei combattimenti. Credo che vi debba essere da parte dell’Irlanda una risposta popolare così come una risposta governativa, ma sarà qualcosa di molto impegnativo, ha aggiunto Martin.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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