Il Madagascar ha già un nuovo presidente dopo le proteste di piazza
Le proteste popolari in Madagascar si sono concluse con l’insediamento di un nuovo presidente. La scorsa settimana il colonnello Michael Randrianirina ha infatti prestato giuramento davanti all’Alta corte costituzionale ed è divenuto presidente ad interim.
Non è un golpe, ma una transizione
In questo modo ha voluto sottolineare che si manterrà entro una cornice di legalità formale e che il suo non è stato un golpe. O quanto meno dall’intervento militare è passato rapidamente alla transizione costituzionale. Dopo la cerimonia ha affermato: Vogliamo ristabilire la fiducia fra le istituzioni e il popolo. Questa è una ricostruzione, non una presa del potere. Ha quindi annunciato che formerà un governo di transizione che includerà in modo bilanciato una rappresentanza sia di militari che della società civile. Ha poi detto che per organizzare nuove elezioni potrebbero volerci due di anni, il tempo di riformare la Commissione elettorale e sistemare i registri elettorali in modo da garantire che la prossima votazione sia trasparente e senza costrizioni.
Le reazioni dall’estero
La risposta internazionale non è positiva, sebbene si sia già ammorbidita. L’Unione Africana ha sospeso il Madagascar e insieme al segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha denunciato il colpo di Stato. Randrianirina non si è scomposto e l’ha definita una “reazione normale”. Fa anche notare come la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC), che conta 15 Paesi membri, abbia destinato un missione di osservazione proprio in questa settimana per valutare l’andamento della transizione politica. Alle critiche che provengono dall’estero il colonello risponde dicendo che non si tratta di un golpe, ma di una “rifondazione nazionale”, opera nella quale è peraltro sostenuto dalla Corte costituzionale. Inoltre invita i partner internazionali ad “accompagnare il Madagascar nel processo di guida e di implementazione” di tale rifondazione. Alla cerimonia del suo insediamento era presenti fra gli altri i rappresentanti dell’Unione Europea e gli ambasciatori di Francia, Germania e Svizzera.
Povertà e corruzione
Le proteste erano scoppiate il 25 settembre per l’esasperazione dagli ennesimi deficit di acqua corrente e di elettricità. Sono state fomentate soprattutto dal passaparola social dei “giovani” della cosiddetta “generazione Z”. Decine di migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade per protestare contro il perenne stato di povertà in cui secondo loro tiene il Paese una classe politica corrotta e indifferente. Le statistiche della Banca Mondiale dicono che dei 32 milioni di abitanti dell’isola, quasi l’80% vive sotto la soglia di povertà, mentre le interruzioni all’energia elettrica possono durare fino a 12 ore persino nella capitale Antananarivo. Nella classifica di Transparency International, il Madagascar occupa il 140esimo posto su 180 Paesi analizzati.
Fine delle proteste e fuga di Rajoelina
Le autorità hanno optato per la repressione con proiettili di gomma e gas lacrimogeni. E intanto anche i gruppi criminali si scatenavano. L’ONU riferisce di morti sia tra le file della polizia che tra i civili. L’intensità delle proteste e il numero delle vittime sono andati aumentando fino a che l’11 ottobre il Corps d’armée des personnels et des services administratifs et techniques (CAPSAT), l’unità militare d’élite comandata da Randrianirina, si è rifiutato di sparare sulla folla. Dopo di che è entrato nel Palazzo presidenziale e ha fatto in modo che i deputati si riunissero nuovamente dopo che il Parlamento era stato sciolto da Rajoelina.
Quest’ultimo ha rifiutato di dimettersi ed è scappato dopo aver denunciato un attentato alla sua vita. La Corte costituzionale ha dichiarato “vacante” la presidenza a causa del “passivo abbandono del potere” da parte di Rajoelina, partito a bordo di un aereo militare francese con probabile destinazione Dubai. Pare che la sua evacuazione sia stata possibile grazie a un accordo con lo stesso Macron. È la terza volta nella storia del Madagascar che è un presidente viene rovesciato con un golpe e fugge dal Paese. Era già accaduto nel 2002 e nel 2009.

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