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Il dibattito politico americano si surriscalda sul gas russo e sul fronte ucraino

Mentre prosegue il tira e molla sull’approvazione finale delle certificazione tedesche per il Nord Stream 2, con la conseguenza già paventata di lasciare al freddo l’Europa, ci pensano gli Stati Uniti ad alimentare i fuochi di tensione sul confine tra Russia e Ucraina. L’amministrazione Biden sta infatti valutando l’invio a Kiev di ulteriore materiale bellico e di consiglieri militari nella prospettiva di una possibile invasione russa. Washington evidentemente si affida a quanto riferisce il capo dell’intelligence della Difesa ucraina, il generale di brigata Kyrylo Budanov: intervistato dalla rivista americana Military Times, ha dichiarato che la Russia potrebbe attaccare tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, a giudicare dalle truppe che starebbe ammassando lungo il confine e dalle operazioni psicologiche che starebbe attuando per indebolire la capacità di risposta ucraina, come il fomentare il dissenso e le proteste contro il governo centrale. Ma alla Casa Bianca non tutti sono d’accordo nel fornire a Kiev missili Stinger ed elicotteri Mi-17, inizialmente destinati all’Afghanistan ma poi rimasti in casa dopo il ritiro da Kabul: la Russia potrebbe credere che si tratti dell’avvio di una escalation molto seria, con l’implicazione di un inasprimento di tensione oltre il dovuto,  come sottolinea l’ex tenente colonnello Cedric Leighton. Ma gli aiuti americani stanno iniziando comunque ad arrivare: sulla sua pagina Facebook, la Marina militare ucraina ha ringraziato i partner d’oltreoceano per aver consegnato due motovedette di classe Island, destinate al pattugliamento nel Mar Nero e nel mar d’Azov.

La discussione interna e l’intensificarsi dei contatti con gli alleati europei a proposito delle relazioni con la Russia e di eventuali nuove sanzioni mostrano quanto Washington prenda seriamente la questione: Biden infatti non vuole ripetere lo smacco subito da Obama nel 2014, quando la Russia riuscì in brevissimo tempo a riprendersi (o ad annettere, secondo i punti di vista) la Crimea. Per questo motivo i vertici americani hanno intrapreso colloqui chiarificatori con la controparte russa, che però respinge al mittente le ipotesi di invasione, denifendole come assolute falsità. Al Congresso, intanto, entrambi i partiti hanno proposto emendamenti al 2022 National Defense Authorization Act per renderlo ancora più pesante verso le “provocazioni” di Mosca: il senatore Bob Menendez, presidente della commissione per gli affari esteri, ha proposto di sanzionare gli alti funzionari del Cremlino, compreso il presidente Putin, in caso di escalation militare contro l’Ucraina, e vorrebbe in ogni caso imporre nuove misure – caldeggiate da Kiev – contro il Nord Stream 2.

Il gasdotto russo-tedesco è una questione che sembrava potersi risolvere già in estate, una volta che le condutture finali erano state allacciate e mancava solo la firma sulle ultime pratiche burocratiche. Ma è proprio qui che si è arenata la faccenda, incagliatasi fra la scadenza del mandato della Merkel, le proteste di polacchi e ucraini (timorosi di vedersi chiuso il gas e levati gli introiti del transito sul loro territorio) e le incertezze dell’amministrazione Biden in Afghanistan e in Europa. Al momento il Nord Stream 2 è bloccato dalla decisione della Germania di fermare il processo di certificazione. Gli USA hanno ostacolato la posa del gasdotto in tutti i modi possibili, ma sembra ormai giunto il momento della verità: deludere l’alleato ucraino, convinto che la Russia sfrutterà presto il Nord Stream 2 come “arma geopolitica”, oppure scontrarsi con quello tedesco, che ha puntato moltissimo sul gasdotto. Così, per ora Washington ha lavorato insieme alla Germania per aiutare l’Ucraina a diversificare le sue risorse energetiche e a edificare un suo settore energetico green: ma sono azioni che porteranno risultati nel lungo periodo, mentre nel breve termine la presidenza Zelensky scalpita per il suo futuro, minacciato su diversi fronti, per primo quello energetico-finanziario. Ed ecco che alla Casa Bianca si è pensato di aggiungere ancora un po’ di sanzioni: il segretario di Stato Antony Blinken ha annunciato che in conformità alla legge PEESA (Protecting Europe’s Energy Security Act of 2019) viene colpita la società cipriota “Transadria Ltd.” e imposto il blocco della sua nave, il Marlin, battente bandiera russa, perché sospettata di essere coinvolta negli affari legati alla pipeline della discordia. Ma per il deputato texano Michael McCaul, repubblicano, questa decisione non avrà alcuna utilità nel fermare il gasdotto, così ha presentato insieme alla democratica Marcy Kaptur una modifica per estendere ancora di più le sanzioni: dobbiamo agire ora per far sì che il gas non scorra mai attraverso questo progetto russo avente un’influenza nefasta, ha dichiarato McCaul. 

Si è quindi creato nel Congresso un fronte bipartisan che spinge per sanzioni sempre più aspre nei confronti di Mosca, e che mette Biden in difficoltà rispetto all’alleato tedesco. Sussiste infatti il pericolo che le prossime sanzioni vadano a toccare proprio le aziende della Repubblica Federale di Germania, e per evitarlo lo stesso Blinken sta cercando personalmente di convincere i Congressmen a ritirare determinati emendamenti. Secondo l’americanista e politologo Malek Dudakov, c’è il rischio concreto che l’accordo sul Nord Stream 2 tra USA e Germania possa saltare. Comunque, come spiega l’esperto russo, qualora il Presidente perdesse la battaglia al Campidoglio, avrebbe in mano altri strumenti per contrastare le sanzioni indesiderate: ad esempio potrebbe ritardare la loro applicazione, posticipando la loro data di entrata in vigore. Ma a loro volta i membri del Congresso che non condividono la linea di Biden potrebbero impegnare la lotta non sul fronte interno, bensì facendo pressione direttamente sul nuovo governo post-Merkel affinché rimandi il più possibile la messa in funzione del gasdotto.

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