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Biden potrebbe avviare una nuova strategia americana nel Caucaso

Gli Stati Uniti stanno diminuendo la presenza militare in Medio Oriente. Dopo essere andati via dall’Afghanistan, oggi ci si presenta la questione seguente: riusciranno gli americani a incrementare o a sfruttare nel Caucaso la proiezione di potere già esistente? Alla rivista Regnum l’esperto di temi mediorientali e caucasici Stanislav Tarasov spiega le implicazioni di tale domanda.

Erika Olson, sostituta di Philip Riker come vice-assistente del Segretario di Stato americano per l’Europa e l’Asia, ha effettuato una tournée nei Paesi del Caucaso. A Erevan, oltre a svolgere colloqui con i vertici nazionali, ha preso parte alla conferenza dei capi della missione americana in Transcaucasia, con la presenza degli ambasciatori USA in Armenia, Georgia e Azerbaigian. Le precedenti conferenze dei capi delle missioni americane in quest’area si tennero a Tbilisi nel 2018 e a Baku nel 2019. Ma quella di Erevan, che si è potuta allestire solo dopo un certo intervallo di tempo, può essere considerata emblematica in quanto la situazione nella regione transcaucasica e il suo scenario geopolitico hanno nel frattempo subito evidenti cambiamenti. Siamo lieti di poter ristabilire l’antica tradizione di incontri con i colleghi di Washington e della regione, per scambiarsi opinioni, idee e informazioni per poter così coordinare meglio il lavoro nei tre Stati, si legge nel messaggio dell’Ambasciata americana in Armenia.

Per i curatori di Washington che operano nel Caucaso come rappresentanti diplomatici e non solo, con l’arrivo al potere dell’amministrazione Biden è stato fissato il compito di analizzare l’esperienza pregressa della politica americana sulla direttrice caucasica, valutare i suoi principali conseguimenti e criticità ed elaborare raccomandazioni per il futuro: è proprio ciò di cui si sta occupando adesso la Olson. Al suo predecessore Riker era stato affidato l’incarico di rafforzare le posizioni NATO nella regione, e ci era degnamente riuscito per quanto riguarda la Georgia. Quali problemi toccherà risolvere alla Olson, che ha semplicente lavorato una volta presso l’ambasciata USA in Turchia come consigliere sulle questioni economiche? Prima di tutto esponiamo le questioni generali della politica americana in Transcaucasia. Il fatto è che, come evidenziato da molti esperti, Washington ha rispetto a Mosca un’altra “ottica caucasica”. La Russia mantiene tuttora il “cordone ombelicale” col Caucaso, che crea un’apparenza di continuità in questa zona per una determinata parte dell’agenda politica interna russa. Gli USA invece vedono la regione come un proseguimento del Medio Oriente, un ponte che unisce la Transcaucasia con l’Asia centrale e che ha uno sbocco sul Mar Nero e sul Mar Caspio.

Il paradosso è che Washington, così come la Triplice Intesa degli anni 1918-1920, non aveva una particolare politica distinta per Azerbaigian, Armenia e Georgia. Secondo Paul Stronski, famoso esperto del Fondo Carnegie e nel recente passato anche analista del Dipartimento di Stato americano per l’Eurasia, Washington non intende il Caucaso come un soggetto di politica estera a sé stante, ma solo come la componente di un gioco condotto su tavoli diversi (russo, turco, iraniano, cinese ed europeo). Agli americani interessava poco il problema della comparsa nella zona di una qualsiasi nuova configurazione geopolitca. È soltanto in un periodo relativamente recente, dopo la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, che gli USA hanno iniziato a parlare della Georgia come della loro principale e unica testa di ponte nella regione. Ed ecco un altro paradosso: se nella stessa Russia si discute se a novembre 2020 Mosca abbia vinto o perso nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh, alla Casa Bianca invece sono sicuri di due cose, della leadership diplomatica russa nel raggiungimento di una tregua e nell’avvio di un processo di negoziati e della dislocazione delle forze di pace russe nel Nagorno-Karabakh; infatti prima non vi erano militari russi nella regione, mentre adesso sono presenti.

Inoltre i soldati russi, che prima sostavano solamente in Armenia, ora sono apparsi pure in Azerbaigian, il che viene visto dagli USA come parte di una qualche strategia russa di espansione territoriale. E c’è ancora da considerare che in Transcaucasia si stanno delineando i contorni di un’alleanza russo-turca che ha una sua potenziale proiezione sul Medio Oriente. In tale prospettiva sono molto indicative la valutazione fatta dai rappresentanti dell’amministrazione Biden di un’indesiderata intromissione di Ankara nello scontro in Karabakh e la preoccupazione di una possibile uscita della Turchia dall’Alleanza Atlantica. Tutto ciò significa che gli eventi della regione cominciano ad essere intesi a Washington in due contesti: l’aumento dell’influenza di Mosca in Transcaucasia e la crescente autonomia turca. Dopo la fine del secondo conflitto in Karabakh, Turchia e Azerbaigian hanno dato il via a un formato di cooperazione internazionale detto “3+3” e comprendente sei Paesi: Russia, Turchia, Iran, Armenia, Azerbaigian e Georgia. Come si può vedere, gli americani non rientrano in alcun modo in questo sistema. Così, nelle retrovie transcaucasiche hanno attivato la direttrice georgiana, in un modo tale, però, che la Georgia si ritrova in una prolungata crisi politica, mentre i suoi vertici non riescono a mobilitare le forze per rinsaldare il vettore euroatlantico.

Come sostenuto dalla testata americana Foreign Affairs, oggi per gli Stati Uniti è necessario costruire degli strumenti atti al contenimento della Russia e della Turchia sulle due direttrici, quella della Transcaucasia e quella del Medio Oriente, anche se per fare ciò potrebbe servire non poco tempo. Ma ecco che la Casa Bianca sta diminuendo la sua presenza militare proprio in Medio Oriente e i soldati americani sono andati via dall’Afghanistan. Quindi adesso la questione è se gli USA riusciranno ad aumentare o a sfruttare nella regione transcaucasica la proiezione di forza già esistente. Biden sarà così chiamato a formulare un suo corso politico nella regione. È possibile che mantenga l’assetto attuale, andando avanti per inerzia e reagendo agli eventi a seconda di come si sviluppano; oppure potrebbe decidere di ideare un approccio attivo alla Transcaucasia. Alla Olson toccherà – essendo una dei curatori di tale indirizzo – individuare una selezione di strumenti politici che permettano a Washington di migliorare la propria posizione nella regione, rimasta negli ultimi anni troppo statica. Ci riuscirà?

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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