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IBL, sul Pnrr ci sarà presentato il conto. Tedeschi e olandesi non pagheranno per l’Italia

Il debito pubblico italiano a marzo ha raggiunto quota 2.755,4 miliardi, segnando una nuova crescita di 18,9 miliardi rispetto al mese precedente. A comunicarlo è Bankitalia sottolineando, in modo del tutto notarile e quasi che fosse scontato, che l’aumento è causato dal fabbisogno (22,8 miliardi). Eppure questi sono soldi che gli italiani saranno chiamati a restituirli, in primis quelli derivanti dai prestiti legati alla solidarietà pandemica europea “a tempo”. Il tutto in un momento di forte contrazione della crescita economica dovuta alla crisi derivante dal conflitto russo-ucraino e all’incertezza dell’andamento dell’emergenza sanitaria da Covid. Approfondiamo il tema con il politologo e scrittore Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni.

Infografica – La biografia dell’intervistato Alberto Mingardi

– Lei ha definito l’Italia una Repubblica fondata sul debito pubblico può spiegarci perchè?
Perché dall’inizio della nostra storia repubblicana, non siamo mai riusciti a pareggiare il bilancio. Abbiamo sempre finanziato la spesa pubblica col ricorso al deficit, lasciando debito alle generazioni future.

– Uno Stato dovrebbe dichiararsi “nemico” di qualsiasi tipo di debito pubblico?
Gli Stati non sono “nemici” del debito pubblico e al contrario si indebitano volentieri. Per la classe politica è la situazione ideale: chi governa oggi spende senza tassare, si mette nelle condizioni di incassare l’eventuale dividendo elettorale, lascia il conto a chi verrà poi.

– Si può dire che dopo la pandemia e con la guerra in corso, oggi anche l’Europa si sta avviando ad essere un sovraorganismo fondato sul debito?
Il debito delle istituzioni europee è molto modesto, rispetto a quello dei singoli Stati. Purtroppo c’è la tendenza a considerarlo “altra cosa”, rispetto a noi. E’ quel che avviene in Italia. Ma il debito emesso a Bruxelles dovrà essere sostenuto da una certa capacità fiscale: questo significa che i contributi degli Stati all’UE dovranno aumentare oppure che dovranno essere varate imposte europee.

– Pensa che i paletti inseriti dall’Ue per ottenere i prestiti nei fondi del Pnrr rischino di tradursi in Italia in ulteriore debito “cattivo” e inutile?
Credo che i “paletti” siano stati troppo pochi, anche in ragione della spinta emotiva e del lodevole intento di solidarietà che ha portato altri Paesi a volerci aiutare dopo la tragedia della pandemia. Il PNRR prevede delle “riforme” ma sembrano davvero poca roba: poco sulla concorrenza, una riforma fiscale cosmetica, niente in termini di riforma della scuola o dell’istruzione. In Italia il problema non sono le risorse: è il modo in cui funziona la nostra società e la nostra economia. Non avremmo bisogno di elargizioni, ma di riforme.

– La risalita dello spread fa paura? E può costituire la prima crepa nell’unità di intenti dei partner europei?
Lo spread è un sintomo di un problema più grande: ci troviamo ad avere un debito pubblico elevatissimo, destinato a rimanere per anni attorno al 150% del prodotto. Nel 2021, ci siamo affidati all’idea che la “crescita” economica bastasse a pagare i costi generati da questo debito. Purtroppo però non abbiamo fatto quelle riforme che ci consentirebbero di guardare alla crescita economica del Paese negli anni a venire con ottimismo.

– L’inevitabile aumento del costo del denaro, rischia di annullare in gran parte gli effetti del Pnrr?
Credo che abbiamo sovraccaricato di speranze il PNRR. Gli investimenti per essere tali devono generare un ritorno. Questo tende ad avvenire, per gli investimenti privati, perché chi se ne fa carico ha tutto l’incentivo a cercare di calibrarli nel migliore dei modi, per realizzare un profitto. Ma lo Stato non è un’azienda e la burocrazia non è un buon comitato investimenti. Se realizziamo grandi opere, per esempio, coi soldi dell’Europa, quelle comunque negli anni a venire dovranno essere oggetto di manutenzione da parte nostri. Genereranno utili a sufficienza, per pagare quegli oneri? O al contrario il contribuente dovrà continuare a sussidiarle? Non sono questioni da poco. E’ facile dire investimenti pubblici, è difficile farne di oculati.

– Come valuta l’incremento degli investimenti nel comparto militare dell’Italia? L’Italia si può permettere questa scelta o rischia di indebolire gli stanziamenti in quelle voci indispensabile per un paese sempre più vecchio?
Per anni le nostre spese militari sono state molto modeste, in questo quadro geopolitico è impensabile che non aumentino. Il problema è che il loro aumento arriva in un momento nel quale si chiede allo Stato di fare molte altre cose: come di finanziare la transizione verde, di combattere i cambiamenti climatici, eccetera. Nessuno può fare tutto e farlo bene: dovremmo scegliere quali spese pubbliche vogliamo, e accettare che ad altre sia meglio rinunciare.

– Quanto influisce la perdita di nascite nella debolezza economica italiana?
– Una popolazione giovane significa nuovi consumi e nuove idee imprenditoriali. Un Paese vecchio fa più fatica a crescere e questo è particolarmente vero di un Paese la cui popolazione netta diminuisce, come il nostro. Se non “fabbrichiamo” italiani li possiamo “importare”, ma come è noto questo è politicamente controverso. Nel lungo periodo, pagheremo cara l’ostilità diffusa per l’immigrazione – che di solito porta persone creative e meno avverse al rischio dei “locali”.

– La spesa pubblica non è una coperta che si può sempre allungare, resta però il problema della storica bassa crescita del PIL italiano.
Serve una riforma fiscale choc, abbattendo drasticamente il cuneo fiscale, o sono utili altri passaggi?

– Servono una serie di riforme dal lato dell’offerta, che rendano più facile e meno costoso fare impresa in Italia.Il Governo Draghi ha posto le basi per invertire la tendenza
dell’Italia ad essere una Repubblica fondata sul Debito? O invece ha peggiorato la situazione?

– La gestione della finanza pubblica non è stata, purtroppo, fin qui molto oculata. Stupisce ancora il fatto che nel 2021, a fronte di un PIL in crescita del 6,5%, si sia voluto fare una finanziaria “pro-ciclica”, anziché mettere un po’ di fieno in cascina.

– Ha un suggerimento per il prossimo Governo che dovrà affrontare la tempesta perfetta della restituzione del debito con l’Ue senza poter contar sul parafulmine Draghi?
Tutti i partiti politici italiani convergono, sostanzialmente, sulla stessa ricetta economica: spendere di più e cercare di fare pagare il conto ai tedeschi o agli olandesi. Temo dovremo aspettare che il fallimento dell’intera classe politica sia ancora più evidente, per vedere apparire leader interessati a coltivare un approccio diverso, se mai ne avremo.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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