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Gran Bretagna: governo Johnson, sanzioni anti-russe e guerra per procura

Presentiamo una dettagliata analisi della politica interna britannica alla luce degli scandali e delle incertezze che incombono sul governo Johnson, coi suoi sforzi di sanzionare la Russia senza far saltare definitivamente il sistema energetico nazionale e col suo sostegno all’Ucraina per nulla disinteressato. Ne parla sul “The International Affairs” Elena Ananyeva, del Centro di studi britannici della RAN, l’Accademia Russa delle Scienze.

La Gran Bretagna si propone come il Paese europeo che più di tutti difende gli interessi dell’Ucraina. Francia e Germania, però, non l’hanno presa bene, anzi l’intera Unione Europea è rimasta turbata dal paragone fatto da Boris Johnson, che ha paragonato gli ucraini ai cittadini che hanno votato per la Brexit in un impeto verso la libertà. Tale dichiarazione è costata al Regno Unito il rifiuto di Bruxelles di invitare Johnson al summit del 24 marzo. In relazione all’operazione speciale russa in Ucraina, Londra ha adottato circa 1000 sanzioni differenti contro persone fisiche e giuridiche: tale elenco viene aggiornato quasi giornalmente e pubblicato sul sito del Foreign Office, il Ministero degli Esteri britannico. Inoltre, proprio il 24 marzo Johnson ha annunciato nuove forniture di armi letali al governo di Kiev.

È interessante porre l’attenzione su quelle che potrebbe essere le conseguenze economiche e di politica interna delle azioni di Londra. Le non molte voci contrarie al corso politico del governo vengono silenziate e sottoposte a ostracismo, grazie a una propaganda sfrenata fino all’assurdo e alla cosiddetta cancel culture. Le uniche polemiche tra le diverse forze politiche riguardano la possibilità di misure sanzionatorie contro la Russia ancora più pesanti. I Laburisti all’opposizione hanno garantito la propria lealtà al governo Johnson e alla NATO, mentre il loro leader Keir Starmer è andato personalmente a far visita a Jens Stoltenberg a Bruxelles. La dirigenza laburista ha soffocato in maniera decisa il pensiero dei “dissidenti”: quando undici deputati dell’ala sinistra del partito hanno detto nella dichiarazione Stop the War Coalition che è stato proprio l’allargamento della NATO a costringere la Russia all’operazione in Ucraina, Starmer ha immediatamente minacciato di buttarli fuori. La pressione ha avuto l’effetto di far ritirare le firme e di farli scusare. L’ex leader dei Labour Jeremy Corbyn, in precedenza già escluso dal partito, come contro argomentazione ha portato i seguenti fatti: i Conservatori nelle loro casse hanno ricevuto offerte da parte degli oligarchi russi. La resa dei conti è iniziata anche nei Tories: i legami del Partito Conservatore con i fuoriusciti russi e le contribuzioni di questi ultimi alle casse del partito sono divenuti tema per una lotta politica che mette per l’ennesima volta sotto attacco il Primo ministro. A Johnson viene fatta la colpa di essere amico di Evgeny Lebedev, che lui stesso ha praticamente innalzato alla carica di Lord: e al ministro delle Finanze Rishi Sunak una quota per la moglie nella società del padre, un miliardario indiano, per la collaborazione dell’azienda con la Russia.

E non si placa la battaglia fra i sostenitori e gli oppositori dell’adesione della Gran Bretagna all’Unione Europea. Secondo i primi, il Regno Unito sarebbe in grado di assestare alla Russia danni ingenti se fosse ancora parte della UE: si sono ricordati di una vecchia accusa che era stata mossa a Johnson, per la quale la Brexit in qualche modo “gioca a favore di Putin”. Gli oppositori dell’adesione alla UE, invece, argomentavano l’uscita con la possibilità di introdurre sanzioni proprie contro la Russia senza dover cercare l’accordo coi partner europei (che si tradurrebbe in un ammorbidimento delle sanzioni stesse). In Scozia, il Partito Nazionale Scozzese (SNP) al governo insiste in un altro referendum sull’indipendenza, portando la tesi che una Scozia libera avrebbe dato un contributo maggiore alla contrapposizione contro la Russia, se i risultati dell’ultimo referendum ne avessero decretato l’uscita dal corpo del Regno Unito e si fosse unita alla UE. L’SNP, però, non ha deposto l’intenzione di rinunciare alle armi nucleari (un base di sottomarini atomici si trova nel suo territorio), restando comunque nella NATO. Per il partito conta l’appoggio politico dei Verdi nel Parlamento regionale, ed è da qui che arriva la sua posizione contraria alla politica energetica del governo Johnson. Vediamo allora qual è il problema.

Energetica

La Gran Bretagna importa circa la metà del suo fabbisogno di gas, ed entro il 2030 tale dato arriverà quasi al 70% persino sfruttando tutti i suoi giacimenti nel Mare del Nord. Londra continuerà in ogni caso ad acquistare il gas naturale liquefatto (GNL) russo per 2 miliardi di sterline e il petrolio russo coi suoi derivati per l’8% del fabbisogno, fino alla fine del 2022. Il Paese dipende poco dall’importazione di risorse energetiche russe persino attraverso Paesi terzi, anche se i prezzi delle fonti di energia in Gran Bretagna si rifanno a quelli mondiali. In relazione alle sanzioni anti-russe imposte da lui stesso, Johnson ha dovuto rinunciare al suo obiettivo ambizioso e già proclamato della transizione all’energetica green. Il 14 marzo ha discusso coi rappresentanti delle maggiori compagnie del settore oil&gas l’aumento degli investimenti per l’estrazione e la lavorazione nei giacimenti del Mare del Nord nel quadro dell’elaborazione di una strategia di autonomia energetica e di riduzione della dipendenza dal petrolio e dal gas russo. Ed è proprio la Scozia, spinta dalla pressione dei Verdi, a mettersi contro lo sfruttamento dei giacimenti nel Mare del Nord.

Londra ha intenzione di togliere il divieto di estrazione di gas di scisto in Inghilterra, (intesa come nazione costitutiva del Regno Unito), anche se gli effetti si vedranno solamente fra 5-10 anni. La proibizione era stata decisa nel 2019 a causa dei rischi di attività sismica e di inquinamento delle falde acquifere. I rischi ci sono ancora, mentre il divieto è stato praticamente levato. Gli sforzi del governo si possono collegare alla ricerca di strumenti per influenzare i Paesi produttori. Londra ha adottato misure per ammorbidire il dialogo con l’Iran. Il 16 marzo la missione di Johnson presso gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita con lo scopo di convincere le monarchie del golfo Persico ad aumentare le estrazioni è fallita, attirando critiche interne. Starmer si è affrettato a punzecchiare il Primo Ministro: Girare col cappello in mano da un dittatore all’altro non costituisce una strategia energetica, proponendo poi una tassa una tantum sugli utili super delle compagnie petrolifere del Mare del Nord.

La situazione nel mercato energetico britannico 

La situazione nel mercato energetico britannico è peggiorata ancora, poiché sotto la pressione del governo la BP e la Shell si sono prima scusate con l’opinione pubblica per il fatto di dover acquistare idrocarburi russi fino a fine anno, poi hanno rifiutato di comprare dalla Russia persino le materie prime essenziali. Per la precisione, si tratta qui degli acquisti sul mercato spot, non dei contratti a lungo termine. Johnson ha effettuato un incontro anche coi rappresentanti dell’energia atomica di Rolls-RoyceWestinghouse e Bechtel dagli USA: la Gran Bretagna infatti non ha tutta la serie di competenze richieste per l’energia atomica. Così, è l’azienda statale francese EDF a gestire sei centrali nucleari in Gran Bretagna, che producono elettricità per il 16-20%. Molte centrali britanniche stanno diventano obsolete e sono vicino alla fine del loro ciclo di vita. Il governo si accinge ad allungare la loro “scadenza” di altri 20 anni. In fase di costruzione c’è una sola centrale, la Hinkley Point C. Il governo conta di aumentare grazie all’energia atomica la produzione di elettricità del 25%, ma il risultato si avrà solo fra qualche anno.

Johnson è indignato dal fatto che il ministro delle Finanze Sunak si è categoricamente espresso contro il suo appello alla UE di rinunciare immediatamente al gas russo e di non allentare le sanzioni antirusse. Sunak ipotizza che in questo caso la UE cada in recessione e che la Gran Bretagna segua il medesimo percorso verso il basso, perché perderebbe 75 miliardi di sterline, pur dipendendo poco dalle forniture russe. Il Cancelliere dello Scacchiere è contrario anche a fare affidamento sull’energia atomica per il costo elevato dei relativi programmi. Nel frattempo, il 7 marzo il prezzo del gas in Gran Bretagna ha raggiunto la cifra record di 800 pence al therm, anche se poi è sceso a 501 pence. Un confronto aiuta a capire: nel 2021 il prezzo era di 40 pence al therm. Per quanto riguarda le materie prime russe, la Gran Bretagna le ha vietate in maniera selettiva: al mercato di Londra del platino e del palladio due fabbriche di metalli non ferrosi hanno mantenuto il loro status di fornitori affidabili. Tuttavia, l’associazione londinese dei membri del mercato dei metalli preziosi ha tolto a sei aziende russe lo status di fornitori affidabili di oro e argento.

Gli aiuti al governo di Kiev

Londra col tempo è diventata un forte donatore per l’Ucraina: sono stati concordati aiuti per 220 milioni di sterline, inclusi 120 milioni a scopi umanitari e 100 con la prospettiva di coadiuvare la ripresa post crisi nel quadro di un progetto simile al Piano Marshall. La Gran Bretagna per prima fra i Paesi europei ha iniziato a inviare armi letali all’Ucraina (al 9 di marzo aveva mandato 3615 missili anticarro guidati su 4000 e fornirà i sistemi missilistici terra-aria ad alta velocità Starstreak). Il ministro della Difesa Ben Wallace però ha vietato ai soldati britannici di servire in Ucraina in qualità di volontari, per non coinvolgere il Paese in un confronto diretto con la Russia. Stati Uniti e Gran Bretagna forniscono all’Ucraina dati di ricognizione, ma escludono la creazione di una no-fly zone sul Paese, nonostante le esortazioni del presidente Zelensky a cui hanno dato la possibilità di intervenire in videoconferenza al Parlamento britannico. Presso il Foreign Office è stata creata una divisione denominata Information Cell per gestire le informazioni e contrastare la propaganda (quella russa in particolare), sull’esperienza di un’analoga divisione che esisteva ai tempi della Guerra Fredda. È stata anche condotta una riorganizzazione del Ministero allo scopo di concentrare gli sforzi sulla direttrice ucraina a scapito degli aiuti allo sviluppo internazionale.

Chiedendo alla UE di sostenere l’Ucraina, il Ministero degli Esteri britannico solamente sotto la pressione dell’opinione pubblica ha leggermente ammorbidto le dure regole (dure a confronto di quelle europee) sull’accettazione dei profughi ucraini. Con il nuovo schema, i profughi che non hanno parenti in Gran Bretagna riceveranno il permesso di entrare a condizione che i britannici li ospitino a casa loro per un minimo di 6 mesi, ricevendo in cambio sussidi per 350 sterline. Nel complesso, il Regno Unito è pronto ad accogliere 200mila profughi previa verifica della loro non pericolosità, ma le lungaggini burocratiche restano piuttosto pesanti. A giudicare da quanto detto dal ministro degli Interni Priti Patel, non sono eslusi casi analoghi all’avvelenamento degli Skripal: la ministra ha spiegato che facendosi passare per ucraini, dei russi potrebbero infiltrarsi nel Regno Unito e allestire un incidente simile. E allora che possiamo aspettarci da Londra nuove provocazioni. Ricordiamo che la posizione a dir poco ambigua della Gran Bretagna è già stata mostrata dalle conversazioni di Wallace e Patel con gli autori di scherzi Vovan e Lexus, che Youtube ha cancellato su istanza del Ministero della Difesa.

La situazione politica interna

Il ministro della Difesa Wallace è giunto alla ribalta nel governo diventando di fatto vice premier. Tra lui e il ministro degli Esteri Liz Truss, che ha ruolo più da “falco”, sono sorte divergenze a causa della scarsa professionalità di quest’ultima, che non si è dimostrata consapevole delle conseguenze delle proprie parole e azioni. La posizione del popolare ministro delle Finanze Sunak si è indebolita perché la spesa pubblica a causa della pandemia e della seguente crescita degli stanziamenti militari ha portato a un calo del tenore di vita della popolazione. E tutti costoro aspirano alla carica di capo del governo.

L’opinione pubblica

In questo momento i britannici sono a favore della sanzioni anti-russe (circa l’80%), ma meno della metà di quelli che hanno risposto ai sondaggi le appoggerebbero ancora se aumentassero il prezzo dell’energia, il costo degli alimentari e le tasse (l’88% si attende un aumento dell’energia, il 78% del cibo e il 70% delle imposte). Man mano che nel Paese si aggrava la situazione dell’economia e il livello di vita si abbassa, è lecito aspettarsi un cambiamento nell’atteggiamento della società. La popolarità di Johnson rimane bassa, nonostante l’acuirsi della crisi internazionale: meno 36% è la differenza tra il parere negativo e quello positivo. Lo scandalo dei party organizzati durante il periodo delle resitrizioni anti-COVID è passato in secondo piano, ma non è stato dimenticato. La polizia ha già emesso 20 multe ai funzionari statali per violazioni amministrative. Johnson non ha ricevuto per adesso nessuna multa, ma se l’avrà, le conseguenze politiche potrebbero essere per lui parecchio serie. Diventerebbe infatti chiaro che ha mentito al Parlamento quando ha dichiarato che da parte sua non vi era stata alcuna infrazione. Non a caso il premier ha recentemente invitato a un pranzo a spese proprie praticamente tutto il gruppo parlamentare del Partito Conservatore, da cui dipende il suo futuro politico. Evidentemente è difficile che i Tories vogliano cambiare il capo del governo in un periodo di grave inasprimento della situazione internazionale, ma gli avversari aspettano il momento opportuno. Di conseguenza, il 53% dei rispondenti ha detto di pensare che le multe si riveleranno per Johnson una minaccia di destituzione, mentre il 35% ritiene che debba rimanere al posto di Primo Ministro.

Xxx

Il governo sta adottando misure di carattere diplomatico, economico, militare, politico e ideologico per contrastare la Russia e cerca di costruire coalizioni anti-russe ad hoc, presentandosi come la forza trainante in Europa in questa contrapposizione. Il Regno Unito sta conducendo contro la Russia una guerra aperta ma fatta con “mani altrui”, addestrando l’esercito ucraino, installando basi e fornendo armi, ma trattenendosi da un coinvolgimento diretto e limitando l’accoglienza di profughi dall’Ucraina. Le forze politiche britanniche sono nel complesso orientate a una dura contrapposizione con la Russia, ma le rivalità interne non sono escluse.

La minaccia di dimissioni del Primo Ministro è passata in secondo piano. A prescindere dal destino politico di Johnson, i suoi successori non si relazioneranno certo in modo più obiettivo verso la Russia. Londra non prevede la possibilità di tornare a una normalizzazione dei rapporti russo-britannici e ostacolerà la ripresa di relazioni con la Russia nell’arena mondiale. Per il prossimo futuro, nella UE e in Gran Bretagna non si potrà trovare un’alternativa alle risorse e alle fonti energetiche russe, mentre le energie rinnovabili non sono affidabili e la messa in funzione di nuove centrali richiede alcuni anni. Di conseguenza la posizione britannica potrebbe cambiare solo nel caso di un serio peggioramento della situazione relativa alle materie prime, di un’erosione dei suoi interessi economici e di un brusco abbassamento del livello di vita dei suoi abitanti.

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