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Governo Draghi e quegli strappi che ormai è impossibile rammendare

Non c’è mai un momento buono per una crisi di governo con una maggioranza che si frantuma. La stabilità di un esecutivo, lo si dice da sempre, per quanto spesso messa in discussione dalle forze politiche che lo sostengono, è il valore numero uno che può dare a un Paese e ai suoi cittadini la prospettiva di recuperare o conservare e possibilmente migliorare il proprio benessere. E anche quello che viviamo è certo uno dei momenti peggiori, situazione peraltro che si prolunga da un paio di anni abbondanti: prima la pandemia, che intanto, dopo un periodo in cui sembrava ormai alle spalle, ora sta conoscendo una recrudescenza; poi la guerra in Ucraina che si sta portando dietro gli effetti sull’economia diretti e indiretti, giustificati o surrettizi che siano. 

Eppure è accaduto, nel momento forse più difficile, con il caro energia (energia che peraltro scarseggia), le aziende in affanno, il lavoro incerto, il costo della vita in aumento, l’inflazione, i 200 miliardi del PNRR ancora da incanalare e da investire nella concretezza dei progetti, le diverse riforme anche sollecitate dall’Europa da fare o da completare. 

E una ricucitura non può che lasciare strappi che ormai è impossibile rammendare. Non è pensabile infatti, se non nei migliori dei mondi possibili, che i partiti improvvisamente mettano da parte i loro obiettivi politici, per un verso ispirati a una più o meno sincera volontà di rispondere ai bisogni e alle aspettative dei cittadini, ma che dall’altro intersecano gli atteggiamenti tipici di quella che ormai è una decisiva vigilia elettorale. Nella maggioranza, o in quella che fu, c’è chi come Salvini preme per un immediato ritorno alle urne. E anche in Forza Italia, certo in forma più sfumata, si fa strada questa opzione, anche se gli azzurri, e del resto a sinistra anche il PD e Italia Viva di Renzi, come prima possibilità privilegiano un governo ancora con Draghi presidente, ma ad una condizione che si va facendo sempre più netta, con una maggioranza senza i Cinquestelle. Dal solitario partito di opposizione, Fratelli d’Italia, la presidente Giorgia Meloni ribadisce quel che ripete da sempre: subito al voto. E intanto sulla scena politica c’è chi cerca di mettere insieme un pulviscolo di partiti che vogliono dar vita a un “centro”, per ora affollatissimo di leader, che si ponga come una sorta di “terzo polo” tra destra e sinistra.

E dunque, tutti contro tutti allo scopo di ottenere il consenso degli elettori, conservando il proprio e strappandolo agli altri partiti, avversari o anche alleati che siano. Era da tempo che i Cinquestelle meditavano l’uscita da quella larga maggioranza che da un anno e mezzo li aveva visti partecipi forse anche a malincuore, seppure temperato, come peraltro era accaduto per altri partiti della compagine di governo. Ma per i seguaci di Grillo era stato davvero traumatico trasformarsi – e da qui il termine trasformismo – nel volgere di appena due-tre anni da forza politica antisistema e “antitutto” in partito ben accasato in quel sistema medesimo che volevano demolire con infantile velleità. E ora il discusso capo Conte, alla guida di una pattuglia di irriducibili che si restringe sempre di più, ha creduto di aver trovato l’occasione buona per recuperare almeno in parte qualche brandello delle origini. E con capriole incomprensibili ai più tra voto e non voto tra Camera e Senato, ha indotto il Presidente del Consiglio Mario Draghi alle dimissioni. 

Il venir meno del sostegno dei Cinquestelle, al di là di tutti i distinguo che si possano fare – distinzioni di per sè corrette ma più di forma che di sostanza – in verità è avvenuto in Parlamento, vale a dire nel luogo deputato, l’unico, a dare o togliere la fiducia al capo del governo e all’esecutivo medesimo. Tuttavia il presidente Mattarella non ha ritenuto sufficienti i singolari quanto contraddittori atteggiamenti parlamentari dei Cinquestelle. Chiari, certamente, ma solo fino a un determinato punto, giacché, al netto del balletto del voto-non voto, i ministri di Conte sono rimasti ben legati alla sedia del Governo. E dunque, di fronte a uno stato di cose di per sè lucido ma non cristallino, Sergio Mattarella ha respinto le dimissioni e ha invitato Draghi a presentarsi in Parlamento per verificare se ha ancora una maggioranza ed eventualmente quale, e a quali condizioni. Dalle capriole, dunque, ai salti acrobatici. Di contorsioni simili nella politica ne sono sempre avvenute, e questa è una di quelle più ardite. Comprensibile, certo, e giustificato l’intento del Capo dello Stato: il doveroso tentativo di evitare una situazione irrimediabile, con la fine anticipata della legislatura, lo scioglimento delle Camere ed elezioni in autunno. Il ricorso anticipato alle urne più o meno un semestre prima della scadenza naturale del mandato di per sè non è una tragedia, eppure le incertezze e l’instabilità che si porta dietro il periodo elettorale dovuto non al calendario previsto ma alla rottura degli equilibri politici faticosamente raggiunti consiglierebbero di agire diversamente. 

È risultato evidente che Conte con il suo strappo (si dice sostenuto da Grillo) ha cercato di recuperare qualche consenso elettorale per quel che resta dei suoi Cinquestelle. Il capo dei pentastellati, con il sospetto non si sa quanto fondato che Draghi in combutta addirittura con lo stesso Grillo lo volesse spingere fuori dalla partita politica, aveva preparato una serie di richieste per provvedimenti a carattere sociale che in buona parte risultavano nell’agenda e negli intendimenti Pel presidente del Consiglio, il quale peraltro aveva annunciato che le relative decisioni del governo avrebbero visto la luce a fine luglio. Appena un paio di settimane, dunque, ma al capo dei Cinquestelle non è bastato: a suo avviso bisognava agire subito, oggi, domani, anzi poco fa. Un’urgenza che appariva sospetta, quella di Conte, e che molti hanno attribuito a ben altri obiettivi. Il partito, dopo la scissione di Luigi Di Maio, che in men che non si dica è passato da incendiario a pompiere, portandosi dietro una sessantina di parlamentari con altri che si dicono disponibili a unirsi alla sua nuova formazione “Insieme per il futuro”, sembra ormai alla deriva, privo di attrattiva, diviso tra duri e puri pronti a passare all’opposizione e coloro che invece puntano a restare nella maggioranza e al governo; i sondaggi danno i Cinquestelle a percentuali appena al di sopra della doppia cifra. E, dunque, ecco la decisione dello strappo per tentare di recuperare qualche adesione, qualche simpatia che si era intiepidita e qualche voto in prospettiva. Salvo ripensamenti non improbabili. Ma in realtà la possibile ricucitura non potrà che lasciare intatte le lacerazioni. Nel frattempo va in soffitta il tentativo di alleanza tra PD e i Cinquestelle, anche se il segretario Letta vuol dare a intendere di guardare ancora con qualche speranza a tale connubio. 

Certo, l’affidabilità di Conte, e dell’insieme del partito di Grillo, non è mai stata elevata e ora è quella che è. Ma a quanto pare, anche dopo quel che è successo, per Letta l’unione con l’ex avvocato del popolo rimane l’unica possibilità di tentare di avere la meglio alle elezioni. Basterebbe un semplice passo indietro di Conte, una specie di “abbiamo scherzato”. E pensare che appena due anni fa, con Zingaretti segretario, l’avvocato che volle farsi politico era la perla della sinistra, l’uomo, l’unico, in grado di guidare un’alleanza coi Cinquestelle capace di contrastare la destra. 

Alla vigilia dello strappo di Conte, il presidente Draghi era apparso forse un po’ precipitoso nell’affermare perentoriamente che senza i Cinquestelle non ci sarebbe stato più un governo da lui presieduto. Eppure il Presidente del Consiglio sapeva che i pentastellati non sono più indispensabili, né numericamente, e nemmeno a questo punto politicamente, vista la piega che hanno preso le posizioni di Conte e dei suoi parlamentari. Ma non deve essere stato solo per una presunta alta considerazione che Draghi, così dicendo, avrebbe manifestato di avere nei confronti dei Cinquestelle. L’ex banchiere si riferiva anche ad altro e ad altri; non a caso ha insistito nel dire che non si può procedere a colpi di ultimatum, o con l’annuncio di chissà quali sfracelli a settembre. E qui è stato chiaro il richiamo all’altra spina nel fianco del suo governo e della maggioranza, la Lega di Salvini, il quale aveva annunciato un rinvio a metà settembre, all’appuntamento di Pontida, la sua resa dei conti. E dunque di fronte a un quadro politico in perenne turbolenza, lo strappo di Conte deve essere stato per Draghi la buona occasione per dire basta, sono stanco dei vostri tira e molla, del vostro modo di fare politica e di stare al governo, me ne vado. E ora, dunque, l’incertezza regna sovrana, Draghi-bis per finire la legislatura, elezioni anticipate, nuovo governo tra balneare e post-natalizio affidato a un politico o tecnico che sia: tutte le opzioni rimangono aperte. In molti resta comunque una certezza: senza Mario Draghi, il più autorevole, apprezzato e forse anche temuto dello scenario politico italiano, in questa lunga fase così delicata da mille punti di vista, per l’Italia in Europa e si direbbe anche nel mondo non potrà essere la stessa cosa.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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