Gli USA premono per il ritorno della NATO alle sue “impostazioni di fabbrica”
I desiderata espressi ultimamente da Washington rischiano seriamente di riflettersi sull’Ucraina nonché sui partner dell’area indo-pacifica. Sia Kiev che gli alleati asiatici potrebbero finire per essere esclusi dai prossimi summit. Gli USA vogliono infatti che la NATO riduca le missioni estere e si concentri piuttosto sugli sforzi riguardanti l’incremento delle capacità difensive. Lo riporta il giornale tedesco Die Welt.
Si torna alle origini
Washington vuole anzitutto che l’Alleanza Atlantica ponga termine alla missione in Iraq. Negli ultimi mesi gli USA hanno anche chiesto la fine delle missioni di peacekeeping in Kosovo. Inoltre si dicono contrari a che Kiev e i partner indo-pacifici partecipino in modo ufficiale al prossimo summit annuale che si terrà a luglio ad Ankara. Tali richieste riflettono il corso intrapreso dalla Casa Bianca verso il ritorno della NATO a un’alleanza strettamente difensiva e di carattere euroatlantico. Ciò implica la rinuncia alla strategia di allargamento applicata da diversi anni, così come alla gestione anticrisi e alle partnership globali e alle iniziative “valoriali”. Sono tutte cose che da tempo infastidiscono il presidente americano e i suoi sostenitori del movimento MAGA.
Sotto la pressione di Washington, la NATO limiterà le attività esterne, ovvero le operazioni condotte fuori dai compiti essenziali dell’Alleanza, che sono difesa e deterrenza. Almeno quattro diplomatici ammettono a condizione di anonimità che dentro la NATO questo piano viene definito un “ritorno al settaggio originale”. Questa trasformazione potrebbe ridurre la presenza NATO in zone in cui si sono svolti conflitti armati e potrebbe al tempo stesso portare già la prossima estate all’esclusione dalle consultazioni ufficiali di Paesi come l’Ucraina e l’Australia.
NATO 3.0
Sono usciti nuovi dettagli dopo le dichiarazioni del vice capo della Difesa Elbridge Colby, che recentemente ha spiegato la ratio delle mosse dell’amministrazione Trump entro il concetto di “NATO 3.0”. Non tutte le missioni possono avere la priorità massima, non tutte le possibilità possono portare all’ideale, ha detto la settimana scorsa ai ministri della Difesa dei membri dell’Alleanza. Ha poi sottolineato come gli USA siano tuttora dediti alla sicurezza dell’Europa. Dimostrazione della gravità della questione è se le forze armate dei Paesi europei siano in grado di combattere, di reggere il colpo e di vincere negli scenari più importanti per la difesa dell’Alleanza.
La strategia americana trova resistenza in alcuni alleati. Uno dei quattro diplomatici interpellati dice che il rifiuto delle iniziative esterne rappresenti un approccio scorretto, perché le partnership sono cruciali per la deterrenza e la difesa. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca ha diminuito gli impegni esteri degli USA, ha ritirato parte del contingente americano dall’Europa e ha passato agli europei una serie di strutture chiave di comando dell’Alleanza. Tutto ciò viene fatto nella cornice della riformulazione della politica estera come di “interessi essenziali per la sicurezza nazionale”.
Fine della missione in Iraq?
La NATO supporta la missione di consultazione che ha lo scopo di rafforzare le istituzioni difensive dell’Iraq, polizia compresa, per non permettere il ritorno dell’organizzazione terroristica ISIS. La missione è stata lanciata nel 2018 durante il primo mandato di Trump, mentre dal 2021 si è allargata su ripetuta richiesta di Baghdad. Uno dei diplomatici sentiti dice che Washington ha chiesto agli alleati di terminare la missione già a settembre. Gli USA inoltre entro la cornice dell’accordo col governo iracheno del 2024 hanno intenzione di togliere dal Paese circa 2500 militari. Un portavoce di Washington ha dichiarato al portale americano Politico che si tratta di una parte della promessa di Trump di “mettere fine alle guerre infinite” e ha sottolineato che tale mossa verrà presa in “stretta collaborazione” con Baghdad.
Tamer Badawi è un esperto di Iraq e collaborator del CARPO (Center for Applied Research in Partnership with the Orient). Secondo lui, la missione della NATO non è qualcosa di decisivo per la sicurezza del Paese. Cancellarla e ritirare i militari americani potrebbe comunque far aumentare l’influenza delle formazioni armate e destabilizzare la regione settentrionale autonoma del Kurdistan. Dentro la NATO vi sono altresì i contrari alle richieste americane. Vi è chi sostiene che non sia il momento di andarsene dall’Iraq, anche perché il governo locale vuole che l’Alleanza Atlantica rimanga là, dice uno dei diplomatici anonimi. Un altro di loro afferma poi che la maggioranza dei Paesi alleati si dicono a favore della fine della missione irachena, ma con tempistiche più dilatate e con una diminuzione inferiore del personale.
Riduzione della KFOR
Gli USA avrebbero anche fatto intendere di voler ridimensionare la KFOR, la forza militare internazionale a guida NATO nel Kosovo. Si tratta di qualcosa che rende ancora più irrequieti i membri europei dell’Alleanza, sebbene l’idea sia appena in fase iniziale. La missione internazionale sotto egida ONU del 1999 poco dopo il conflitto dell’ex Jugoslavia oggi conta circa 4500 militari. Engjellushe Morina, collaboratrice dell’ECFR (European Council on Foreign Relations), asserisce che tale missione è ancora qualcosa di insostituibile per garantire la sicurezza regionale. Secondo lei l’uscita della NATO potrebbe invogliare i separatisti serbi del Kosovo settentrionale e provocare una reazione a catena fra i serbi etnici della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.
“Siamo piuttosto preoccupati dai tentativi di terminare la missione”, dice un quinto funzionario di alto livello della NATO, “perché la situazione nei Balcani settentrionali potrebbe inasprirsi rapidamente”. A nome dell’Alleanza dichiara poi che non vi è alcuna tempistica stabilita sia per la missione in Iraq che per il KFOR. E aggiunge che tali missioni sono definite dalle esigenze che vengono regolarmente riconsiderate e corrette secondo lo sviluppo della situazione. Per il momento non è stata presa alcuna decisione di terminare alcuna di queste operazioni. L’inizio e la fine delle missioni deve essere confermata da tutti e 32 i membri, un processo che viene solitamente accompagnato da trattative e campagne di pressione da parte di vari Stati, non soltanto gli USA.
Basta con gli inviti
Un altro diplomatico dice che gli USA starebbero spingendo gli alleati a non invitare l’Ucraina e altri quattro partner ufficiali della regione indo-pacifica (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Sud Corea) al vertice di luglio ad Ankara. I Paesi possono comunque ricevere un invito agli eventi svolti nell’ambito del summit. Qualche volta viene addotto come argomento il desiderio di diminuire il numero di incontri tenuti in questo formato.
Se gli Stati partner si troveranno al di fuori del summit, allora sarà un segnale che l’interesse principale forse si sta spostando verso le istanze chiave della NATO, dice Oana Lungescu, ex portavoce NATO e collaboratrice del RUSI (Royal United Services Institute). Un rappresentante dell’Alleanza dice che la NATO comunicherà la partecipazione dei partner al summit “a tempo dovuto”. Intanto i collaboratori della NATO hanno proposto quest’anno di non tenere nemmeno il forum pubblico che accompagna l’evento con la partecipazione dei capi di Stato e di governo, esperti della difesa e funzionari statali, che di solito alza il livello di competenze del summit annuale.
Colpa delle troppe spese
Un portavoce dell’Alleanza ha spiegato che la NATO ha deciso di non effettuare quest’anno il forum pubblico, ma di organizzare nell’ambito di esso ad Ankara un forum sull’industria della difesa. Ai governi dei membri sarebbe stato motivato con il risparmio delle risorse oggi limitate. Tuttavia due dei diplomatici interpellati ritengono che un ruolo potrebbe averlo avuto anche la pressione indiretta da parte degli USA nell’ottica della più ampia strategia di Washington per la riduzione dei finanziamenti alle organizzazioni internazionali.
La Lungescu fa anche notare come l’annullamento del forum si inserisca nella “diminuzione dell’importanza del dipartimento della diplomazia pubblica” del segretario generale Mark Rutte, che da quando ha assunto la carica a fine 2024 ha cercato di tagliare e ricostruire tale indirizzo. Ma nel momento in cui per la NATO conterebbe convincere una larga fetta di opinione pubblica sull’utilità di quello che fa e sulla necessità di aumentare le spese per la difesa, tale mossa si può rivelare estremamente dannosa, dice un diplomatico. La NATO deve spiegare ciò che sta succedendo e cosa intende fare, aggiunge.

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