Si sta preparando per l’Europa un’altra crisi del gas, ma Bruxelles minimizza

Si sta preparando per l’Europa un’altra crisi del gas, ma Bruxelles minimizza

23 Febbraio 2026 0

Bollette altissime e cisterne semivuote. Industrie in difficoltà e dipendenza energetica dagli States in aumento. È questo il quadro tratteggiato dagli esperti e dai media tedeschi per le difficoltà che massacrano l’economia continentale. La Commissione Europea minimizza tali problemi e si rifiuta di parlare di “crisi del gas”, ma sfiducia e nervosismo si stanno ormai diffondendo anche ai vertici.

Cisterne semivuote

Come riporta il Berliner Zeitung, le riserve di gas oggi sono al di sotto della media di cinque anni a questa parte. Il livello sembra particolarmente basso proprio in Germania. L’11 febbraio gli industriali europei si sono riuniti ad Anversa per il loro summit annuale e hanno lanciato l’allarme sulla clamorosa perdita di competitività rispetto ai concorrenti degli altri continenti. Jim Ratcliffe, fondatore del gigante britannico della chimica Ineos, riassume la situazione attuale dicendo che “l’equazione economica è diventata impossibile”. L’industria europea è condannata. I numeri parlano chiaro: chiusi 101 siti chimici, persi 75mila posti di lavoro e bruciati 70 miliardi di euro di capacità industriale. Il tutto a causa di un costo dell’energia che è quattro volte maggiore di quello negli USA. Ancora più esplicativa e suggestiva è l’immagine proposta da Georg Zachmann del centro ricerche Bruegel: stiamo viaggiando in autostrada col serbatoio quasi vuoto alla ricerca di un benzinaio.

Troppo tardi per diversificare

Ne è conscio il Commissario europeo per l’energia e le politiche abitative Dan Jørgensen, che definisce la situazione “un campanello d’allarme” che deve farci svegliare. Quindi promette che la UE cercherà alternative per diversificare le fonti di approvvigionamento e diminuire la dipendenza dal gas naturale liquefatto (GNL) americano. Ma se Bruxelles insiste nel recidere in modo ancora più netto le forniture dalla Russia, il rischio di sostituire una dipendenza con un’altra sarà concreto. Lo stesso Zachmann fa notare come oggi un quarto del gas importato in Europa provenga dagli USA. Una quantità comunque ridotta, fa notare l’esperto, che si potrebbe riuscire a prendere da altre fonti.

Ma la situazione non potrà che peggiorare se la UE insisterà col progetto di terminare completamente l’import di gas russo, anche di GNL, entro fine 2027. Ed entro il 2030 basta petrolio russo. Facendo così, però, si permetterà al GNL statunitense di prendersi fino all’80% del mercato europeo. D’altronde è proprio questo l’obiettivo dell’amministrazione repubblicana, che nel suo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale parla precisamente di dominio energetico. L’export di risorse energetico come arma geopolitica: l’accusa che veniva rivolta a Putin ora nessuno a Bruxelles osa pronunciarla verso chi intende apertamente farne uso, cioè Trump.

Da una dipendenza all’altra

La UE canta vittoria quando annuncia l’ennesima limitazione all’acquisto di combustibili fossili russi, ma tace sulla conseguenza rappresentata dalla dipendenza energetica dagli USA. Tale rischio viene evidenziato anche dalla Stratfor, società di analisi americana che dal 2020 fa parte del gruppo RANE. Il centro studi titola infatti “I rischi strategici della svolta dell’Europa verso il GNL americano”. Certo, la relazione della UE con Washington è fondamentalmente diversa da quella che ha con Mosca, ma non è affatto immune dal pericolo di vedere le importazioni energetiche diventare uno strumento di pressione politica e di controllo economico.

Ungheria e Slovacchia non ci stanno

Nel frattempo Ungheria e Slovacchia si ribellano all’imposizione di Bruxelles di rinunciare al gas russo. Il trucco per aggirare il loro veto è stato di formulare il divieto non come sanzione anti-russa, ma come strumento di politica commerciale. Budapest e Bratislava faranno ricorso in sede giudiziaria sostenendo che l’energia è un settore strategico di competenza nazionale, che non può essere danneggiato dalle decisione prese senza unanimità.

I due Paesi stanno anche chiedendo agli ucraini di riaprire il passaggio del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba. Gli argomenti per convincere Kiev sono il veto ungherese sul prestito da 90 miliardi che la Commissione ha promesso a Zelensky e la minaccia slovacca di bloccare le esportazioni di elettricità, indispensabili ora che le infrastrutture ucraine sono allo stremo e i blackout un fenomeno quotidiano. Da parte sua, la Commissione Europea ha detto che non premerà su Kiev per far riprendere il funzionamento del Druzhba, a dispetto delle richieste dei due Stati membri. Anzi, l’Ucraina ha persino promesso di portare la disputa al livello superiore sfruttando i meccanismi legali dell’accordo di associazione con la UE.

 

 

 

Vincenzo Ferrara
VincenzoFerrara

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