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Gli ultimi sviluppi della partita internazionale in Libia, ne parliamo con Alessandro Scipione

Sebbene l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sia concentrata sulla crisi Ucraina, dopo aver evitato una nuova esplosione di violenza sulla capitale Tripoli, in Libia lo stallo politico e lo spettro della divisione continuano ad essere tangibili. Valutiamo gli ultimi sviluppi della partita internazionale nel Paese nordafricano con Alessandro Scipione. Giornalista professionista, lavora dal 2010 per Agenzia Nova, dove coordina il desk Nord Africa e Medio Oriente. 

Infografica – La biografia dell’intervistato Alessandro Scipione

Cosa sta accadendo in Libia, qual è il bilancio di potere sul campo tra Bashagha e Dabaiba?

“È riapparso lo spettro del conflitto armato tra due coalizioni rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdelhamid Dabaiba; dall’altra la nuova compagine governativa (per adesso non riconosciuta dall’Onu) guidata dall’ex ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, appoggiata dall’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. Il primo controlla la Tripolitania, la regione occidentale dove vivono i due terzi dei libici, mentre il secondo ha occupato Bengasi e Sebha, i capoluoghi di Cirenaica e Fezzan, regioni maggiormente ricchi di petrolio. La situazione per ora è relativamente tranquilla, ma altamente instabile”. 

Crede che Dabaiba riuscirà ad arrivare a giugno secondo l’iniziativa da lui proposta?

“Penso che l’iniziativa annunciata da Dabaiba di andare alle elezioni solo parlamentari a giugno sia impossibile da realizzare e sia destinata a fallire. C’è una remota possibilità di andare al voto, sia presidenziale che parlamentare, a settembre: servono però passi indietro e garanzie sia da parte di Dabaiba che di Bashagha. La cosa preoccupante è che al momento non se ne vedono”.

Come vive l’Italia e l’Europa questa situazione?

Apparentemente con distacco. L’attenzione di tutti in questo momento è giustamente concentrata a est, verso l’Ucraina e la Russia. Il problema è il conflitto tra Mosca e Kiev rischia di oscurare le violenze in Libia”.

Cosa ne pensa dei negoziati proposti da Williams tra HCS e HoR? Si tratta di un modo per rafforzare il suo ruolo da mediatrice visto che si avvicina il termine del suo mandato?

“Penso che sia un ultimo, disperato tentativo di risolvere una situazione secondo me ormai difficilmente recuperabile. La Camera dei rappresentanti di Tobruk non ha alcun interesse a partecipare alla mediazione onusiana: Jan Kubis si è fatto prendere in giro da Aguila Saleh per mesi e ora la storia si ripete. Williams ha contro la Russia e quasi tutti i “dinosauri politici” libici. La vedo dura.”

Il Consiglio di Sicurezza dovrà trovare un sostituto da mettere a capo della Missione ONU. È corretto pensare che come i libici non trovano un compromesso su una personalità che possa guidare il Paese allo stesso modo la Comunità Internazionale non riesce a trovare consenso su un nuovo inviato?

“Chi blocca la nomina di un nuovo inviato Onu è prima di tutto Mosca. Ricordo che è stata la Russia a bloccare la nomina del britannico Nicolas Kay al posto del dimissionario Kubis lo scorso dicembre. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha tappato il buco rimettendo in campo Williams per gestire il dopo-elezioni, quando ormai la frittata era fatta”.

Per via del conflitto politico ed un’altra serie di fattori, la Libia non si dimostra affidabile nel garantire una maggiore produzione di energia. Crede possibile una rimozione di Sanallah o Aoun per risolvere questo conflitto interno?

“Sanallah ha le mani legate. Il budget a disposizione della NOC dipende dal governo di Tripoli e se le infrastrutture petrolifere cadono a pezzi lui può farci poco. Inoltre, i proventi delle vendite petroliere vengono depositati sui conti della Banca centrale: è lì che bisognerebbe intervenire per una redistribuzione più equa e trasparente. Aoun ha poteri molti limitati: le società straniere che operano in Libia non parlano con lui, ma con Sanallah. La sua eventuale rimozione sarebbe pertanto irrilevante”.

Dopo le difficoltà europee, anche gli Stati Uniti sembrano avere problemi con l’incognita Libia. Quanto secondo lei questo dipende da fattori interni e quanto invece pesano gli equilibri geopolitici internazionali?

“Come ho detto prima, l’attenzione di tutti in questo momento è giustamente concentrata a est, verso l’Ucraina e la Russia e questo vale anche per gli Stati Uniti. Vedo però un impegno di un certo livello da parte di Richard Norland (che ha il doppio ruolo di ambasciatore a Tripoli e di inviato della Casa Bianca) e di due diplomatici Usa che lavorano sotto il cappello delle Nazioni Unite, ovvero la sottosegretaria Onu Rosemary DiCarlo (che ha preso le redini di Unsmil) e la sopracitata Williams. Sull’azione Usa incide anche la presenza militare russa a sostegno delle forze di Haftar”. 

Tra Bashagha e Dabaiba, Washington da che parte sta? Quali sono le potenze straniere che si sono finora espresse a favore di uno dei due esecutivi?

“Finora il Governo di Stabilità Nazionale (GSN) di Fathi Bashagha ha ricevuto il sostegno formale solo dalla Russia, ma penso che a Mosca se ne siano pentiti subito dopo un tweet di Bashagha molto critico contro l’invasione dell’Ucraina. Egitto e Arabia Saudita hanno apertamente sostenuto le ultime decisioni della Camera dei rappresentanti di Tobruk, pur senza menzionare l’esecutivo Bashagha. Gli Stati Uniti si stanno impegnando in questa mediazione d’intesa con le Nazioni Unite, con il risultato di aver evitato la guerra ma cristallizzato la crisi. La Turchia sembra che sostenga, almeno per ora, Dabaiba in funzione anti-Haftar. Da menzionare la posizione ambigua della Francia, ufficialmente schierata con il fronte del gruppo di Paesi P3+2 (Usa, Francia, Regno Unito, più Germania e Italia) ma sempre pronta a cambiare cavallo. L’Italia, che è tornata a essere primo partner commerciale della Libia nel 2021, ha più interesse di tutti a stabilizzare la situazione: Dabaiba o Bashagha cambia poco, l’importante è che non ci sia la guerra e che il Paese resti unito”.

Molti sembrano preferire attendere, questa mancata presa di posizione non rischia di procrastinare la crisi?

“Si, con il rischio di una partizione de facto del Paese. L’est potrebbe iniziare a esportare petrolio in autonomia, ma non è ancora chiaro quale sarebbe la reazione della Comunità internazionale. A giugno scadrà la roadmap del Foro di dialogo politico libico e allo stato attuale nessuno sa cosa può accadere. Saleh potrebbe autoproclamarsi presidente, dichiarando decaduto il capo del Consiglio presidenziale Mohamed Menfi. Le prossime settimane saranno decisive”.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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