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Gennady Gatilov: gli USA sono il maggior debitore dell’ONU

Gennady Gatilov, rappresentante permanente della Federazione Russa presso le Organizzazioni internazionali con sede a Ginevra, parla della posizione russa al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), dei partner alla Conferenza per il disarmo (CD) e del conflitto dei visti con gli Stati Uniti.

Sul lavoro del Comitato costituzionale per la Siria non influisce in alcun modo l’aggravarsi della situazione a Idlib. Gatilov lo ha spiegato in un’intervista a  “Izvestia”, sottolineando che l’escalation è stata un effetto diretto delle provocazioni dei terroristi. Il diplomatico ha anche elencato i temi che la Russia porta alla sessione del Consiglio per i diritti umani (UNHRC), ha raccontato di come Mosca valuti le prospettive di una conciliazione in Libia e di quanto gli Stati Uniti non paghino le loro quote di bilancio dell’ONU.

Biografia – Gennady Gatilov

– Il 24 febbraio a Ginevra si è aperta la 43esima sessione del Consiglio ONU per i diritti dell’uomo. Come valuta Mosca l’importanza di questa piattaforma per la difesa dei diritti umani e in che cosa essa si distingue dagli altri forum dedicati a questo tema?

– Noi diamo effettivamente una grande importanza al lavoro del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani e possiamo dire di dimostrarlo con l’arrivo a Ginevra del capo del Ministero degli Esteri Sergey Lavrov per un intervento alla seduta plenaria dell’UNHRC. Il Consiglio è una piazza che rappresenta un’occasione unica di scambio di esperienze nell’ambito dei diritti umani ed è strutturato in modo tale che si possano discutere le questioni più spinose su un piano di parità e di rispetto.

Purtroppo nell’attività del Consiglio vi sono non poche imperfezioni, che riguardano i tentativi di politicizzazione, di diffamazione di alcuni Stati in particolare, di attribuzione al Consiglio di funzioni accusatorie o giudiziarie. Tutto questo è inaccettabile. E non serve andare troppo lontano per avere degli esempi: possiamo citare il rapporto che verso la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, il Myanmar e tutta una serie di Paesi hanno gli Stati occidentali con a capo gli USA, i quali pur essendo usciti dal Consiglio, continuano comunque ad esercitarvi questa influenza tramite i loro alleati.

Il compito principale dell’UNHRC è di supervisionare periodicamente a livello globale la situazione nella sfera della difesa dei diritti umani e di dare raccomandazioni per il miglioramente di essa: questo è ciò che deve contraddistinguere la sua attività. In sostanza, la sua dimensione consiste nel dialogo di eguali fra eguali. Al momento attuale è il meccanismo più efficace di controllo internazionale e di cooperazione nell’ambito dei diritti dell’uomo.

– Conformemente alle rispettive quote, 47 seggi del Consiglio sono occupati da Paesi di diverse aree. Oggi la Russia non fa parte dell’UNHRC. I Paesi che non sono stati scelti rimangono fuori dai giochi?

– Una caratterstica specifica dell’UNHRC è che tutti i Paesi hanno un determinato periodo di pausa dalla loro partecipazione all’organo. Adesso la pausa tocca alla Russia, ma abbiamo già iniziato un’attiva campagna di promozione della nostra candidatura alle prossime elezioni, che si terranno in autunno nell’Assemblea generale della Nazioni Unite. Stiamo lavorando alacremente per tornare a far parte del Consiglio. Anche se formalmente ne siamo fuori, ciò non significa che non abbiamo la possibilità di operare intensamente; è vero, le delegazioni e gli Stati osservatori non votano e non partecipano ad alcuni specifici formati, ma il lavoro essenziale – la definizione dei testi delle deliberazioni, il coinvolgimento nei dibattiti – resta allo stesso livello. In base alla mia personale esperienza posso solo dire che durante il periodo di pausa non abbiamo assolutamente diminuito il ritmo, ma abbiamo aumentato i giri.

– Quali sono le questioni che nell’ambito dell’UNHRC la Russia ritiene maggiormente critiche?

– Anzitutto si tratta degli approcci tradizionali alla lotta contro i tentativi di glorificazione del nazismo e di revisione dei risultati della Seconda Guerra mondiale. Per noi sono temi molto importanti che solleviamo costantemente presso il Consiglio. Nelle nostre priorità all’UNHRC vi sono anche i temi del diritto di utilizzare la propria lingua natale, la mancanza di cittadinanza e le violazioni dei diritti umani in tutta una serie di Paesi, tra cui le Repubbliche baltiche e l’Ucraina.

– A Ginevra si sta svolgendo la Conferenza per il disarmo (CD). Una delle questioni cruciali è rappresentata dai rapporti russo-americani in questo settore. Nell’estate del 2019 a Ginevra si erano tenute consultazioni bilaterali sulla problematica del disarmo, mentre i successivi contatti si sono avuti a Vienna dopo sei mesi. Nell’ambito della Conferenza si sta valutando la possibilità di una rottura degli accordi bilaterali?

– Una caratteristica della CD è che nel suo mandato rientra la valutazione di questioni legate al mantenimento della stabilità strategica, all’interruzione della corsa agli armamenti nucleari, alla prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio e a tutta una serie di problemi immediati: tutti questi punti riguardano in un modo o nell’altro le relazioni russo-americane. Tra le nostre rispettive delegazioni si svolge regolarmente in questo forum uno scambio di opinioni, anche se quest’ultime sotto molti aspetti non coincidono.

Lo scorso anno abbiamo sollevato molto attivamente questioni come il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato INF, abbiamo parlato delle prospettive dell’estensione del New START, del destino del Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT), ci siamo interessati ai piani militari americani per lo spazio. Noi utilizziamo questa piattaforma per chiarire presso la comunità internazionale la nostra posizione e l’assoluta futilità dell’approccio degli Stati Uniti.

Diamo particolare importanza agli incontri tra Federazione Russa e Stati Uniti per il controllo degli armamenti. Recentemente, durante un colloquio con il Segretario di Stato Mike Pompeo a Monaco, il nostro Ministro ha detto che da parte degli alleati americani stanno giungendo segnali che danno speranza. Vogliamo quindi essere fiduciosi che i contatti continueranno.

– E come reagiscono gli altri Paesi ai chiarimenti da parte russa?

– Gli americani hanno alleati e partner che li sostengono in tutto. Ci sono delegazioni che raccontano con rammarico di come tra Russia e USA nella sfera del disarmo si sia venuta a creare una situazione non costruttiva. Alcuni Paesi sono costretti a prendere una posizione che non coincide pienamente coi propri interessi nazionali: cioè intendo dire che su di essi vi è una pressione politica. È una condizione caratteristica per l’attuale piattaforma della CD.

Purtroppo questo organo non ha funzionato finora a pieno regime, in buona parte perché i nostri partner americani hanno cercato di politicizzare la piattaforma: ma ciò non corrisponde in nessuno modo al mandato della CD, la quale deve invece occuparsi di questioni concrete riguardanti il disarmo e produrre accordi e convenzioni, ma ahimè, adesso, alla Conferenza questo non lo si sta facendo.

– Già da quattro anni Washington si ritira dagli accordi internazionali. Crede che possa essere in dubbio anche la partecipazione alla CD?

– Comunque si mettano le cose, la Conferenza del disarmo è un importante strumento per gli Stati Uniti per realizzare la propria politica estera. Gli USA cercano di promuovere la loro visione e il loro approccio e di mobilitare i loro alleati: difficilmente quindi uscirebbero dalla Conferenza.

– Mosca fa fronte comune con Pechino in particolare sul tema del non-dispiegamento di armi nello Spazio. Anche altri Stati condividono la posizione russa?

– Abbiamo intensi contatti con un intero gruppo di Paesi, che per la maggior parte la vede come noi: si tratta certamente della Cina, ma abbiamo molto in comune anche con l’Iran, con il Pakistan e con alcuni Paesi latinoamericani. Ci sono poi i nostri amici e alleati più stretti: la Bielorussia e gli altri Paesi CSI.

– A Gineva opera attivamente il Comitato costituzionale per la Siria, partito con l’appoggio dei garanti del “formato di Astana”: Russia, Turchia e Iran. Quanto incide sul lavoro del Comitato l’acuirsi della situazione a Idlib?

– La situazione a Idlib è effettivamente molto seria e viene discussa a livelli diversi. Però noi non vediamo un nesso tra il processo politico e le condizioni di questa provincia, come invece tentano di presentare alcuni dei nostri partner, affermando come non vi possa essere alcun processo politico finché il problema di Idlib non verrà risolto. Noi riteniamo non sia corretto impostare il percorso costituzionale in funzione delle dinamiche “sul terreno”, tanto più che l’acuirsi della crisi a Idlib è una conseguenza diretta delle provocazioni dei terroristi.

Le Forze armate siriane, col sostegno delle Forze aerospaziali russe, rispondono al fuoco sparato dai terroristi ogni giorno, perseguendo l’obiettivo di eliminare la minaccia che rappresentano per la popolazione civile. Infatti in Siria l’operazione antiterrorismo viene portata avanti dal legittimo governo e non viola le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU o di altri accordi. Perciò la lotta al terrorismo proseguirà senz’altro.

Coloro che speculano su questo tema, minacciando di far saltare il processo politico, in quanto Damasco tiene il controllo sul suo proprio territorio, probabilmente non sono molto interessati a che il Comitato costituzionale abbia successo.

– Ginevra è diventata il luogo della pacificazione di un altro conflitto prolungato, quello in Libia. A differenza che nella Repubblica Araba di Siria, la situazione intorno a questo Paese si sta evolvendo negli ultimi tempi molto più rapidamente: il 19 gennaio si è tenuta la conferenza di Berlino, mentre il 26 febbraio vi sono stati incontri politici a Ginevra. Vi sono buone chance di riuscita, contando che le trattative nel formato “5+5” si sono svolte di fatto in stanze diverse?

– Effettivamente sì, ma io non sarei così ottimista riguardo le prospettive di una pacificazione libica. Vi è stata la conferenza di Berlino e sono stati approntati determinati sforzi a livello diplomatico, che hanno permesso di aprire prospettive alla realizzazione delle decisioni contenute nel documento finale del forum berlinese. È stato creato un comitato militare congiunto per il dialogo inter-libico, che si è riunito la settimana scorsa a Ginevra. Sono certamente passi in avanti positivi, ma si tratta soltanto dell’inizio di un percorso lungo e difficile.

Durante i colloqui è importante raggiungere risultati concreti per quanto riguarda il regime del cessate-il-fuoco, affinché esso assuma carattere stabile. Comprendiamo perfettamente la difficoltà della missione dell’intermediario tra le delegazioni libiche, il rappresentante speciale ONU signor Ghassan Salamé: ancora adesso il livello di fiducia tra i libici non è alto.

Vogliamo comunque sperare in un esito positivo e nella continuazione del dialogo politico. Da parte nostra, proseguiamo l’intenso lavoro con le controparti libiche per il raggiungimento di un cessate-il-fuoco stabile e per la formulazione di misure per una de-escalation duratura e l’avvio di un processo politico.

– La Russia si è astenuta nella votazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sugli esiti della conferenza di Berlino. Vasily Nebenzya, il rappresentante permanente della Federazione Russa presso l’ONU, ha detto che Mosca è delusa da tali esiti perché gli stessi libici non sono pronti ad attuarla. Perché la Russia si è astenuta, se su questo documento si sono espressi persino a Tripoli?

– Noi abbiamo parlato fin dall’inizio della totale futilità di una frettolosa approvazione di questo documento. L’obiettivo non consisteva nel prendere una decisione tanto per prenderla, ma era invece di gran lunga più importante ottenere un chiaro consenso dalle parti antagoniste sullo schema di conciliazione a loro proposto. Ma questo finora non vi è stato. Al momento non vi è alcun meccanismo di controllo sul regime del cessate-il-fuoco e non c’era nemmeno quando la risoluzione è stata approvata, ecco da cosa è stata motivata la nostra decisione di astenerci. Sarà molto dura contare su un’attuazione facile della risoluzione confermata dal Consiglio di Sicurezza. Noi non abbiamo in nessun modo bloccato la decisione, ma non potevamo non spiegare il motivo per cui la ritenevamo prematura.

– Sull’argomento Nazioni Unite ci sarebbe anche da dire a proposito della lunga storia riguardante la mancata concessione dei visti, con la quale si è confrontata non soltanto la delegazione russa. È stata avanzata l’ipotesi di spostare alcune sedute da New York: c’è la possibilità che la prossima Assemblea Generale si svolga non negli USA, ma ad esempio al Palazzo delle Nazioni?

– Purtroppo la questione dei visti, e più in generale dell’adempimento da parte degli USA dei propri obblighi di Paese ospitante, con riguardo alla residenza ONU, continua a peggiorare. Noi rinveniamo in questo tentativo di Washington un modo semplice per fare pressione sugli Stati. E non riguarda soltanto la Russia, ma anche il Venezuela, l’Iran, Cuba, la Corea del Nord e altri Paesi sono sottoposti a queste limitazioni. Ne consegue che l’America non permette ai Paesi a lei “scomodi” di esercitare in modo pieno il proprio diritto a partecipare alle attività di un’organizzazione mondiale: è una violazione grave e diretta dei principi e delle basi del funzionamento dell’ONU. Abbiamo sollevato ufficialmente la questione più volte durante le sessioni dell’organizzazione, la solleviamo davanti ai vertici dell’ONU e speriamo di riuscire a spingere gli Stati Uniti a ricominciare ad adempiere ai loro obblighi ufficiali confermemente agli accordi del 1947.

Abbiamo proposto il tema dello spostamento di alcuni organi specifici dell’ONU da New York ad altri luoghi alternativi. Nonostante finora non sia stata presa alcuna decisione a questo proposito, vediamo già come la maggioranza degli Stati comprenda i nostri reclami e le nostre preoccupazioni.

Il trasloco del quartier generale e lo svolgimento dell’Assemblea Generale al di fuori degli USA non appare al momento possibile per tutta una serie di ragioni organizzative e di budget, tuttavia sarebbe perfettamente plausibile trasferire le attività, ad esempio, di uno degli organi, come la Commissione ONU per il disarmo o il Primo comitato dell’Assemblea Generale per il disarmo, a Vienna o a Givevra, dove l’ambiente è più adatto. Riteniamo questa opzione pienamente attuabile.

– Lo spostamento del quartier generale è chiaramente qualcosa di molto costoso. Non potrebbe essere che una delle cause per le quali molti Paesi non siano pronti al trasferimento sia il fatto che gli USA, essendo il maggior contribuente dell’organizzazione, si possano rifiutare di finanziare l’ONU in caso di trasloco?

– Come ho già detto, qui vi è tutta una serie di ragioni, ma per quanto riguarda i contributi americani, non dobbiamo dimenticare che gli Stati Uniti sono il maggior debitore dell’ONU. Infatti non hanno pagato le quote per un corrispettivo di più di 1 miliardo di dollari, fatto da cui conseguono le grosse difficoltà che l’Organizzazione patisce nell’espletamento delle sue attività quotidiane di svolgimento di eventi etc. Tutto ciò complica significativamente il lavoro dell’Organizzazione e avviene principalmente perché gli USA non adempiono ai loro obblighi finanziari.

– Nell’arco di quanto tempo si è accumulato un tale debito?

– Il debito è andato accumulandosi per anni. Non è stata soltanto la politica dell’attuale amministrazione, ma anche di quella precedente, ed è stata portata avanti in modo costante: il pagamento delle quote è stato regolarmente disatteso.

– Ad aprile 2020 si festeggeranno i 75 anni della fondanzione dell’ONU. Dopo tutto questo tempo, l’Organizzazione ha perso la sua rilevanza, se vediamo che molte questioni vengono risolte direttamente tra loro dagli Stati?

– È un tema di cui si discute da decenni. Dal momento stesso della creazione dell’ONU si dice che questa organizzazione sia poco efficace e che vada riformata. A un certo livello probabilmente queste frasi sono giustificate, ma bisogna considerare che i rapporti internazionali oggi stanno vivendo una fase storica estremamente complicata e contraddittoria.

È chiaro come vi siano due tendenze che vanno in direzioni differenti: da un parte si rafforza il policentrismo e si formano nuove forze di influenza economica, dall’altra invece si osserva il desiderio da parte di una serie di Stati occidentali di conservare il proprio particolare status di leader mondiali autoproclamati. Quest’ultima tendenza già non rispecchia più la realtà attuale: i tentativi di rallentare la formazione di un mondo multipolare sono evidenti. E al posto di un lavoro collettivo di membri paritari, vengono creati formati riservati, vengono prese privatamente in circoli chiusi le decisioni che poi sono annunaciate come accordi multilaterali, e così via.

Sostanzialmente viene confermato il cosiddetto ordine basato sulle regole, ma esso è accompagnato da tentativi di privatizzazione delle segreterie delle organizzazioni internazionali e di usarle per spingere avanti idee prive di consenso generale, aggirando i meccanismi universali per i propri scopi politici. L’ultimo esempio è rappresentato dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, dove tutto ciò è lampante.

È un danno alla cultura del dialogo supportato dal reciproco rispetto, che finisce per aumentare la disgregazione della comunità internazionale. Tutti siamo convinti che, nonostante queste dure prove, il sistema centrato sulle Nazioni Unite è ancora oggi necessario e dispone di una grande riserva di forza. Rispettando lo Statuto dell’Organizzazione, è possibile fare affidamento con tutta certezza sul proseguimento di un pacifico sviluppo dell’umanità attraverso la ricerca di un equilibrio tra interessi opposti. È ciò verso cui dobbiamo tendere, agendo su fondamenti deideologizzati. L’ONU continua ad essere popolare e ha un futuro di fronte a sé.

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Corrispondente internazionale del quotidiano russo Izvestia

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