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Generale Bertolini: “Come qualunque osservatore obiettivo poteva capire fin dall’inizio delle ostilità, i russi stanno vincendo. NATO ha creato in ucraina il suo Afghanistan”

Nell’ultimo mese più di qualche cosa scricchiola nell’unità occidentale. Da più settimane la Germania tiene fermo il pacchetto da 9 miliardi di euro di aiuti che rappresenterebbe la principale forma di sostegno dell’Unione europea all’Ucraina. Un boicottaggio silenzioso che avrebbe convinto ieri Volodymyr Zelensky a rimuovere improvvisamente l’ambasciatore ucraino a Berlino Andryi Melnyk. A preoccupare Kiev vi è anche la decisione di Berlino di violare le sanzioni per acquistare una turbina made in Russia indispensabile per mantenere i flussi di gas da Mosca alla Germania e la decisione di bacchettare la Lituania per lo stop agli approvvigionamenti verso l’enclave di Kaliningrad da parte della Russia, affermando che viola il diritto civile e internazionale. Tre segnali che chiariscono come stia emergendo, sempre più forte, il malessere dell’azionista di maggioranza dell’Unione Europea verso un conflitto per procura voluto, secondo sempre più analisti, nell’interesse e per conto principalmente degli Stati Uniti e a tutto svantaggio del vecchio continente. Anche dal punto di vista bellico se prima tutti i leader del fronte Occidentale davano per possibile e imminente la vittoria dell’Ucraina, ora hanno ridimensionato l’ottimismo e anzi dalla Gran Bretagna fino agli Stati Uniti iniziano a preconizzare l’impossibilità per Kiev di riconquistare i territori ormai passati sotto il controllo delle truppe russe. In questo contesto abbiamo deciso di interpellare il generale Marco Bertolini, ex comandante del Comando Operativo Interforze e della Brigate Folgore. Un impegno in primo piano nelle guerre in Libano, in Somalia, in Bosnia. 

Infografica – La biografia dell’intervistato, il Generale Marco Bertolini

– Come legge in base alla Sua esperienza l’attuale situazione sul campo in Ucraina?

– Rispetto a una situazione inusuale come questa, l’esperienza che posso avere io o un qualsiasi altro ufficiale di un esercito occidentale ha poco che a fare. Nessuno di noi, infatti, si è mai trovato a fronteggiare una guerra di tipo classico come quella che si sta svolgendo oggi fra Russia e Ucraina: guerra “classica” perché simmetrica, fra due eserciti dello stesso genere, anche se uno è più forte dell’altro, aventi dottrine analoghe e armamenti micidiali. Dunque, per questo conflitto vale ciò che abbiamo studiato in accademia, alla scuola di guerra, perché le dinamiche ricalcano quelle della Seconda guerra mondiale. Fatta questa premessa bisogna dire che, come qualunque altro osservatore obiettivo poteva capire fin dall’inizio delle ostilità, i russi stanno vincendo. I russi hanno sempre sviluppato il loro sforzo offensivo principale nel Donbass, mentre la puntata su Kiev aveva forse una finalità più politica che militare: forse credevano che vi sarebbe stato un cambio di regime sotto la pressione della minaccia della loro avanzata, ma non è accaduto. Dal punto di vista militare, lo sforzo russo si è concentrato nella parte orientale dell’Ucraina e ha ottenuto dei risultati notevoli. Adesso l’oblast’ di Lugansk è ormai pressoché interamente in mano russa ed è stata assorbita dalla LNR (Repubblica Popolare di Lugansk), mentre l’oblast’ di Donetsk è ancora da conquistare definitivamente, ma la progressione russa, seppur lenta, è sistematica e direi inarrestabile. Anche la zona di Cherson è sotto controllo, mentre l’aver congiunto a livello tattico e terrestre la Crimea con il Donbass darà luogo a un dato di fatto incontrovertibile, dal quale non si tornerà indietro: a meno di un cataclisma militare, Mariupol rimarrà dentro la sfera russa. Stanno proseguendo nella loro operazione speciale nella regione di Donetsk, che una volta conclusa dovrebbe consentire a Mosca di affermare il raggiungimento dei propri obiettivi militari, in parole povere di aver vinto la guerra. Purtroppo per i russi, tuttavia, per consolidare questa vittoria sarà necessario un accordo politico, che non potrà prescindere da un negozio. Ma nessuno lo vuole questo negoziato: non vogliono in particolare gli americani, che sono i veri competitor dei russi in questo conflitto. Infatti gli Stati Uniti stanno davvero combattendo contro la Federazione Russa e non hanno interesse a interrompere le ostilità con un negoziato. Dunque i russi, pur vincendo sul campo (e per il momento non c’è dubbio che vinceranno), avranno bisogno della sanzione negoziale per ciò che hanno ottenuto: altrimenti la guerra andrà avanti.

Credo però che i russi non abbiano interesse a una guerra infinita. La vorrebbero chiudere, ma in mancanza di un negoziato temo saranno costretti ad andare avanti. E saranno costretti ad andare avanti anche perché gli ucraini, con l’appoggio che stanno ricevendo da parte dell’Occidente in termini di armi e di sanzioni, avranno sempre l’illusione di poter vincere sul campo. L’Ucraina al tempo stesso è sotto “ricatto” (si prenda questo termine col beneficio di inventario) da parte delle circostanze stesse: se infatti a Kiev decidessero di negoziare e venisse loro tolto tutto il supporto che hanno adesso – compreso tutto ciò che si sta raccontando a proposito della ricostruzione del Paese – si ritroverebbero con un altro enorme problema interno. Sul teatro ucraino si è capito come si svilupperanno le cose, salvo modifiche grosse a livello politico, come ad esempio un cambiamento dell’atteggiamento americano nel caso in cui in autunno i democratici perdano il controllo del Congresso a seguito delle elezioni di midterm. Si sta andando dunque verso una “afghanizzazione” dell’Ucraina: una parte del Paese sotto controllo russo e un’altra parte che rimane strettamente ucraina, con Kiev che continua ad opporsi all’invasione con gli aiuti che vengono dati l’Occidente e con la Russia che prosegue nel conflitto perché le controparti non vogliono sedersi al tavolo dei negoziati. Avremo così questo “Afghanistan europeo” che personalmente mi preoccupa molto, specie nel momento in cui penso a quanto è durata la guerra nell’Afghanistan vero, dal 1979 fino alla recente uscita della NATO.

– I russi hanno davvero la forza di continuare la guerra, magari arrivando a prendere Odessa e Dnipro?

– Sì, sembrerebbe che i russi abbiano i mezzi per preseguire questa guerra. Non sappiamo esattamente quali siano le loro forze, ma molti commentatori occidentali due o tre mesi fa dicevano che si sarebbero fermati presto per mancanza di risorse, e invece sono andati avanti senza interruzioni. Credo che né Odessa né Dnipro fossero tra gli obiettivi iniziali. Forse Odessa poteva essere la moneta di scambio da offrire agli ucraini per tenersi Mariupol, il Donbass e la Crimea e contemporaneamente concedere a Kiev un vitale sbocco sul mare. Finora Odessa non è mai stata minacciata seriamente, se togliamo qualche intervento missilistico piuttosto limitato; le navi hanno pendolato di fronte al suo porto senza mai accingersi a un’azione risolutiva, ad esempio un sbarco, per il quale comunque i russi non avevano disposto in mare i mezzi che sarebbero serviti. Se la guerra continuasse ancora, però, Odessa potrebbe venire riconsiderata come obiettivo, così come la Transnistria, altra possibile moneta di scambio da usare come alternativa al tavolo negoziale. Lo stesso discorso vale per Dnipro, città situata sulle rive del fiume Dnepr e che rappresenta un po’ il centro del Paese: non credo che i russi avessero l’intenzione di conquistarla così come non avevano l’intenzione di prendere tutta l’Ucraina. Tentare di dare la spallata per provocare un cambio di regime a Kiev, quello forse sì, ma non certo il piano di occupazione dell’intero Paese, che richiederebbe almeno cinque volte tanto la quantità di forze messe in campo finora. 

Più la guerra va avanti, più entrano in gioco su entrambi i fronti altri elementi di carattere psicologico e motivazionale; quasi di resa dei conti verso la propria opinione pubblica, in cui diventa più difficile decidere di fermarsi e negoziare, se non dopo una débâcle militare. Ripeto, ciò vale per entrambe le parti ed è uno dei motivi per i quali questa guerra andava fermata tempo fa. Poiché si tratta di un conflitto fra due Paesi europei per una disputa territoriale (come ve ne sono state tantissime nella storia del continente), possiamo dire che l’Europa ha mancato alla sua missione principale. E invece abbiamo chiuso i ponti con una parte in causa, arrivando a fare degli sgarbi diplomatici di una gravità mai vista (andarsene dall’aula mentre parla il Ministro degli Esteri russo, negare la partecipazione agli atleti paralimpici, etc.) che incidono da un punto di vista psicologico su quanto sta accadendo. Pensiamo a questo: se si mettesse fine alla guerra per via negoziale, come potrebbe poi un ministro o un presidente russo recarsi a trattare nella capitale di un Paese i cui politici lo hanno etichettato con epiteti infamanti? Si è innescato un processo di demonizzazione dell’avversario che ha costretto i diplomatici europei a usare parole sempre peggiori. Voglio credere si sia trattato solo di un incredibile errore, e non di qualcosa di voluto e pianificato.

– Come ne esce da questo conflitto il ruolo della NATO?

– La NATO si è di fatto sostituita all’Unione Europea. Fino a qualche tempo fa si parlava di esercito europeo, che a mio parere era un’illusione. Un esercito è infatti uno strumento essenzialmente di politica estera, ma l’Unione Europea non ha una politica estera comune: basti vedere come è stata affrontata la crisi dei migranti oppure la guerra in Libia, fatta dagli Stati Uniti insieme a due Paesi UE, Francia e Gran Bretagna (all’epoca ancora membro dell’Unione) contro gli interessi di un altro Paese UE, proprio l’Italia. Oggi ciò che esercita effettivamente le funzioni di un esercito europeo è la NATO, ma è composta anche da potenze non europee come USA e Canada oltre all’ex membro che è il Regno Unito. L’Unione Europea ha a sua volta fatto sue tutte le parole d’ordine e gli appelli odierni della NATO, che così si è assicurata un prolungamento della propria esistenza dopo gli anni in cui si discuteva di scioglierla. Una volta sparito lo storico nemico costituito dal Patto di Varsavia, a giustificare l’operatività della NATO vi è stato il peacekeeping, le operazioni di pace con cui di fatto (senza dichiararlo apertamente) si cercava di esportare il nostro sistema politico. Oggi è scesa questa piccola e pericolosa nuova cortina di ferro che dà linfa al rinnovamento della NATO. Il lato positivo di tutto ciò è che persino nei Paesi dell’Alleanza meno importanti, come l’Italia, si è capito che lo strumento militare è imprescindibile pure nel terzo millennio. Noi italiani lo abbiamo trascurato per decenni, convinti ormai di essere alla “fine della storia”, come diceva Francis Fukuyama: e invece la storia è in cammino, come vediamo in questi giorni. Dunque anche in Italia, dove ci si è sempre distinti per un particolare anti-militarismo, forse si è capito i militari servono.

– Se oggi fossero stati ancora in carica certi vecchi leader europei, Merkel e Schröder su tutti, si sarebbe arrivati lo stesso allo scontro armato con la Russia oppure avrebbe prevalso la strada della mediazione?

– Sono convinto che si sarebbe passati per la via della mediazione. Lei ha nominato Angela Merkel e Gerhard Schröder, che erano politici di uno spessore completamente diverso dai leader attuali. Anche in Italia abbiamo avuto esponenti diplomatici e di politica estera di grande livello, pur non essendo mai stati particolarmente assertivi, ma eccellenti nella mediazione (forse grazie alla presenza sul nostro territorio della Santa Sede). In Italia avevamo rappresentanti politici che oltre ad aver studiato il greco e il latino conoscevano bene la storia e avevano il senso della Stato e un’idea del ruolo che l’Italia è chiamata a ricoprire nel mondo. Oggi non abbiamo più personaggi di questa caratura: la precedente classe politica, pur con tutti i suoi difetti, è stata totalmente sradicata e adesso navighiamo a vista in un mare estremamente turbolento.

– L’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO determinerà un’acuirsi della crisi con la Russia? Avremo un mondo più sicuro dopo le relative concessioni fatte alla Turchia e gli accordi petroliferi con quegli Stati che fino a qualche tempo prima erano etichettati come “canaglie” e nemici dei diritti umani?

– L’entrata di Svezia e Finlandia rappresenta – a mio personale parere – un problema. Erano Paesi neutrali: dopo la Seconda guerra mondiale il loro status era la garanzia di un cuscinetto che evitasse il contatto fra URSS e Occidente. Penso che Stoccoloma ed Helsinki abbiano anche costruito parte delle loro fortune proprio su tale neutralità. Il fatto che recentemente e improvvisamente abbiano espresso il desiderio di aderire alla NATO mi pare curioso, dal momento che non sono state minacciate da nessuno. In compenso, con il loro ingresso nell’Alleanza finiscono per riproporre in versione peggiorata la situazione del Mar Nero. La Federazione Russa non può permettersi di lasciare la Crimea, obiettivo vitale perché consente il controllo del porto di Sebastopoli, dal quale la sua flotta può operare nel Mediterraneo. Vorrei fare una precisazione: questo genere di necessità strategiche non derivano dalle decisioni contigenti di Putin, né tanto meno dalla sua “follia” o da altre problematiche che certa stampa attribuisce alla sua persona. Questo è un errore di valutazione che vediamo fare troppo spesso. Sono invece punti connaturati alla storia, alla geografica e agli interessi della Federazione Russa, indipendentemente da chi lo guida in quel momento: nessun presidente russo potrebbe accettare passivamente di perdere l’operatività della flotta del Mar Nero e nel Mediterraneo. Ora nel mar Baltico si va delineando uno scenario pericolosamente simile. La flotta russa si basa a San Pietroburgo e ha un’altra possibilità di attracco nell’exclave di Kaliningrad, incastonata fra Paesi NATO che sono particolarmente ostili nei confronti della Russia, cioè la Polonia e la Lituania. Una volta che anche la costa settentrionale, formata appunto da Svezia e Finlandia, passasse sotto il controllo NATO, il Baltico si trasformerebbe in un “lago” dell’Alleanza Atlantica in cui qualunque movimento di un’imbarcazione militare russa sarebbe verificato e sottoposto ad autorizzazione. Credo che i russi non vogliano accettare una condizione del genere. Dunque siamo di fronte a una causa per ulteriori problemi.

La Turchia è un Paese grande e dal respiro internazionale, che esprime la sua potenza militare in Siria, nella quale controlla una zona a nord, in Libia a supporto del governo di Tripoli, e in Azerbaijan, che ha aiutato a non essere sconfitto dall’Armenia nel recente conflitto. In questi tre luoghi è presente anche la Russia, ma nel fronte opposto: Mosca infatti in Siria appoggia Assad e in Libia Haftar, e nel Caucaso sostiene gli armeni. Cionostante, fra Ankara e Mosca i rapporti sono buoni e regolari e fanno affari persino in ambito militare ed energetico, con grande scorno degli americani. Nella questione dei Paesi scandinavi, la Turchia ha giocato le sue carte in maniera molto disinvolta ed è riuscita a far togliere l’appoggio americano ai curdi in cambio del placet per Finlandia e Svezia. Questa manovra così spregiudicata ha però incrinato la capacità negoziale che Ankara si era ritagliata nella crisi ucraina, comunque nel complesso ne esce rafforzata. L’approccio è simile a quello della Francia, anch’essa membro NATO ma non appiattita sulle posizioni comuni, bensì sempre portatrice in prima istanza dei suoi interessi. Sarebbe bello se l’Italia avesse un atteggiamento del genere e riuscisse a far confluire gli sforzi della NATO sui problemi del fronte sud: invece oggi tutte le risorse e le attenzioni dell’Alleanza si rivolgono al fronte est.

– La NATO continuerà a dare armi e a far proseguire il conflitto in Ucraina?

– La NATO fa quello che decide il membro leader, cioè gli USA. Credo comunque che vi sia nei confronti della guerra una differenza di approccio fra i membri estremo-occidentali (Stati Uniti, Canada, Regno Unito) e quelli continentali. Questi ultimi sanno che un’eventuale escalation si scaricherebbe sul loro territorio, perciò non sono entusiasti di una prospettiva del genere, che invece spaventa di meno la Gran Bretagna e il Nord America. La NATO continuerà ad eseguire il disegno dell’amministrazione democratica di Washington, che dopo la pausa del quadriennio di Trump, ha ripreso con Biden esattamente da dove aveva lasciato Obama. Vediamo però se cambierà qualcosa a Washington dopo le elezioni di midterm.

– Certe posizioni della Russia, come Lei spiegava prima, derivano dalle caratteristiche stesse dei suoi interessi e non dalle decisioni di chi la governa oggi. Allora è possibile che le posizioni americane dipendano più dall’attuale ammistrazione dei Democratici che non dalla natura degli USA?

– Di solito la posizione americana è coerente e non dipende dal partito che comanda in quel momento. Oggi però la contrapposizione con la Russia è qualcosa di voluto fortemente dai Democratici, non dai Repubblicani, o meglio più voluto da Biden che  da Trump. Infatti bisogna distinguere fra il Partito Repubblicano e Donald Trump, che non venne appoggiato da Bush nelle elezioni del 2016. L’élite militare nel 2020 appoggiò Biden. Da presidente, Trump aveva provato a ritirare le unità dalla Siria, ma ha poi dovuto modificare gli ordini, forse su pressione dello Stato profondo americano. Trump non voleva per l’America il ruolo di “gendarme del mondo” e probabilmente non voleva nemmeno la contrapposizione con la Russia. Ma non dobbiamo personalizzare troppo certe idee, perché pure certe decisioni dello stesso Biden incarnano solo la visione del suo partito, non necessariamente le sue idee. Comunque sussiste una fondamentale differenza di approccio fra Democratici e Repubblicani e lo si è visto anche per altri temi molto divisivi, ad esempio l’aborto.

– L’uscita di scena di Boris Johnson indebolisce l’asse fra Regno Unito, USA e Canada?

– Penso di sì, ma è troppo presto per dirlo. Generalmente i Paesi anglosassoni hanno una continuità invidiabile in politica estera. Londra fra parte dell’alleanza dei “Five Eyes” (UK, USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda), potenze anglosassoni insulari e navali le quali, a prescindere da chi le regge, vedono con preoccupazione la possibilità che sorga una grande potenza continentale che si estenda dall’Atlantico al Pacifico. Quindi le dimissioni di Johnson non influiranno sul grande disegno. Nell’immediato, però, potrebbe esservi qualche spostamento, ma è ancora presto. Non voglio azzardare pronostici.

– Il fatto che il governo di Kiev abbia armato i civili potrebbe essere configurato come crimine di guerra una volta terminato il conflitto?

– L’aver dato armi ai cittadini è una questione molto delicata. I civili non si configurano come legittimi combattenti. Nemmeno i mercenari lo sono, a meno che non vestano un’uniforme, siano inquadrato nelle unità regolari dell’esercito ucraino e rispondano a una catena di comando. Non essendo legittimi combattenti, non sono protetti dalle Convenzioni di Ginevra e dell’Aia. Quindi, dire ai propri cittadini di combattere è una grossa responsabilità che si è assunto Zelensky. 

– L’invio di istruttori militari da parte degli Stati europei, oltre a quello dei mercenari veri e propri che poi vanno a scontrarsi direttamente con gli uomini dell’esercito russo, può chiamare in causa l’Europa come autrice di atti ostili? – Fra mercenari e istruttori c’è una grossa differenza. Il primo va a combattere e corre i suoi rischi, compreso quello di eventuali grane giuridiche col Paese di origine e quello di non essere protetto dalle leggi internazionali in caso di cattura. I secondi, invece, operano in conseguenza di accordi bilaterali fra Ucraina e altri Stati, presi prima della guerra. I compiti per i quali vengono inviati non sono tali da metterli a rischio di cattura perché non dovrebbero trovarsi in prima linea. Ma se vengono catturati bisogna valutare certi elementi per capire come saranno trattati: se sono in uniforme o in borghese, se si trovavano effettivamente in prima linea, etc. Tutta la situazione in realtà si profila come molto delicata, con un confine sottile fra semplice cooperazione e aperta ostilità: se forniamo agli ucraini le armi, allora dobbiamo mandarli pure gli istruttori, e si potrebbe discutere anche sul fatto stesso di dare gli armamenti. In definitiva e salvo casi particolari, gli istruttori, i mercenari e i civili combattenti non sono soldati e dunque si trovano tutti in una posizione irregolare, che non prevede per loro la protezione delle leggi internazionali sui conflitti armati.

– Alcuni generali oggi in pensione avevano affermato all’inizio del conflitto che sarebbe stato molto difficile provare eventuali crimini di guerra. Questa affermazione mi è tornata in mente quando ho visto il video pubblicato dal New York Times in cui un uomo in bicicletta, ripreso da un drone, veniva colpito dagli spari dei soldati. L’aver sparato di proposito a un civile si potrebbe configurare come crimine di guerra anche se era lecito pensare che quel cittadino fosse armato – come abbiamo visto dopo la decisione di Zelensky? Potrebbe essere visto come un atto difensivo o rimane sempre un crimine di guerra?

– Sono in effetti situazioni molto complicate. Per i militari si chiama uniforme (e non “divisa”) proprio perché deve servire a connotare esattamente la persona che agisce. Se il militare opera vestito in borghese, allora non è coperto dal diritto internazionale dei conflitti armati. Se i civili sono impiegati in questa maniera, li si espone a questo rischio, così come si getta sui militari avversari il rischio di commettere dei crimini. Una cosa è certa: non si dovrebbe parlare di crimini di guerra a guerra in corso e senza sapere esattamente quello che succede (le informazioni di cui disponiamo, infatti, sono spesso filtrate). Altrimenti i prigionieri diventano “ostaggi”, un po’ come vengono definiti oggi i miliziani del battaglione Azov, che ora i russi vogliono processare per crimini di guerra perché non li considerano combattenti legittimi. La guerra è sicuramente qualcosa di terribile, ma un approccio emotivo in queste fasi è insidioso. Bisogna invece affrontare questa contingenza con razionalità, per non creare dei problemi che potrebbero riverberarsi sulle generazioni future e che possono provocare un odio che impedisce ai Paesi di tornare a rapporti normali. Dobbiamo già cominciare a pensare al dopoguerra.

– L’unione fra Russia e Cina è un processo irreversibile?

– Uno degli effetti di questa guerra è stato spingere la Russia in Asia. L’atteggiamento di certi Paesi ha escluso i russi dall’Europa in una maniera virulenta e finora inedita. Il passo naturale è stato appunto quello di avvicinarsi alla Cina. Se pensiamo alle conseguenze per esempio sull’approvvigionamento di gas, per noi europei – anzi per noi italiani – è uno sviluppo estremamente pericoloso. L’unione di queste due potenze, quella economica cinese e quella militare russa, può generare una superpotenza globale che sfida gli Stati Uniti: e noi ci siamo in mezzo.

– L’Occidente ha avuto troppa supponenza nei confronti della Russia, della Cina e di altri Paesi non allineati alla sua politica? L’approccio non simmetrico, che li pone su un piano inferiore a causa della loro democrazia considerata da noi imperfetta e priva di diritti, rischia di rendere tutto più difficile?

– Sì, senza ombra di dubbio. L’errore che commettiamo per “razzismo” è quello di ritenere che il nostro modo di vedere le cose, il nostro sistema e la nostra morale debbano andar bene per tutti. Poi però succede quello che è accaduto in Afghanistan, da cui siamo scappati con la coda fra le gambe e dove abbiamo rimesso al potere quelli che prima erano i “cattivi” per antonomasia, i talebani, e adesso dobbiamo dialogare con loro per qualunque cosa riguardi il Paese. Certo, bisogna essere orgogliosi della nostra civiltà, ma allora dovremmo anche trattare un po’ meglio la nostra società e le nostre tradizioni. E sicuramente non bisognerebbe guardare gli altri come dei selvaggi con l’anello al naso e in attesa che spieghiamo loro cosa è buono e cosa 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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