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Foreign Affairs: “E’ ora che la NATO chiuda i battenti. L’alleanza è troppo grande e troppo provocatoria”

La prestigiosa rivista statunitense Foreign Affairs, che da cento anni pubblica le sue analisi sulla situazione geopolitica internazionale, ha pubblicato un interessante articolo a firma Michael Kimmage, Professore di Storia alla Catholic University of America, dal titolo “È ora che la NATO chiuda i battenti“. L’editorialista spiega come questa istituzione, che appena nata – nel 1949 – ha saputo mantenere la pace e proteggere l’Europa occidentale, non sia più adatta ad affrontare le criticità del Ventunesimo secolo. “La NATO soffre di un grave difetto di progettazione: estendendosi in profondità nel calderone della geopolitica dell’Europa orientale, è troppo grande, troppo poco definita e troppo provocatoria per il suo stesso bene“. L’allargamento progressivo della NATO, incoraggiato dagli Stati Uniti, a seguito della fine della Guerra Fredda avrebbe fatto dell’alleanza un “mostro troppo ampio“. La firma di Foreign Affairs non utilizza gira di parole “Questa NATO allargata oscilla tra offesa e difesa, essendo stata coinvolta militarmente in Serbia, Afghanistan e Libia. L’enormità dell’alleanza e l’oscurità della sua missione rischiano di coinvolgere la NATO in una grande guerra europea“. Unica soluzione “La NATO dovrebbe pubblicamente ed esplicitamente rinunciare ad aggiungere altri membri. L’alleanza dovrebbe chiarire che la sua lunga fase di espansione è finita. Porre fine alla politica delle porte aperte, per quanto difficile sarebbe da eseguire, e ripensare l’architettura di sicurezza dell’Europa centrale e orientale non sarebbe una concessione a Putin. Al contrario, è necessario affinché l’alleanza di maggior successo del ventesimo secolo perduri e prosperi nel ventunesimo“.

In una sezione della sua lunga analisi Kimmage spiega come “Più grande non sia meglio“. Con le presidenze Clinton e Bush la NATO è stato ridisegnato vedendo in esso il miglior veicolo per garantire la pace e la sicurezza europea e quindi espandibile e inoltre nel 2001, l’Office of Policy Planning del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva redatto un documento intitolato “Perché la NATO dovrebbe invitare la Russia ad aderire“. Vi era la convinzione che tutti i Paesi dell’Est così come la Russia alla fine si sarebbero aggregati di propria spontanea volontà all’Occidente. Peccato che nel 2022, come ricorda Foreign Affairs non esiste un equivalente della cortina di ferro e nella geografia orientale dell’Europa non c’è limite all’espansione della NATO. “L’alleanza è goffamente e a casaccio sparpagliata in tutta l’Europa orientale. La regione di Kaliningrad è una piccola isola della Russia all’interno di un mare del territorio della NATO, che corre in linea di deviazione dall’Estonia al Mar Nero. La NATO del ventunesimo secolo è invischiata nella tortuosa questione di dove finisce il confine occidentale della Russia e dove inizia il confine orientale dell’Europa, una questione che dal XVII secolo è stata causa di innumerevoli guerre, alcune provenienti dall’imperialismo russo e altre dall’Occidente invasioni. La NATO attraversa casualmente dozzine di linee di divisione nello spietato parco giochi di imperi, stati-nazione ed etnie che è l’Europa orientale. L’alleanza non è la causa dell’instabilità regionale, ma in quanto presenza non neutrale e oggetto dell’inimicizia russa, non può essere separata da questa instabilità. I rischi imprevisti dell’espansione della NATO sono stati aggravati dalla politica della porta aperta“.

La dichiarazione della NATO nel 2008 che l’Ucraina e la Georgia un giorno diventeranno membri è da considerarsi “nel migliore dei casi ambiziosa e nel peggiore insincera“. La spinta del governo ucraino a entrare nella NATO è stata la botta di grazia perchè “è un conflitto che la NATO può solo perdere e che potrebbe persino minacciare l’esistenza dell’alleanza se uno Stato membro come la Polonia o la Lituania fosse trascinato nella guerra in corso tra Russia e Ucraina” perchè un’alleanza difensiva non è attrezzata per gestire un conflitto tra un non membro in cerca di adesione e una potenza nucleare decisa a negare tale appartenenza. E questa strategia – sempre secondo l’analisi rafforza Putin in patria – visto che supporta “la sua narrativa del tradimento occidentale e giustifica l’interventismo russo al pubblico russo. In Russia, la NATO è percepita come straniera e ostile. La sua espansione è un pilastro della legittimità politica interna di Putin. La Russia ha bisogno di un leader, quindi Putin vince sul velluto quando dice di no ad un’alleanza costruita per dire contrapporsi a Mosca“.

Foreign Affairs invita a cambiare la rotta. “Con l’alleanza già estesa in uno dei quartieri più pericolosi del mondo, incorporare l’Ucraina sarebbe una follia strategica. L’attaccamento dell’Occidente alla politica della porta aperta rasenta il teatro dell’assurdo è di per sé un insulto all’Ucraina (e alla Georgia) e nel tempo genererà problemi anche nei confronti di Washington. Anche se tutti sanno che quello che dicono è in contrasto con la realtà, ucraini e americani allo stesso modo confondono le acque e invitano alla distrazione non parlando candidamente“. La realtà e che “gli Stati Uniti hanno bisogno di una nuova strategia per trattare con la Russia nell’Europa orientale, che non si basi principalmente sulla NATO. L’alleanza è lì per difendere i suoi membri e chiudere la porta aperta la aiuterebbe a farlo. Senza dubbio, porre fine all’espansione richiederebbe una diplomazia difficile“. Perchè bisognerebbe giustificare la propria narrativa costruita negli ultimi decenni “La sopravvivenza richiede una riforma che faccia sì che esista un ordine internazionale in cui il modello occidentale non regna sovrano e con il revisionismo della Russia di Putin, che non scomparirà presto“. Per l’analista sarebbe molto più facile per gli Stati Uniti e l’Unione Europea muoversi sul terreno della politica economica che non continuando un braccio di ferro che peraltro vede la diplomazia americana neppure provare sul serio a trovare una soluzione, arroccandosi sulle proprie posizioni ormai superate dagli eventi.

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