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Caso Schönbach, malumori interni per Berlino, mentre Kiev protesta pure contro la Croazia

Non si placa la bufera scatenata dalle parole dell’ormai ex vice ammiraglio Kay-Achim Schönbach a proposito di Ucraina, Russia, Cina e cristianesimo. Sui giornali tedeschi i lettori commentano con favore le sue parole, mentre qualche voce autorevole comincia a levarsi contro la decisione di accettarne le dimissioni. La ferita dentro le strutture politico-militari della Germania resta quindi aperta, proprio nel momento in cui Berlino tenta di mantenere un equilibrio difficilissimo fra i suoi interessi e quelli dei suoi alleati, fra la realpolitik e l’aderenza cieca agli slogan euroatlantici.

Il 21 gennaio il vice ammiraglio si trovava in India, a Mumbai, dove aveva attraccato la fregata tedesca Bayern; ha partecipato a un incontro dell’Istituto Manohar Parrikar, un think tank di ricerca e formazione sulle relazioni internazionali in ambito di sicurezza e strategia. Nel suo intervento ha prounciato parole pesanti a proposito della Cina, descritta come una “potenza egemonica” che finanzia i dittatori per accedere alle risorse dei Paesi che governano, e che si comporta da Paese nemico conducendo un’agenda nascosta nei rapporti con determinati Stati. Qui forse si riferiva alla vicenda della Kuka, la principale azienda tedesca produttrice di robot che i cinesi hanno acquistato sei anni fa a suon di miliardi e dopo forti polemiche sulla penetrazione industriale di Pechino a scapito degli interessi della Germania e dell’Europa. E proprio in funzione anti-cinese occorre tenersi buona la Russia, dice il vice ammiraglio, anche perché si tratta di un Paese cristiano (Schönbach si proclama cattolico fervente): e non importa se Vladimir Putin è ateo o se la Russia non è una democrazia, perché è un grande Paese col quale bisogna collaborare e perché Putin “probabilmente” merita il rispetto che chiede all’Occidente. Affermare che voglia invadere l’Ucraina solo per prendersi un altro pezzetto di territorio è “un’assurdità”, pure se la Crimea non tornerà mai più sotto la sovranità di Kiev, conclude il vice ammiraglio.

Con poche frasi, Schönbach è riuscito a inimicarsi alcuni dei fronti fra i più politicamente e mediaticamente potenti: quello anti-russo, quello filo-cinese e quello anti-cristiano. Si potrebbe discutere su quale di essi abbia maggiormente pesato nel pretendere la testa del vice ammiraglio, ma si presume abbia prevalso il primo, quello che vorrebbe l’allargamento della NATO fino alle porte di Mosca: l’ex vice ammiraglio ha infatti pronunciato le sue frasi contrarie alla posizione ufficiale di Berlino alla vigilia del vertice UE sull’Ucraina. E Kiev ha immediatamente reagito convocando l’ambasciatrice tedesca Anka Feldhusen per evidenziare l’assoluta inaccettabilità di tali parole. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha chiesto al governo tedesco di rigettare pubblicamente in particolare le osservazioni a proposito della Crimea, perché contrastano col supporto dato dalla Germania all’Ucraina fin dal 2014 e con gli sforzi diplomatici di Berlino per risolvere il conflitto nel Donbass. Kuleba sottolinea la gratitudine di Kiev verso l’aiuto della Germania, ma etichetta come “deludente” quanto emerso ultimamente da parte dei rappresentanti tedeschi. Il riferimento non è soltanto alle parole del vice ammiraglio, che forse sono servite a Kiev per protestare formalmente contro la mancanza di totale compiacenza ai suoi desideri che Berlino ha dimostrato non rifornendo di armi l’esercito ucraino: da qui la “profonda delusione” ucraina per non aver ottenuto gli obici D-30 che l’Estonia avrebbe dovuto inviare ma che la Germania ha fatto bloccare. Il vice ammiraglio, oltre a ritirarsi, si è scusato via Twitter definendo le sue parole “un evidente errore”, ma l’ambasciatore in Germania Andriy Melnik ha detto che le dimissioni sono “insufficienti” perché le sue dichiarazioni hanno comunque provocato un “forte shock” nell’opinione pubblica ucraina, la quale hainconsciamente dovuto ricordare gli orrori dell’occupazione nazista. Negli stessi giorni dello caso Schönbach, Kiev usava la formula del “categoricamente inaccetabile” e della “profonda delusione” anche contro la Croazia, convocando l’ambasciatrice Anica Djamic per chiedere la smentita ufficiale delle parole del presidente croato Zoran Milanović: quest’ultimo è stato bollato da Kiev come propagandista del Cremlino per aver detto che l’Ucraina è uno dei Paesi più corrotti al mondo, per il quale non ci dovrebbe essere spazio nella NATO e che la Croazia non avrà nulla a che fare con l’incremento della presenza militare della NATO nell’est dell’Europa. Il premier Andrej Plenković è stato quindi costretto a scusarsi con Kiev e a ribadire che Zagabria persegue il contenimento delle tensioni per evitare un conflitto e il pieno appoggio all’integrità dell’Ucraina.

Con l’uscita di scena di Schönbach si allarga la crepa nell’impalcatura politico-militare della sempre apparentemente solida Germania. Non è infatti il primo ufficiale ad essere tolto di mezzo per aver osteggiato le posizioni ufficiali del governo. Inizialmente c’era stato nel 2016 Gerhard Schindler, capo della BND (i servizi segreti esteri), coinvolto nello spionaggio sui partner europei a beneficio della National Security Agency americana e licenziato a due anni dalla pensione. Nel 2018 sono stati i servizi segreti interni a vedere il proprio capo rimosso dalla carica: Hans-Georg Maassen non è stato mandato via subito, bensì spostato agli Interni dopo essersi più volte espresso contro la politica migratoria della Cancelleria e aver tenuto canali privilegiati di comunicazione con il partito di destra Alternative für Deutschland, all’epoca già sopra il 10% di consensi; poi però è stato mandato precocemente in pensione dopo essersi dichiarato vittima della sinistra radicale presente nel governo. Infine, nel 2020 è toccato al vertice del terzo ramo dei servizi segreti tedeschi, quello militare, il MAD: Christof Gramm è stato costretto al licenziamento con l’accusa di non aver fatto abbastanza per arginare l’aumento degli estremisti di destra nelle file dell’esercito; la diatriba era sorta una prima volta ai tempi in cui l’attuale presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen era ministro della Difesa tedesca.

Una voce fuori dal coro del biasimo politico verso Schönbach si è già levata: si tratta di Harald Kujat, ex Ispettore generale della Bundeswehr, la massima autorità che dirige le tre Forze armate della Repubblica Federale di Germania. In un’intervista alla stampa tedesca, Kujat ha detto che se fosse stato ancora al comando avrebbe provato a impedire le dimissioni del vice ammiraglio, perché le frasi di quest’ultimo non costituicono in alcun modo un’infrazione disciplinare, anzi riflettono nella sostanza la posizione del principale alleato della Germania, ossia gli Stati Uniti. Secondo Kujat, occorre lavorare per giungere a un risultato sensato, che è la de-escalation della crisi ucraina e la distensione con la Russia.

Schönbach, dalla sua posizione elevata nella scala gerarchica, ha esternato delle convinzioni ampiamente presenti nell’apparato statale tedesco, sia quello civile che quello militare. Sono idee che non vengono quasi mai espresse a livello ufficiale e men che meno avallate dalla stampa mainstream, ma che si possono riscontrare in certe decisioni di Berlino in ambito economico e strategico. Sì, c’è l’Alleanza Atlantica da onorare, ma la Germania evita di rifornire di armamenti Kiev e osteggia con discrezione l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Poi c’è l’Unione Europea da guidare, con tutti quei Paesi ex comunisti che vogliono boicottare Mosca ad ogni costo, ma Berlino ha fatto costruire un gasdotto sotto l’egida del suo ex cancelliere Gerhard Schröder per ricevere direttamente il combustibile dalla Russia, con la quale non vuol certo tagliare i proficui legami commerciali.

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