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Caso Gergab & Co: in Libia la strada verso lo Stato di Diritto è ancora lunga

Faisal Gergab, manager ed ex presidente del Consiglio di amministrazione della Libyan Post Telecommunication & Information Technology Company (LPTIC), la compagnia delle poste e delle telecomunicazioni della Libia è stato arrestato dalle Forze Speciali di Deterrenza (RADA) dopo che, con il sostegno di un gruppo armato locale ha preso d’assalto la sede della compagnia a Zawiya, ad Ovest di Tripoli. Abdelsalam, 40anni, un avvocato di Tripoli, ha spiegato a Strumenti Politici che su Gergab “non vi era alcun mandato di arresto prima dell’assalto alla sede della LPTIC per riprendere il suo ruolo dopo aver ottenuto una sentenza a suo favore per presunte irregolarità circa il rinnovo del Consiglio di Amministrazione stabilito dal Primo Ministro Abdel Hamid al Dbeibah che di fatto controlla la compagnia statale secondo la legge libica”. L’avvocato ha aggiunto che Faisal Gergab era stato nominato CEO della LPTIC oltre otto anni fa, durante il governo di Fayez al-Serraj, e presumibilmente non verrà rilasciato fino a quando non restituirà le somme di denaro sborsate a favore di una miriade di milizie armate a Tripoli e nella Libia occidentale.

La Special Deterrence Force, un gruppo armato guidato dal salafita AbdulRaouf Kara, si è già contrapposto la scorsa settimana alla milizia Nawasi, chiudendo una prigione gestita da quest’ultimo nell’area di Ain Zara, di fronte alla Nasser University. Chi conosce l’ex manager della LPTIC afferma che l’uomo ha sempre avuto buoni rapporti con i gruppi armati e l’arresto o il rapimento di manager di importanti compagnie, come avvenuto precedentemente con la National Oil Corporation (NOC), non si fermerà fino a quando un Governo eletto non lavorerà seriamente all’unificazione dell’establishment militare. I gruppi armati infatti, utilizzano la forza, per ricattare ed ottenere vantaggi personali dai Ministeri e dalle compagnie controllate dal Governo. Non a caso i leader delle milizie ambiscono a mettere mano al Dipartimento delle Finanze del Ministero della Difesa, finora senza successo. Lo scorso 17 ottobre, il primo ministro Abdel Hamid Dbeibah aveva licenziato Faisel Gergab, nonostante l’opposizione di molti, inclusa quella del suo vice Hussein al-Qatrani, tornato a lavorare a Tripoli da Bengasi, soltanto lunedì dopo le tensioni con il premier di Misurata. Ad ottobre, esercitando le sue funzioni, Dbeibah ha convocato un’assemblea generale dei membri della LPTIC. Al termine del quale, gli interlocutori hanno deciso di formare un nuovo consiglio di amministrazione, ponendo così fine agli 8 anni di leadership di Gergab, sostituendolo con Mohammed Ibrahim Bin Awayad. I dirigenti delle filiali LPTIC in Cirenaica avevano precedentemente rilasciato una dichiarazione in cui rifiutavano questo smantellamento del CDA. In quell’occasione, il vice premier Al-Qatrani aveva avvertito che il tentativo di Dbeibah di cambiare il consiglio di amministrazione della società delle telecomunicazioni sarebbe stato “l’ultimo chiodo sulla bara del governo di unità nazionale”. Ahmed Al-Sharkasy, un membro del Libyan Political Dialogue Forum (LPDF), aveva anche accusato Dbeibah di cercare il controllo sulla LPTIC al fine di utilizzare i beni multimiliardari della società per “far saltare in aria le elezioni o raccogliere il sostegno popolare per il governo.” Fondata nel 2005, LPTIC è una società statale con un valore patrimoniale netto dichiarato di 17 miliardi di dinari libici (3 miliardi di dollari) di cui – a vedere dalla situazione sul territorio – i libici non hanno mai beneficiato. Sotto la guida di Gergab, LPTIC ha anche formato joint ventures con grandi compagnie internazionali, i risultati raggiunti da queste realtà sono tuttavia piuttosto vaghi. A fine settembre 2021, Retelit Med, joint venture italo-libica tra Retelit e LPTIC, ad esempio, ha annunciato un accordo che prevedeva la fornitura di consulenza strategica e tecnologica e lo sviluppo di competenze di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Itc) a LPTIC e alle sue società operative, l’operatore wholesale internazionale, e Hartif Libya, operatore di rete fissa.

Fin dal suo insediamento, il Primo Ministro Dbeibah ha scelto una linea totalmente diversa dal suo predecessore Fayez Al-Serraj. Ad inizio aprile, dopo aver ricevuto la fiducia da parte della Camera dei Rappresentanti, il governo di unità nazionale in Libia ha annullato tutte le decisioni e procedure emesse dopo il 10 marzo dai Governi di Accordo Nazionale (GNA), dal Governo ad interim e dai loro organi. Tali decisioni, assunte da alcuni esponenti dei due governi, hanno determinato mutamenti nelle istituzioni e negli interessi pubblici, in una mossa considerata dal nuovo esecutivo come una violazione dei poteri amministrativi del periodo transitorio. In precedenza, Dbeibah ha ordinato la sospensione “temporanea” delle riunioni dei consigli di amministrazione delle istituzioni di investimento e delle assemblee generali delle società pubbliche fino a nuovo avviso. Il nuovo governo libico transitorio ha dunque abbandonato molte delle decisioni del governo uscente di Accordo Nazionale, come il mandato del Comitato per la gestione della crisi Coronavirus a causa di sospetti di corruzione amministrativa, poi sostiuito.

Gergab, nell’ultimo video postato sui social dalla compagnia appare con un certo numero di sindaci delle municipalità occidentali e i leader militari di gruppi armati attivi nella regione occidentale come Muammar Al-Dawi, leader del 55mo Battaglione di Warshefana, affiliato all’Apparato Stability Support di Hassan Busriba in controllo dell’area ad ovest di Tripoli, Zawiya fino al gate 27. Il gruppo rappresenta la filiale occidentale della Stability Support di Abdul Ghani Al-Kikli, alias Gnewa, che ha il suo quartier generale in Abu Salim. Anche questo gruppo armato era stato riconosciuto da Fayez Al Serraj e ad oggi non risulta sul libro paga né del Ministero della Difesa, né su quello del Ministero degli Interni, tanto che il Comitato Militare Congiunto (JMC 5+5) ha domandato di chiarire la sua subordinazione e finanziamenti. Tuttavia Dbeibah non si è mai espresso chiaramente sulla questione, né tanto meno il nuovo Consiglio presidenziale, a cui spetterebbe ordinarne un eventuale scioglimento. Il recente concentramento di forze da Misurata a Tripoli ha lasciato pensare un possibile attacco contro Gnewa, sebbene finora tutti abbiano preferito evitare un confronto diretto nella capitale. Tornando a Gergab, il suo arresto – o rapimento se avvenuto senza un mandato del Procuratore generale – non sorprende in quanto è tutt’altro che un caso sporadico. Alla fine di ottobre, la Libyan National Oil Corporation (NOC) – la prima compagnia statale libica – ha dichiarato che un membro del suo consiglio di amministrazione, Abul Qasim Snengir, era stato arrestato all’aeroporto Mitiga, nella capitale Tripoli, mentre tornava dall’estero con la sua famiglia, “in modo arbitrario e inappropriato non all’altezza del livello di responsabilità nei rapporti con una figura pubblica e nazionale”. NOC aveva chiesto al Consiglio presidenziale, al governo e all’Ufficio del procuratore generale di adottare tutte le misure legali e di non consentire la tortura, secondo una dichiarazione pubblicata dalla fondazione. In quell’occasione, NOC ha affermato che l’arresto è avvenuto “nell’ambito della guerra sistematica condotta da una grande coalizione che ha riunito alcune milizie, contrabbandieri, alcune figure politiche corrotte, ideologi e parti interessate comuni contro la National Oil Corporation al fine di ricattare, infiltrarsi, politicizzare e trascinarla dalla neutralità perseguita negli anni passati, attraverso la quale ha potuto mantenere il flusso di petrolio a beneficio di tutti i libici”.  NOC aveva espresso inoltre “profonda preoccupazione per tali ripetute azioni delle milizie che seguono la politica di arresti arbitrari e non ufficiali di personaggi pubblici, che potrebbero avere gravi ripercussioni sulla conduzione delle operazioni nel settore petrolifero”.

Ad ogni modo, superate le tensioni tra il ministro del Petrolio, Mohamed Aoun, ed il presidente della NOC, Mustapha Sanallah, grazie alla mediazione del Primo Ministro Dbeibah, del manager – anche lui accusato di corruzione – non si è più parlato. Va detto, ad ogni modo, che non tutti gli arresti condotti dalle agenzie di sicurezza libiche sono arbitrari o immotivati, anzi con la nomina di Siddiq Al-Sour, all’epoca capo del Dipartimento Investigazioni, quale nuovo Procuratore Generale, da parte del Parlamento lo scorso 20 aprile, la macchina della Giustizia in Libia sembra aver ricominciato a muoversi. La Procura generale ha annunciato domenica di aver arrestato il capo ad interim della Compagnia libica per gli investimenti esteri (LAFICO) con l’accusa di corruzione. Il mandato rientra in una serie di detenzioni contro la corruzione.

Secondo quanto riferito dall’ufficio del Procuratore, il capo di LAFICO dovrà rispondere all’accusa di abuso d’ufficio allo scopo di ottenere benefici per sé e per gli altri, fornire una mano a coloro che raccoglievano somme di denaro in violazione di leggi e regolamenti, aver causato gravi danni a fondi e interessi pubblici con la riscossione del valore dei prestiti. Secondo il Procuratore uno di questi prestiti, che sarebbero stati riscossi dalla Compagnia per gli Investimenti Esteri ammontava a duecento milioni di lire egiziane, ed un altro a cinque milioni di dollari. Il 4 gennaio, l’ufficio del procuratore generale ha anche annunciato l’arresto dell’ex vice primo ministro di Ali Zeidan, Sideeq Abdulkarim, con l’accusa di aver preso impegni contro lo Stato per un valore di 1,2 miliardi di dinari e per lo spreco di 230 milioni di dinari di soldi pubblici; l’acquisto di fondi pubblici per un suo amico; abuso di potere e stipulazione di contratti per la fornitura di beni e servizi privi di qualità a prezzi elevati; elusione delle procedure di controllo e parte delle procedure di affidamento diretto rilasciate a 11 società per ben 121 incarichi. L’ufficio del procuratore generale ha rivelato la scorsa settimana che l’ex Primo Ministro avrebbe confessato i reati a suo carico. Ma non è tutto. La Procura generale ha disposto venerdì il fermo di un gruppo di proprietari di società e nove agenti della dogana in servizio al Porto di Misurata per appropriazione indebita per 25 milioni di dinari. Il numero imprecisato di uomini d’affari avrebbe cospirato con le nove guardie doganali, di cui cinque in stato di fermo, per sottrare grandi somme di denaro all’agenzia delle dogane. Sette milioni di dinari dei fondi sottratti sarebbero già stati restituiti. A fine dicembre, Al-Sour ha disposto l’arresto del direttore dell’Ufficio libico per il recupero e la gestione dei fondi statali (costituito con la risoluzione del Consiglio di Presidenza n. 1479 del 2019), per diverse accuse, tra cui attività contrarie allo scopo del suo ufficio. A metà settembre, le manette erano scattate anche per il sindaco sospeso di Sabratha in attesa del suo processo sempre per presunti crimini di corruzione. In particolare, il capo della municipalità occidentale già sospeso sarebbe accusato di malagestione e appropriazione indebita degli introiti relativi ai test del Coronavirus, in aggiunta al reato di abuso d’ufficio. Secondo il programma “Law Enforcement” del Ministero dell’Interno libico, in soli tre mesi, da giugno ad agosto 2021, le agenzie di sicurezza hanno effettuato ben 105 arresti nella sola capitale Tripoli. I mandati d’arresto disposti dalla Procura riguardano principalmente persone ricercate per diversi casi penali come omicidio, furto coercitivo, rapina a mano armata, frode ed estorsione, nonché persone in fuga dagli istituti di detenzione dove si trovavano per scontare la pena prevista per una serie di reati.

Il ruolo del Procuratore generale è assai complesso. Il clima di instabilità e divisione politica non ha risparmiato alla Procura polemiche e accuse da tutte le parti di svolgere un ruolo politico, soprattutto quando le misure cautelari hanno riguardato figure di leadership o ministri dell’attuale Governo, come nel recente caso della ministra della Cultura, Mabruka Toghi Othman. Insomma, in Libia la strada verso lo Stato di Diritto è ancora lunga e la forza maggiore che ha portato alla sospensione del processo elettorale, per via di appelli, ricorsi e sentenze definitive e contrastanti nei confronti dei candidati presidenziali, è sicuramente la principale evidenza.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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