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Kazakistan, Antonio Stango (Fidu): “Nessun ordine esterno per le proteste nel Paese, fame di diritti e disperazione alla base di tutto”

Il malcontento popolare per il rincaro del carburante che il 2 gennaio scorso ha acceso le proteste nella città kazaka di Zhanaozen, nel giro di pochissimi giorni si è propagato in altri centri del Paese, dove i manifestanti chiedevano anche una riduzione dei prezzi dei generi alimentari e salari più alti. A guidare le proteste non solo ragioni sociali, ma anche politiche, con i cittadini che a gran voce reclamavano la fine del regime di Nazarbayev e di quel che molti osservatori vedono come un sistema politico corrotto. Il presidente Kassym-Jomart Tokayev aveva inizialmente promesso un tetto di 180 giorni ai prezzi del carburante, quindi un cambio al governo con la nomina a nuovo premier di Alikhan Smailov e in fine la rimozione del suo mentore l’ex presidente Nursultan Nazarbayev, simbolo del sistema, dalla carica di capo del potente Consiglio di sicurezza. Questo non è servito a placare gli animi, con i manifestanti che hanno preso d’assalto  negozi, stazioni di polizia ed edifici dell’amministrazione locale. Le autorità del Kazakistan hanno risposto con la repressione e operazioni a tappeto. Centinaia i morti e i feriti fra poliziotti e manifestanti, ma il bilancio reale che potrebbe essere più alto non si conosce, poiché è difficile reperire informazioni certe nel Paese, anche a causa del blocco alla rete internet. Senza fornire sufficienti prove a supporto, Tokayev ha affermato che 20.000 “terroristi” addestrati all’estero avrebbero attaccato la città principale di Almaty. Di qui, la sua richiesta di un intervento militare da parte delle forze alleate della CSTO (il Collective Security Treaty Organization, la versione russa della Nato), accolta da Mosca che ha inviato 2.500 soldati. L’11 gennaio lo stesso presidente dell’ex repubblica sovietica ha annunciato il “successo della missione di pace” e il ritiro del contingente della CSTO nel giro di pochi giorni. In una conversazione con Antonio Stango, noto attivista italiano e presidente della Fidu (la Federazione italiana dei diritti umani), che nello Stato dell’Asia centrale ha operato per diversi anni, abbiamo cercato di capire i motivi di una sollevazione di massa senza precedenti.

Infografica – La biografia dell’intervistato Antonio Stango

Può spiegarci cosa c’è alla base delle proteste e della grande difficoltà di reperire informazioni certe?

Nei giorni segnati dall’escalation delle violenze, è stato imposto il blocco alla rete internet, per cui era difficilissimo reperire notizie, al di fuori di quelle ufficiali, poco attendibili. Solo da qualche giorno sono stati ripristinati i social media seppur con limitazioni, ma finalmente ho ripreso a comunicare con amici e attivisti per i diritti umani che si trovano nel Paese. Già da tempo svolgono le proprie attività solo individualmente o per piccoli gruppi, dal momento che anno dopo anno l’associazionismo e le ong hanno subito sempre più restrizioni. Quasi tutte quelle tollerate lavorano in settori che poco hanno a che fare con i diritti propriamente civili e politici, come ad esempio negli aiuti alle madri in condizioni di disagio o in programmi specifici per gli invalidi: questioni legate per lo più a politiche sociali o assistenziali. Anche senza messe al bando formali, si è posto un freno alle attività delle associazioni per i diritti umani, a volte anche con arresti dei loro rappresentanti. Fra le poche rimaste attive, con molte difficoltà, il Kazakhstan International Bureau for Human Rights and the Rule of Law di Evgenij Zhovtis (tuttora la più importante, con la quale ho collaborato per anni) e la Fondazione per la difesa della libertà di espressione “Adil Soz“; sono inoltre presenti dei gruppi informali, operativi grazie a canali social (quando non sono bloccati), come “Activists Not Extremists”.

Il Kazakistan è uno dei 47 membri del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e nel 2020 ha firmato il protocollo internazionale sull’abolizione della pena di morte per rinunciare formalmente alla pena. Qual è la situazione nelle carceri, alla luce di questi importanti impegni?

Il governo acconsente, entro molti limiti, al monitoraggio delle condizioni di detenzione, adeguandosi almeno formalmente al Protocollo opzionale alla “Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”, che prevede un sistema di visite regolari svolte da organismi indipendenti nazionali e internazionali nei luoghi in cui le persone sono private della libertà. Il problema è che si autorizzano le visite, ma avvisando in anticipo le strutture penitenziarie ed escludendo alcune aree, in modo che non si trovino eventuali violazioni e in ogni caso si ostacola la persecuzione di eventuali abusi. Dove invece si è manifestata una assoluta rigidità, soprattutto dopo la prima ‘rivoluzione colorata’ nel 2004 (la cosiddetta ‘rivoluzione arancione’ in Ucraina) è l’ambito dei diritti politici e civili: ovvero, l’aspirazione legittima di formare un partito politico di opposizione viene immediatamente stroncata. Così come vengono vietate le manifestazioni politiche che non siano a favore del governo. Quando dal 2 gennaio migliaia di cittadini, a partire dalla città di Zhanaozen, hanno deciso di manifestare, sapevano che avrebbero dovuto confrontarsi con la repressione. Ma la situazione economica, già gravissima per le fasce sociali più disagiate, era diventata insostenibile con il raddoppio dei prezzi del gas liquido e per disperazione lo hanno fatto ugualmente. Secondo alcune statistiche, lo stipendio medio mensile di un kazako si aggira intorno ai 500 euro e la manodopera meno specializzata ha stipendi di gran lunga inferiori, intorno ai 100 euro. Il livello più basso dei salari riguarda in particolare la regione da dove, non a caso, sono partite le proteste. Zhanaozen è stata peraltro la città in cui nel 2011 ci fu la prima repressione sanguinosa dal 1986, con spari sulla folla e uccisioni di manifestanti.

A proposito della protesta nella regione di Mangystau, cosa ha innescato la miccia? Il 2011 è un anno particolare per le rivolte di piazza, ma questo ha riguardato per lo più il Medio Oriente. 

Parliamo di una zona che ospita un bacino petrolifero e di gas naturale e verso la fine del 2011 gli operari dell’industria estrattiva non ricevevano lo stipendio da mesi. A gettare benzina sul fuoco fu probabilmente l’assunzione di ingegneri e operai cinesi che finirono per occupare posti chiave in quel settore. Nel 2016 il governo, allora sotto la presidenza di Nazarbayev avviò procedure di alienazione di grandi estensioni di terra a vantaggio di aziende estere e cittadini cinesi, provocando una forte reazione popolare, essenzialmente da parte di cittadini di etnia kazaka, tanto che nel 2021 Tokayev si è sentito costretto a vietare la vendita e l’affitto di terre a stranieri. 

Secondo quanto scrivono i media occidentali, a beneficiare della crisi saranno Russia, che è parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (di cui fanno parte Kazakistan, Russia, Armenia, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan ) e la Cina. Lei cosa ne pensa?

Pechino aveva già ottime posizioni in Kazakistan nella produzione di idrocarburi e di altri prodotti dell’industria estrattiva, dei quali è un importante acquirente, e ciò fa sì che Astana/Nur-Sultan possa sempre guardare a est quando non è soddisfatta dei suoi rapporti a ovest. Fra l’altro il presidente Tokayev ha svolto una parte dei suoi studi post universitari proprio in Cina e certamente non è mai stato una persona che contrastasse in maniera decisa l’influenza di Pechino. Di questo è stato più volte accusato dalla popolazione di etnia kazaka, in cui la pesante influenza cinese ha fatto scattare anche un senso di ribellione nazionalista. Intanto, tutti i cittadini erano ben consapevoli che i diritti politici, in particolare elettorali, erano ormai negati da molti anni. Quanto alla Russia, Putin cercherà di utilizzare anche questa occasione per mostrarsi con posizioni di forza nei negoziati con Stati Uniti e NATO.

In Kazakistan esistono soglie di sbarramento molto elevate per le elezioni, come avvenuto ad esempio nel 2015 in Turchia che ha imposto il 10%?

La Turchia ha almeno un sistema elettorale relativamente democratico rispetto al Kazakistan, dove i partiti di opposizione semplicemente non esistono. C’è sostanzialmente un solo partito, il Nur Otan fondato dall’ex capo di Stato Nursultan Nazarbayev, il cui presidente attualmente è Tokayev. Questa forza di governo ha creato alcune mini-formazioni politiche per mostrare di non essere l’unico partito del Paese: formazioni che non si sono scomodate nemmeno a fare campagna elettorale un anno fa, alle pseudo elezioni per lo pseudo Parlamento. Lì è stato documentato un sistema di tipo sovietico per cui dopo la chiusura dei seggi, quando ritenuto opportuno, il presidente tira fuori dal retrobottega una serie di schede pre-votate e le versa nell’urna. Un partito di opposizione vera, il DVK (Scelta Democratica del Kazakistan) è considerato illegale, tant’è che ha degli esponenti in esilio e un numero di attivisti in Kazakistan che è impossibile quantificare. Quello che possono fare, quando funzionano i social media, è lanciare messaggi, come chiedere agli Stati democratici di imporre sanzioni a Nazarbayev, al suo ex delfino Tokayev e ad altri esponenti del regime. Da un governo autoritario c’è da aspettarsi sempre la falsificazione della realtà e il fatto che il presidente Tokayev abbia definito ‘terroristi’ tout court i manifestanti ne è una dimostrazione. 

L’attuale leader kazako ha anche aggiunto che gli organizzatori delle proteste sarebbero stati addestrati all’estero. Qual è la sua opinione?

Da alcuni anni il nemico numero uno del regime è Mukhtar Ablyazov, fondatore del DVK, che in Italia conosciamo anche in quanto marito di Alma Shalabayeva. È stato un giovane ministro delle Finanze molti anni fa, poi però, quando Nazarbayev cominciò a non fidarsi di lui, venne esautorato, arrestato, condannato alla carcerazione, quindi amnistiato. Andò in Russia, dove gestì una serie di operazioni bancarie e continuò a finanziare un movimento liberal-democratico nel suo Paese e questo segnò la sua definitiva demonizzazione da parte del regime. Attualmente vive in Francia dove ha asilo politico. Nel 2013 era stato arrestato con richiesta di estradizione da parte della Russia e del governo ucraino di allora, ma dopo i vari gradi di giudizio Parigi decise di non dar seguito all’estradizione. Ad ogni modo, qualsiasi sia la natura delle sue operazioni finanziarie, queste sono irrisorie rispetto a quelle degli oligarchi kazaki. Il clan di Nazarbayev dispone di risorse sufficienti per mandare avanti un piccolo Stato; soltanto il più potente dei suoi generi, Timur Kulibayev ha un patrimonio valutato in 3 miliardi di euro. In ultima analisi, benché Ablyazov sostenga la necessità di un cambiamento democratico e abbia un seguito, non potrebbe essere né lui né qualcun altro ad avere ‘ordinato’ manifestazioni in tutto il Paese, o addirittura finanziato azioni terroristiche. Non ne sussistono le ragioni, la volontà e nemmeno le possibilità. L’informazione è in mano al regime e non c’è più nessuna testata giornalistica autorizzata a condurre inchieste e nessun giornalista indipendente. Non è un caso che il World Press Freedom Index 2021 collochi il Kazakistan al 155° posto, fra 180 Paesi analizzati. 

Pochi giorni fa il potente Karim Massimov, per anni capo del Comitato per la Sicurezza Nazionale (ex KGB dello Stato), è stato fermato per alto tradimento. Come legge questo arresto, possibile che il governo si aspettasse un colpo di Stato?

Lo stesso Tokayev ha detto che bisognava agire contro tentativi di colpo di Stato. Ora, l’unico che eventualmente avrebbe potuto attuarlo, era proprio Massimov. Ma io penso più ad un complotto di palazzo: Massimov aveva già il controllo di tutto e suppongo che Tokayev temesse che Massimov potesse imporre leggi e persino le sue stesse dimissioni da presidente della Repubblica.

Per sedare la rabbia, il presidente kazako ha chiesto l’intervento della CSTO, che ha risposto inviando delle truppeNon era in grado di disperdere da solo le piazze?

A Putin fa comodo un ulteriore elemento da mettere sul tavolo dei negoziati con Biden rispetto alle questioni Nato, crisi in Ucraina, Crimea e Nord Stream 2. Sono posizionamenti sul piano internazionale, ma la ragione per cui Tokayev si è rivolto alla CSTO è essenzialmente la sua incapacità di gestire la situazione con le forze proprie. Tanto più che a Zhanaozen la polizia si è rifiutata di schiacciare la protesta, arrivando persino a sostenerla. Così, il presidente Tokayev ha pensato di non poter contare solo sui suoi uomini, a maggior ragione se si considera che le forze dell’ordine e l’esercito nel Paese sono numericamente molto scarsi.  

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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