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Biden, armi a Taiwan per la guerra asimmetrica

Già dalla scorsa primavera l’amministrazione Biden aveva deciso di intensificare gli sforzi al fine di rendere più solida la difesa di Taiwan. E soprattutto aveva deciso di rinforzare la presenza militare statunitense nella regione. Questi piani si stagliano sullo sfondo del potenziale attacco cinese, visto come sempre più probabile dagli esperti di Washington, i quali considerano la “chiarezza strategica” come il miglior deterrente contro Pechino. È ciò che pensa Harry Binkley Harris Jr., ex ambasciatore in Corea del Sud ed ex capo del Comando delle Forze armate americane nell’area indo-pacifica: secondo l’ammiraglio, la Cina non sta nascondendo i suoi preparativi per qualunque cosa decida di voler fare, per la semplice ragione che siamo ambigui a proposito della nostra stessa posizione. Occorre dunque che gli Stati Uniti mostrino una posizione determinata e forte, unita a un linguaggio chiaro, cercando però di restare in equilibrio fra la deterrenza e la provocazione. Altri analisti infatti sostengono che la linea seguita oggi da Washington possa spingere Pechino ad attaccare. Ad esempio Bonnie S. Glaser, direttrice della sezione asiatica del think tank “German Marshall Fund of the United States”, dice che gli USA non sono ancora abbastanza certi di quali siano le azioni che fungano effettivamente da deterrente e quali invece siano intese dalla Cina come gesti provocatori: per questo motivo, secondo la Glaser, occorre riflettere a lungo e in maniera profonda sulla maniera giusta per rafforzare la deterrenza.

Ma non importa: con l’operazione speciale avviata dalla Russia il 24 febbraio i falchi americani e quelli taiwanesi si sono convinti che è meglio prepararsi al peggio, anche rischiando di provocarlo essi stessi. E proprio dal conflitto ucraino i militari di USA e Taiwan stanno cercando di trarre lezioni che si possano applicare nello stretto di Formosa per tenere lontani i cinesi. Gli ufficiali americani fanno pressione affinché Taipei acquisti gli armamenti adatti a una guerra asimmetrica, nella quale si confrontano due eserciti di cui uno è molto più piccolo dell’altro e deve poter essere in grado di assestare colpi micidiali all’avversario più potente. Un attacco cinese potrebbe non avere necessariamente la forma di un’aggressione in piena regola, via mare e via cielo, ma potrebbe anche iniziare con un attacco cibernetico, un blocco navale o l’invasione delle isole più piccole vicine alla costa, quelle che fanno parte della cosiddetta zona libera della Repubblica di Cina o Tai-Min Area. Ma come respingere un’invasione marittima? Trasformando Taiwan in un “porcospino”, un’istrice coperta di aculei che il nemico sa essere molto dolorosi nel caso in cui venga “punto” da essi: si tratterebbe dei nuovi armamenti presi dagli americani, quali i missili anti-nave, i caccia F-16 e le piattaforme mobili di lancio. E si parla del probabile acquisto di mine e droni, oltre che del supporto di intelligence che Washington darebbe (come d’altronde ha fatto con Kiev). 30 navi da guerra americane sono arrivate nello stretto di Formosa dal 2020 a oggi, e gli USA elogiano gli alleati come Australia, Regno Unito, Canada e Francia che fanno a loro volta passare le proprie imbarcazioni militari da quel braccio di mare. Come annunciato dal Ministro della Difesa taiwanese a inizio giugno, verrà effettuato presto un acquisto da 120 milioni di dollari di pezzi di ricambio per le navi oltre all’assistenza tecnica per la Marina taiwanese, per mantenere quest’ultima pronta e ben equipaggiata. Si tratta del quarto pacchetto di aiuti militari a Taiwan deliberato dall’amministazione Biden.

Il Ministro ha espresso la sua “sincera gratitudine” agli Stati Uniti per aver acconsentito alla vendita e al supporto tecnico, ma negli USA vi è chi si dice preoccupato per gli aiuti troppo scarsi dati a Taipei. Il presidente dello U.S.-Taiwan Business Council ha affermato infatti che nell’attuale pacchetto non si trova praticamente nulla che possa agevolare la sostanziale modernizzazione delle Forze armate taiwanesi. Il primo pacchetto era stato firmato da Biden ad agosto del 2021 e consisteva in un affare da 750 milioni di dollari per 40 semoventi d’artiglieria M109A6 Paladin; poi lo scorso febbraio altri 100 milioni di materiali e servizi, e ad aprile 95 milioni dedicati alla manutenzione dei missili terra-aria Patriot. Secondo l’organizzazione taiwanese-americana, però, l’insistenza dell’amministrazione Biden sulla guerra asimmetrica sta portando a un indebolimento complessivo delle capacità difensive dell’isola. Il budget statale che Taipei destina annualmente alla difesa ammonta a più del 2% del PIL, cifra che la presidentessa Tsai Ing-Wen ha leggermente aumentato. Dal 2010 a oggi, gli USA hanno venduto a Taiwan materiale bellico per un valore superiore ai 23 miliardi di dollari.

La risposta asimmetrica è quella che il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu ritiene meritevole di essere studiata e valutata insieme all’alleato statunitense. Wu è giunto a tale conclusione sulla base degli eventi che si sono andati sviluppando in Ucraina, i quali costituiscono lo spunto per la pianificazione della difesa contro l’eventuale aggressione cinese. Il capo dell’Agenzia nazionale di spionaggio taiwanese, Chen Ming-tong, ha detto che proprio guardando all’esperienza del conflitto ucraino Pechino sarà più prudente nell’implementare i suoi piani d’attacco. Se è vero infatti che la Cina per numero e potenza è preponderante rispetto a Taiwan, mettere piede in quest’ultima non significa entrare coi carri armati in un territorio confinante, ma approntare un’invasione anfibia su un’isola che sta a 100 miglia nautiche. Inoltre, Taiwan godrebbe di un appoggio concreto dei partner del Pacifico che forse sarebbe maggiore a quello che Kiev ha avuto dalla NATO. C’è il Giappone, considerato da Washington come l’alleato più fedele nella regione, e ci sono appunto gli USA, che come ha detto Biden (proprio mentre era a Tokyo alla fine di maggio) hanno “l’impegno” di operare militarmente a difesa di Taiwan – ed è la terza volta nel corso della sua presidenza che fa un’affermazione simile. Stavolta ha pure aggiunto che sarebbe pronto ad applicare misure che andrebbe oltre a quanto fatto finora per l’Ucraina.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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