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A cosa potrebbe portare la guerra “verbale” scatenata su Taiwan?

Proponiamo un’analisi della situazione di Taiwan e delle condizioni delle relazioni sino-americane condotta da Vladimir Petrovsky, membro dell’Accademia di scienze militari e collaboratore scientifico superiore dell’Istituto per l’Estremo Oriente presso l’Accademia Russa delle Scienze

Taiwan rimane tuttora la pietra d’inciampo delle relazioni relazioni sino-americane, che continuano a peggiorare nonostante i tentativi cinesi di stabilizzarle mediante il dialogo. Un esempio si è avuto nel corso dell’incontro fra il ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il suo omologo americano Lloyd Austin alla conferenza internazionale sulla sicurezza “Shangri-La Dialogue” tenutasi a Singapore, in cui hanno raggiunto un accordo che impegna i militari dei rispettivi Paesi ad osservare il consensus fondamentale, a mantenere i contatti a livello personale e a gestire i rischi e le crisi. Dopo il summit, però, il rappresentante del Ministero della Difesa cinese Wu Qian ha dichirarato che l’esercito della Cina si avvarrà di ogni mezzo di combattimento in caso di tentativo di staccare Taiwan. A Lussemburgo si è poi tenuto un incontro fra il direttore della Commissione affari esteri della Cina Yang Jiechi e il consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan. Al termine dei colloqui, il Ministero degli Esteri cinese ha comunicato che gli USA e la Cina possono ancora evitare una nuova guerra fredda e ritornare a una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Questa frase ha dato l’occasione agli osservatori di dire che il carattere di aperto confronto degli ultimi mesi nelle relazioni sino-americane potrebbe trasformarsi in un dialogo regolare.

È indicativo il fatto che nelle dichiarazioni ufficiali delle parti, a conclusione dei colloqui, è assente il richiamo agli elementi non di poco conto che possono turbare le relazioni bileterali, come ad esempio la cooperazione fra Russia e Cina dopo l’inizio dell’operazione speciale russa da un lato e i laboratori biologici americani in Ucraina dall’altro. Mosca e Pechino in effetti hanno più di una volta sollevato presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU la questione dei laboratori americani, esortando a farne l’argomento di una discussione internazionale allargata. In Lussemburgo, però, le parti si erano apertamente espresse sul problema di Taiwan. Come ha dichiarato Yang Jiechi, proprio la questione taiwanese costituisce oggi la base politica delle relazioni sino-americane, e se essa non verrà risolta allora potranno generarsi delle conseguenze distruttive per i rapporti fra Washington e Pechino. E pure stavolta la risposta della controparte americana è arrivata immediatamente e non è stata conciliante. Nella sua comunicazione, il Dipartimento di Stato USA sostiene l’affermazione di Taiwan secondo cui lo stretto di Formosa, che divide l’isola dalla Cina continentale, rappresenta una via internazionale di navigazione, nella quale sono garantite le libertà delle acque internazionali, inclusa la libertà di navigazione e quella di volo, in conformità alle leggi internazionali. Il Segretario di Stato Antony Blinken ha detto che gli Stati Uniti continueranno a fornire a Tawain aiuti nell’ambito della difesa e acercare di influenzare le decisioni di Pechino. Tali parole, in sostanza, possono essere considerate come una provocazione da parte dei taiwanesi nella prospettiva di una dichiarazione di indipendenza. Si tratta di un’escalation nella “guerra verbale”, di stampo chiaramente americano, perché col pretesto della difesa della libertà di navigazione gli USA inviano le proprie Forze militari navali a pattugliare i bacini contesi in varie regioni, ad esempio nel Mar Cinese Meridionale, mentre si preparano a farlo anche nei settori marittimi della Rotta del Mare del Nord.

Tenendo conto della tensione che si accumulando su Taiwan, non è difficile prevedere come potrebbe concludersi lo scontro non premeditato (o premeditato da parte americana) tra le navi militari cinesi e americane nello stretto di Formosa. Fra l’altro, il 14 giugno il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping  ha confermato le basi legali delle azioni non aventi carattere militare da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Secondo gli osservatori e la stampa filo-occidentale, Pechino potrebbe trovarsi nella fase di preparazione di un’invasione dell’isola di Taiwan, sotto l’etichetta di “operazione speciale”. E sulla stampa cinese sono già apparse notizie a proposito del fatto che l’EPL stia passando a un regime di pianificazione strategica di tale operazione. Tra l’altro, il Ministero degli Esteri cinese ha più di una volta sottolineato come le relazioni bilaterali fra Pechino e Taipei riguardano pienamente gli affari interni della Cina e non consentono intrusioni esterni, e Pechino risponderà con misure energiche a qualunque tentativo di separare l’isola dalla Cina. Da tutto ciò deriva una conclusione sconfortante: la guerra delle parole, con le costanti provocazioni degli USA (così come hanno fatto verso la Russia nell’ambito della crisi ucraina) potrebbe diventare irreversibile e acquisire una dinamica autonoma, aumentando così le probabilità di un conflitto militare a Taiwan nonostante i ragionevoli tentativi della Cina di evitarlo.

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